di Tiemen Hiemstra
Adelphi, settembre 2026
Traduzioni di Dafne Paris
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Se W. venisse venduto nelle librerie con una fascetta e la fascetta riportasse una delle tante frasi abbruttite da guerrilla marketing librario, penso che la sentenza scandalosa potrebbe essere qualcosa come: «Il nuovo Salinger servito all’europea!» o altre esagerazioni in questo stile.
Non c’è nulla di negativo, per me, in quello che voglio dire. Il libro parla di un’amicizia sviluppata durante le superiori tra il protagonista, anche voce narrante, e W., che perdurerà fino alle occupazioni universitarie ad Anversa, dove i due amplieranno i confini dell’amicizia per aggiungere al loro rapporto Hilde, anche lei studentessa. Parallelamente a questo filo di trama ne scorre un secondo, ambientato nel presente del tempo in cui il protagonista racconta, in cui Hilde e il protagonista, dopo la scomparsa improvvisa di W. anni prima, cercano di capire, a causa di uno sfuggente avvistamento, se l’amico comune sia ritornato oppure no. Nel modo di sviluppare la trama è evidente la volontà dell’autore di ricollegarsi a una tradizione del romanzo di formazioni breve, emotivo e mimetico nella forma della generazione rappresentata che ha tra i capostipiti proprio Il giovane Holden.
Il problema del libro sta però nella resa pratica, perché se è vero che si pone in relazione con un exemplum tanto prestigioso, è vero anche che per raggiungerlo avrebbe dovuto rimodernare lo stile innovativo che escogitò Salinger per il suo capolavoro, e non è semplice compito.
Le sue pupille dilatate erano tunnel verso una grande, oscura massa d’acqua dove, una volta immersi, non c’era certezza di tornare a galla. Liberato da una specie di solitudine, liberato da una specie di solitudine, liberato da una specie di solitudine… Il sorriso chimico, le mascelle ruminanti, quegli occhi ciechi. Come se non fosse W. a parlarmi, ma un pupazzo meccanico. (p. 41)
Ci tengo ad aggiungere, da ammiratore del lavoro editoriale di Adelphi, che trovo strana l’uscita di questo libro e la sua piccina presenza nella collana Fabula di fianco a Philip Roth e Thomas Bernhard; non capisco quale elemento del libro li abbia spinti a concepirlo confacente al loro catalogo.
W. dovrebbe far parte allora della categoria di libri che potremmo chiamare “letteratura d’ingresso” o, come diceva mio padre della marijuana rispetto all’eroina, “anticamera della letteratura pesante”. Dico questo perché, pur rimanendo un libro di valore, con una storia semplice, ma ben sviluppata e delle riflessioni stimolanti, manca di una dose di complessità e soprattutto oscurità tale da permettere al ricordo della lettura compiuta di occupare a lungo abusivamente il nostro inconscio.
Hiemstra è un giovane autore che fa ben sperare e il cui primo romanzo non è per niente da falò in giardino, ma forse gli serve ancora tempo per maturare fino al massimo potenziale scelte come quella dell’uso dei meme all’interno della narrazione, che, pur essendo una trovata intelligente, non ha però nessuna effettiva interferenza col materiale narrativo.
Ci son tanti libri a questo mondo e ad alcuni darei la precedenza su questo, ma ciò non toglie che la voce del suo autore mi ha incuriosito e leggerò, forse per ribaltare forse per confermare il mio giudizio, anche il suo prossimo libro.
Paolo Sciortino
