La vincitrice del XVI Premio Lattes Grinzane Julia Deck: «Le finzioni che ci raccontiamo sono quelle che ci permettono di agire»


Julia Deck

Incontriamo Julia Deck in Fondazione Bottari Lattes, il pomeriggio precedente alla cerimonia che la incoronerà vincitrice del prestigioso Premio Lattes Grinzane, giunto alla sua XVI edizione, con Ann d’Inghilterra. Dopo romanzi con un taglio puramente fiction, l’autrice francese sceglie qui una materia molto più intima e autobiografica: la malattia della madre Ann, il rapporto tra madre e figlia, la memoria familiare, il corpo, il tempo e tutto ciò che resta enigmatico anche nelle persone che crediamo di conoscere meglio.

Eppure Ann d’Inghilterra non è semplicemente un memoir, né un libro sulla malattia. Deck mantiene intatti alcuni degli elementi più riconoscibili della propria scrittura: il controllo della forma, l’ironia, la distanza dal pathos, l’interrogazione sull’identità e sul modo in cui ogni racconto trasforma inevitabilmente la realtà in costruzione letteraria.

In Ann d’Inghilterra sua madre è naturalmente una persona reale, ma diventa anche un personaggio letterario. In quale momento ha avuto la percezione che Ann, sua madre, stesse diventando Ann, il personaggio?

"Credo che questo accada già nel momento stesso in cui si decide di scrivere un romanzo. Da quel momento, la persona è già diventata un personaggio. Sapevo che non avrei scritto né un diario né una cronaca. Volevo che questo libro rimanesse vicino agli altri miei romanzi e conservasse una dimensione propriamente letteraria. In un libro, inevitabilmente, compare soltanto una parte della persona reale. Non significa mentire o deformare: significa scegliere alcuni aspetti e alcuni momenti della persona che si vuole raccontare. Per me era molto importante dare al libro questa cornice, proprio perché assomigliasse agli altri miei libri e non diventasse qualcosa in cui io fossi sopraffatta dall’emozione a causa degli eventi drammatici che stavo vivendo".

Nel libro la memoria ha un ruolo fondamentale, ma appare anche come un archivio non del tutto affidabile. Scrivendolo, ha scoperto che ricordare significa inevitabilmente anche inventare?

"In ogni caso significa ricomporre. Ho l’impressione che la memoria funzioni un po’ come il cinema: si scelgono determinate sequenze della vita e poi le si organizza. Un altro regista, partendo dalle stesse immagini, avrebbe potuto raccontare una storia diversa".

Uno degli aspetti che più riconosco nella sua scrittura è l’ironia, che arriva spesso proprio dove ci aspetteremmo il massimo del pathos. Possiamo considerarla anche una forma di disciplina, un modo per impedire all’emozione di prendere completamente il sopravvento?

"Sì, trovo molto giusto parlare dell’ironia come di una forma di disciplina. Tendiamo naturalmente ad associare alle situazioni drammatiche il pathos, ma in realtà il pathos non è affatto obbligatorio. È una scelta estetica, una scelta di stile. Io non voglio diventare improvvisamente qualcun altro soltanto perché mi accade un determinato evento. Sono sempre la stessa persona che attraversa situazioni diverse e continuo quindi ad affrontarle attraverso il mio personale prisma, che è quello dell’ironia.

Penso possa esserci anche qualcosa di atavicamente anglosassone in questo, qualcosa che appartiene all’umorismo inglese: questa capacità, o forse incapacità, di prendere le cose completamente sul serio. Alla fine è uno strumento molto utile, perché permette di posare sulle cose uno sguardo più sopportabile. E consente anche di affrontare situazioni molto dure senza nasconderle, senza ricoprirle con una patina drammatica che non è necessariamente più realistica di qualunque altra forma di rappresentazione".

Un altro grande tema del libro è il corpo, un corpo che improvvisamente sembra tradire la persona che lo abita. Eppure lei non riduce mai Ann alla sua malattia. Quanto era importante sottrarla a quella trasformazione per cui, in ospedale, una persona rischia di diventare soltanto una paziente o addirittura una diagnosi?

"È quello che ho cercato di fare prima di tutto nella vita, quando ero accanto a mia madre, e poi mentre scrivevo il libro: ascoltare. È vero che in ospedale una persona viene spesso ridotta ai propri sintomi, e talvolta in maniera molto brutale. Mi sono accorta molto rapidamente che gli atteggiamenti e le espressioni di mia madre raccontavano spesso qualcosa di molto diverso rispetto alla diagnosi che era stata formulata. Naturalmente per la medicina è importante stabilire una diagnosi, perché serve a capire che cosa bisogna fare. Ma una diagnosi è anche una sorta di etichetta alla quale vengono associate tutta una serie di caratteristiche.

La persona sulla quale viene applicata quell’etichetta, però, può comportarsi in maniera completamente diversa. Quello che ho constatato ogni giorno, e che continuo a constatare ancora oggi quando parlo con mia madre, è una grandissima vitalità, un grandissimo desiderio di continuare, qualunque siano le circostanze. E questo non era affatto previsto dalla diagnosi iniziale".

Quando la malattia mette in pericolo una persona che amiamo, esiste spesso la tentazione di riscrivere anche il passato, attenuando conflitti e asperità. Lei ha dovuto difendersi dalla tentazione di rendere Ann “migliore” proprio perché rischiava di perderla?

"Volevo assolutamente scrivere questo libro quasi contemporaneamente agli avvenimenti. Quello che stava accadendo era estremamente brutale e sapevo di trovarmi in una sorta di stato di shock. Sapevo anche che, con il passare del tempo, probabilmente avrei superato quello stato e avrei guardato le cose in maniera diversa. Normalmente si scrive a partire da una certa distanza. Io stessa, quando tengo dei laboratori di scrittura, dico sempre che bisogna prendere le distanze per riuscire ad avere una visione chiara della situazione.

Ma può essere interessante anche fare esattamente il contrario.

Mi interessava cercare di catturare quello stato di shock, quel momento di fortissima intensità in cui, da una parte, forse si vedono le cose in maniera leggermente deformata, ma dall’altra le si vede anche in maniera molto più chiara e nitida".

Nel libro emerge anche una sorta di genealogia femminile: generazione dopo generazione, queste donne conquistano una possibilità in più – studiare, partire, scegliere, scrivere. Lei si sente l’ultimo anello di questa catena oppure il primo che ha avuto la possibilità di raccontarla?

"Ho l’impressione che io possa scrivere oggi proprio perché le altre donne, generazione dopo generazione, hanno posto le basi che mi hanno permesso di arrivare alla scrittura. Forse è una finzione che mi racconto oggi. Ma, se è una finzione, è una finzione che mi fa comodo e che mi è utile.

D’altronde, le finzioni che hanno maggiore capacità di agire sulla realtà sono proprio quelle che raccontiamo a noi stessi: le rappresentazioni e le mitologie che abbiamo nella testa e che ci permettono di agire nel presente". 

Proprio a proposito di mitologia: il titolo Ann d’Inghilterra fa pensare quasi al nome di una regina, a una figura leggendaria. C’è anche una volontà di conferire ad Ann una dimensione mitica?

"Credo che sia soprattutto legato alla dimensione eroica che ci si aspetta da un personaggio. L’Inghilterra, da un certo punto di vista, è molto vicina alla Francia, ma allo stesso tempo è anche molto lontana. È un’isola che coltiva le proprie abitudini, i propri modi di fare. Per me c’è quindi qualcosa di leggermente mitologico già in quell’origine. E poi c’è anche una riflessione sull’idea stessa di eroismo.

Consideriamo eroiche le storie delle famiglie reali, ma in fondo quelle storie sono ereditate. Tutte le persone che appartengono a una famiglia reale si sono ritrovate in quella posizione perché il loro destino era già scritto. Io invece racconto un personaggio che, in larga misura, ha scritto da sola il proprio destino.

È un destino molto modesto, certo, ma proprio per questo mi sembra, alla fine, più eroico che ricevere in eredità un destino già costruito".

Ann lascia l’Inghilterra, sceglie la Francia, attraversa lingue e classi sociali. Eppure sembra rimanere sempre, in qualche modo, straniera. E forse una madre è inevitabilmente anche un po’ straniera per sua figlia. Il libro nasce dal tentativo di conoscere questa “straniera” che si ha accanto per tutta la vita?

Ho l’impressione che non potrei scrivere un libro su una persona con la quale avessi una familiarità immediata. Per esempio, non credo che potrei scrivere un libro su mio padre. Con lui esiste una forma di comprensione. Naturalmente la nostra è una storia complessa e conflittuale, come tutte le storie, ma c’è una sorta di legame familiare evidente. Mia madre, invece, è sempre stata una persona estremamente opaca per me.

Ed è proprio questo che crea una dimensione romanzesca: c’è qualcosa da cercare. Non so se poi lo si trovi davvero, ma esiste comunque un enigma legato a quella persona, e questo enigma le conferisce una sorta di destino romanzesco".

Chiudiamo con il Premio Lattes Grinzane, dove gli studenti di ben 25 giurie di tutta Italia, più una di una scuola straniera, che quest’anno era francese, decreteranno il vincitore. Che cosa le piacerebbe che un lettore di diciassette o diciotto anni trovasse in Ann d’Inghilterra? Che cosa vorrebbe che portasse con sé dopo averlo letto?

"Credo che la cosa migliore che possa accadere sia che i giovani lettori si approprino del libro. Vorrei che trovassero qualcosa che parli anche a loro, nonostante il libro racconti persone molto più anziane. Forse possono riconoscersi nel mistero della genealogia, nel mistero della filiazione, nel modo in cui scopriamo le figure che ci hanno preceduto. Ci sono anche ragazzi molto giovani che hanno già vissuto all’interno della propria famiglia eventi estremamente drammatici. Forse trovare una forma, trovare delle parole per trasporre un’esperienza di questo tipo permette anche di incorporarla, di farla propria e, successivamente, di continuare a vivere la propria vita".


premiazione
La premiazione di Julia Deck al Teatro sociale di Alba

Intervista a cura di Samantha Viva.

Si ringraziano l'autrice, la Fondazione Bottari Lattes, l'Ufficio stampa LaWhite per l'organizzazione dell'intervista e le foto, e la traduttrice Eva Bruno, oltre alla casa editrice Adelphi.