Io e Dio: "Il giorno del giudizio" di Jacqueline Harpman

Il giorno del giudizio
di Jacqueline Harpman
Blackie, settembre 2026

Traduzione di Chiara Elefante

pp. 128
€ 18,90 (cartaceo)
€ 11,90 (ebook)

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«La tua mancanza di serietà mi lascia sbigottito. Dobbiamo continuare la nostra discussione.»
«Per quanto si possa chiamare discussione! Lei dice di esistere, io dico che sono in preda a un’allucinazione, e ci areniamo. Insomma, quali sono le tue intenzioni?»
 «Devi convertirti.»
«E rinnegare le convinzioni di tutta una vita? Cosa ci guadagno, se non la mia stessa disistima?»
«L’eternità al mio fianco.» (p. 68)

Una scrittrice ottantenne muore ma, invece di sprofondare nel nulla, si ritrova a fare i conti con il Creatore in persona: questo è l’incipit fulmineo del Giorno del giudizio, un romanzo breve, perlopiù dialogato, della psicanalista e scrittrice belga Jacqueline Harpman. La protagonista è un alter ego dell’autrice, che non nasconde mai di star parlando di se stessa durante la narrazione. E dunque, per deduzione, anche le convinzioni della protagonista dovrebbero rispecchiare quelle di Harpman stessa: atea convinta, è stata persuasa per tutta la vita che dopo la morte non esiste niente se non un grande vuoto. Quale occasione, dunque, quella di ritrovarsi faccia a faccia con Dio dopo il trapasso?

Ne discende un dialogo che, più che incentrarsi sui massimi sistemi, ruota intorno a un fulcro piuttosto surreale: da un lato troviamo la protagonista, convinta di non essere morta ma anzi di star vivendo un’allucinazione dovuta alle sue precarie condizioni; dall’altro c’è Dio, con l’arduo compito di convincere la donna non solo di essere morta, ma anche della propria esistenza.

E a nulla valgono gli argomenti razionali, né quelli intuitivi, né tantomeno i salti nel tempo e la visione di miracoli in prima persona: le convinzioni della Jacqueline protagonista sono inscalfibili. Lei continua a sostenere di non essere morta e che Lui esista soltanto nella sua mente.

Poco dopo le prime battute, però, è facile notare come il dialogo non mantenga le premesse iniziali: più che una conversazione filosofica intellettualmente stimolante, il romanzo vira piuttosto verso un divertissement che a tratti rischia di essere stagnante. Sono infatti due i problemi principali che minano la credibilità della conversazione.

Il primo è che il dialogo non decolla veramente. L’incredulità di Jacqueline-protagonista non viene quasi mai scalfita e, passata la metà del testo, le argomentazioni sembrano ripetersi (su un modello “io sono Dio e tu sei morta”, “dimostramelo”, “ora farò questo e tu mi crederai”, “non è abbastanza”). Arrivati alla fine, nessuno dei pur fertilissimi stimoli che si potrebbero ricavare da una conversazione con l’Onnipotente viene affrontato. Solo per citare alcuni classici: l’esistenza di Dio, il senso della vita, il libero arbitrio, l’inizio e la fine dell’universo, il caso e la necessità. Ogniqualvolta ci si avvicina a uno di questi temi, la conversazione vira altrove. È il caso del libero arbitrio, che Jacqueline-autrice mette in bocca al suo Dio come risposta standard alle affermazioni di Jacqueline-protagonista riguardo all’orrore di questo mondo (come immagine di un eventuale orrore e impotenza di Dio stesso). Si potrà obiettare che non è questo l’obiettivo del romanzo: che per scomodare una divinità non è necessario arrivare a intrattenere una conversazione sui massimi sistemi. È vero, però allora deve esserci una valida alternativa che mantenga viva l’attenzione del lettore per tutta la durata del romanzo. Deve esserci, insomma, qualcosa che il lettore percepisca come gratificante quando volta l’ultima pagina.

Il secondo punto debole sta proprio nella meccanica del dialogo. Dio, più che un essere superiore, onnipotente e onnisciente, sembra un agente immobiliare poco abile, incapace persino di valorizzare il benché minimo dettaglio della casa in vendita. Le sue risposte sono fiacche e inconcludenti, senza il mordente necessario per convincere chicchessia della minima questione, figuriamoci un’atea incallita dotata di un’ironia sopraffina. Il risultato è che Jacqueline-protagonista vince qualsiasi argomentazione senza sforzo e Dio, anziché tentare di controbattere con una logica stringente, viene messo all’angolo con estrema facilità. Poiché infatti Jacqueline-autrice è sia protagonista sia Dio, nel momento in cui costruisce Dio come interlocutore intellettualmente debole, sta costruendo un avversario che la propria controparte letteraria può battere senza difficoltà. La conseguenza è che da questo dialogo non si ricava alcunché: la posta in palio – che pure c’è, ed è altissima – non viene mai percepita come reale; né tantomeno il lettore viene coinvolto in qualche modo, dato che la conversazione resta sospesa fino al finale, per poi scemare verso il nulla.

Il giorno del giudizio è un romanzo breve e ironico, molto diverso nello stile e nella trama rispetto all’altro libro tradotto da Blackie e che – giustamente – ha riscosso un successo notevole anche in Italia, ossia Io che non ho conosciuto gli uomini. Se lì la forza era nell’ambientazione e nei ragionamenti sopraffini della protagonista, in questo testo entrambi gli elementi sembrano mancare. In entrambi i casi infatti ci troviamo davanti a due protagoniste incapaci di comprendere ciò che sta accadendo. Là però avevamo una donna posta suo malgrado davanti a un mondo che non forniva certezze, perché nessuno era in grado di darle; qui abbiamo una donna davanti a Colui che – letteralmente – dovrebbe possedere tutte le risposte, in quanto creatore del mondo. Eppure il confronto con Dio finisce per offrire meno stimoli delle domande senza risposta che attraversavano il mondo sostanzialmente svuotato di Io che non ho conosciuto gli uomini.

Il giorno del giudizio, pur avendo una premessa notevole, finisce per essere un gioco che si avvita su se stesso, lasciando la sensazione di un potenziale sprecato.

David Valentini