La mia autobiografia di Carson McCullers di Jenn Shapland possiede un titolo, volutamente provocatorio, chiarisce subito l’intenzione dell’autrice: raccontare Carson McCullers significa inevitabilmente raccontare anche il proprio percorso di ricerca, il proprio desiderio di riconoscersi in una figura letteraria che la critica, per decenni, ha spesso cercato di rendere più rassicurante di quanto fosse realmente. Il risultato è un’opera che si colloca a metà tra biografia, memoir, saggio letterario e riflessione queer, senza aderire completamente a nessuno di questi generi. È proprio questa natura ibrida a renderla il suo maggiore punto di forza. Uno degli aspetti più interessanti del volume consiste nella scelta di non fingere un’impossibile neutralità. Shapland espone continuamente i propri dubbi, le proprie paure e perfino il senso di inadeguatezza che accompagna la ricerca. In un passaggio particolarmente significativo scrive:
«Chi ero io per intervistare un’icona? E, forse, il vero dubbio di fondo, quello che rendeva così invitante la prospettiva di evadere dalla residenza per un fine settimana: chi ero io per scrivere di un’icona?» (p. 161)
Questa confessione potrebbe sembrare una semplice nota autobiografica, ma in realtà diventa una dichiarazione di metodo. La biografia smette di essere il racconto oggettivo di una vita e diventa un confronto continuo fra chi osserva e chi viene osservato. L’autrice riconosce che ogni interpretazione nasce da una posizione precisa e che anche lo sguardo del biografo merita di essere interrogato. La ricerca sulla vita di Carson McCullers procede così insieme alla costruzione dell’identità della stessa Shapland. Le due traiettorie finiscono spesso per sovrapporsi, soprattutto quando il libro affronta la questione dell’identità queer e delle relazioni affettive della scrittrice americana. Significativa è la riflessione nata dall’incontro con Eileen Myles:
«Eileen utilizza il pronome neutro “they”». (p. 161)
Da questo episodio apparentemente marginale prende forma una meditazione molto più ampia sul linguaggio, sulle categorie identitarie e sulla difficoltà di descrivere persone appartenenti ad epoche diverse con strumenti concettuali contemporanei. Shapland affronta il tema con onestà, mostrando i propri interrogativi invece di trasformarli in certezze. È probabilmente questa prudenza interpretativa a distinguere il libro da molte operazioni recenti che tendono a sovrapporre il presente al passato senza sufficiente distanza critica. Il cuore emotivo del volume emerge però soprattutto quando Carson McCullers entra davvero in scena attraverso le sue relazioni. Una delle pagine più intense riguarda il rapporto con Annemarie Schwarzenbach. Shapland osserva come la documentazione restituisca una complessità molto maggiore rispetto alle narrazioni consolidate:
«Le sue lettere svelano un lato diverso di lei, che esprime amore e devozione». (p. 101)
È una frase breve ma decisiva, perché invita il lettore a diffidare delle rappresentazioni semplificate. Le figure femminili che attraversano la vita di McCullers non vengono ridotte a muse, tentazioni o episodi sentimentali, ma recuperano una profondità psicologica che spesso la storiografia letteraria aveva lasciato sullo sfondo. In questo senso il libro compie un importante lavoro di restituzione, mostrando quanto la corrispondenza privata possa modificare l’immagine pubblica di uno scrittore.
Anche la scrittura contribuisce a creare questa sensazione di vicinanza. Shapland alterna ricerca archivistica, scene di viaggio, incontri e riflessioni personali con una naturalezza che rende il libro estremamente coinvolgente. Talvolta, però, proprio questa continua oscillazione tra memoir e biografia rischia di sbilanciare il racconto. Alcuni lettori potrebbero desiderare una presenza più costante di Carson McCullers, mentre in diversi capitoli l’autrice finisce inevitabilmente per occupare il centro della narrazione. È una scelta coerente con il progetto dichiarato dal titolo, ma che può lasciare la sensazione che alcuni aspetti della produzione letteraria della scrittrice americana rimangano in secondo piano rispetto al percorso personale della ricercatrice.
Si tratta tuttavia di un limite relativo, perché il libro non nasce con l’intenzione di sostituire una biografia tradizionale. La mia autobiografia di Carson McCullers propone piuttosto una riflessione sul modo stesso in cui costruiamo la memoria degli scrittori, sulle omissioni della critica e sul valore della ricerca personale quando incontra gli archivi. Carson McCullers emerge come una figura viva, contraddittoria e profondamente umana, sottratta alle semplificazioni che per troppo tempo ne hanno accompagnato la ricezione. Jenn Shapland firma così un’opera originale, che dialoga con la critica letteraria contemporanea senza rinunciare a una forte componente narrativa. È un libro che parla di Carson McCullers, ma anche della responsabilità di chi racconta le vite altrui e della necessità di rileggere il canone attraverso domande nuove. Più che riscrivere una biografia, invita a riflettere sul fatto che ogni biografia è, inevitabilmente, anche l’autoritratto di chi la scrive.
Alessia Alfonsi
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