Le lacrime del Nilo
Ho avuto bisogno di tutta la mia fermezza per leggere fino in fondo, senza chiudere gli occhi per preservarmi da alcuni passaggi narrativi, Le lacrime del Nilo di Reem Gaafar. Non perché la storia non sia coinvolgente, anzi, lo è fin troppo: quel che accade ai personaggi, le descrizioni delle loro sofferenze non sono bocconi particolarmente digeribili. Ma forse è questa la prima virtù della scrittura di Gaafar, e cioè riuscire a creare un legame tra chi legge e i personaggi.
Siamo in Sudan, in un piccolo villaggio sulle rive del grandioso Nilo, nel 1989. Non è, questo, un periodo così semplice per gli abitanti, costretti a vivere giorno per giorno, di raccolto e allevamento di sussistenza, divisi da lotte politiche. Il Nilo, poi, non è un alleato, anzi, piuttosto sembra un nemico silenzioso che serpeggia indifferente ai drammi altrui: «Il fiume portava loro la vita. Ma non era un amico» (p. 16), si precisa all'inizio. Proprio per questo, il romanzo si apre con una disgrazia ricorrente nel villaggio. Una persona, l'ennesima, sembra essere scivolata sulla sponda del fiume e non riemerge da ore, da giorni. Questa volta, però, è un bambino, Mohamed, il protagonista della tragedia e sua madre Sulafa non trova pace. Vuole che si cerchi giorno e notte, in tutti i punti del fiume, non tanto per la speranza di ritrovarlo vivo, quanto per avere una tomba su cui piangere la malasorte.
Grazie alle capacità scrittorie di Gaafar, che rende perfettamente lo stile di vita condotto da Sulafa, donna oppressa dalla suocera, prima moglie di un marito poligamo e violento, considerata inutile perché ha partorito un solo figlio, chi legge, sin dalle prime pagine, si affeziona immediatamente alle donne protagoniste di questo romanzo. Con una tecnica narrativa molto attenta, l'autrice passa da Sulafa a Fatima, un'altra donna centrale. In realtà, Fatima è una ragazzina, ma già promessa in sposa a un cugino e – inutile dirlo – contro la sua volontà. La giovane, infatti, ha ambizioni più grandi, desidera studiare, vedere il mondo, non accetta che la sua vita venga governata dalla superstizione e da una fede, trattata anch'essa come una superstizione. «Di generazione in generazione venivano tramandate così tante assurdità su quello che "si doveva" fare, su cosa fosse "giusto", su come "dovevano" essere le cose» (p. 245): Fatima le chiama "assurdità" ma sono vere e proprie leggi non scritte, che hanno un peso sull'esistenza altrui.
Se con Sulafa si partecipa davvero al dolore di una donna mentalmente e fisicamente abusata e Fatima ci insegna a indignarci di fronte a bugie e vecchi schemi di credenze, la terza protagonista ha un fascino maggiore. È una donna, un'anziana, misteriosa, di cui chi legge non conosce né le fattezze del volto né il nome, fin quando non legge un'ampia seconda parte tutta dedicata a lei. Si chiama Nyamakeem e possiede i tipici tratti di una donna del Sud Sudan: occhi allungati, tratti del viso armoniosi, pelle scura e un'altezza notevole. Già la fisionomia basta a scacciarla da qualunque villaggio del Nord e a far emergere i profondi rancori tra la parte settentrionale e quella meridionale del Paese, ma sono le leggende che si raccontano su di lei a renderla una reietta. Gaafar è molto equilibrata nel raccontare il contesto sudanese; senza dilungarsi troppo, mostra un popolo affamato, spesso in povertà, instabile politicamente e quindi anche nelle vite di tutti i giorni. Soprattutto, un popolo in lotta.
Nyamakeem affronta le conseguenze di scelte controcorrente, lo stigma familiare e la rinuncia ai suoi beni pur di non perpetrare la lotta contro uomini e donne del Nord. Tuttavia, se c'è una lezione di cui l'autrice ci vuole rendere partecipi, è che il prossimo, spesso, non ha le nostre stesse buone intenzioni. In particolare, a non uscirne molto bene sono gli uomini. Dispotici o aggressivi, vanitosi o irrisolti, i personaggi maschili del romanzo non vengono ritratti in modo edificante né per come trattano le donne né per come trattano i figli: «A ben vedere, tuttavia, lui era forse più fortunato degli altri: con tutti i figli morti tranne una, aveva meno bocche da sfamare» (p. 112). Gaafar, però, ci avverte che anche questo è il risultato di un retaggio, che non esiste la natura cattiva e che l'uomo non è ontologicamente peggiore della donna: «Come sudanesi e, in particolare, come arabi, manifestare pubblicamente paura o dolore era considerato una dimostrazione d'inaccettabile effeminatezza, era un tradimento della loro salda e incrollabile mascolinità» (p. 82). Il loro cinismo non è che ciò che tutti si aspettano che facciano. Solo quando, nel romanzo, alla tragedia di Mohamed si unisce la carestia a seguito di un incendio, in cui vengono distrutte intere piantagioni di datteri e uccisi gli animali, alcuni uomini si lasciano andare a pianti disperati: hanno perso quello per cui sono riconosciuti in società, cioè il sostentamento familiare.
Le lacrime del Nilo è un romanzo denso di tematiche, di avvenimenti ed emozioni diverse. Si arriva in contatto con una popolazione diversa, per certi aspetti, ma la bravura della scrittrice sta proprio nel fare da filtro tra le differenze, per cogliere gli aspetti comuni tra le varie culture. Oltre alla trama, molto appassionante, si apprezza molto lo stile di Gaafar, musicale e fluido, e il fraseggio armonioso. A volte davvero mi è sembrato di leggere una poesia o una canzone di cui si conosce già la melodia, tanto da voler rileggere alcune frasi più volte per assaporarne tutti gli elementi. Allo stesso modo, anche i singoli elementi della storia sono cuciti molto bene tra loro, con coerenza e pazienza, facendo sì che tutti i nodi, alla fine, vengano sciolti.
Camilla Elleboro
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