Reggio Calabria, primi anni Ottanta. Lucia Carbone ha sedici anni e conduce una vita apparentemente normale: frequenta il liceo classico, esce con le amiche, lancia occhiate fugaci ai ragazzi per poi arrossire di vergogna. Tuttavia, al di sotto di questa patina di normalità, la ragazza nasconde un segreto, qualcosa che non può rivelare a nessuno, e che fa quasi fatica ad ammettere a sé stessa: nello scantinato della casa di sua nonna, ormai abbandonata, Lucia ha rinchiuso un ragazzo, tale Rosario Cristallo, sogno proibito della sua migliore amica e figlio di un boss locale. La motivazione di tale gesto sta nel sospetto, da parte di Lucia, che la famiglia del ragazzo sia implicata nella morte dell'amatissima zia, ritrovata uccisa poco tempo prima. Lucia prosegue nella sua vita quotidiana, ma mentre porta avanti le incombenze di tutti i giorni una parte di lei, del suo pensiero, resta in quello scantinato, ed è lì che torna, ogni volta, a nutrire il suo prigioniero perché resti in vita e possa darle le informazioni di cui ha bisogno.
Quello di Mallamo è un libro potente, che indaga sentimenti ed elementi fondanti della vita umana: l'importanza della verità, il bisogno di appartenenza, la necessità di conoscere le proprie radici, l'eros e le prime scoperte della gioventù. Il racconto della reclusione di Rosario va di pari passo con la narrazione di quanto accade fuori da quello scantinato fino a quando le due strade si intrecciano e portano ad uno stravolgimento inaspettato. La domanda centrale del libro, infatti, è questa: quanto davvero conosciamo la famiglia da cui siamo nati? Possiamo davvero dire di sapere tutto delle nostre origini? Infine, siamo davvero disposti a farci vedere e farci salvare da qualcuno?
"E' stata lei ad abbracciarmi e battermi, e io respiro e le sorrido e ringrazio anche se le parole non mi escono, e pure Bea è tutta in confusione, e la gente ci sta guardando e ci viene da scappare. Scappiamo sempre, se qualcuno ci salva." (p. 139)
Poiché si tratta di un libro fortemente connotato dal punto di vista regionale, particolarmente importante – centrale, potremmo dire – è l'uso del dialetto, utile non solo alla ricreazione di una lingua mimetica, ma anche come elemento per la resa del mondo in cui vive Lucia, in cui l'utilizzo della lingua vernacolare può essere appartenenza o respingimento, inclusione o esclusione. Il dialetto, inteso come requisito per essere parte della società in cui si è immersi, fa da contraltare a una assenza di comunicazione reale: all'interno del nucleo familiare si fatica a parlare davvero, ad aprirsi in maniera sincera, e tutto viene ridotto a una interazione di facciata, con molti non detti e diverse cose taciute, e saranno proprio queste ultime, a rovesciare tutto quello che Lucia credeva di sapere sulla propria famiglia.
"Si mangia!" arriva mamma con la pasta, e quella finta allegria nella voce, la voce senza Gedo nella casa senza Gedo. Così mangiamo, e ci diciamo solo quanto è buona la pasta e quanto è brava mamma, e le vongole ci salvano un'altra volta, per un poco." (p. 132)
Mallamo, inoltre, tratteggia bene la società patriarcale raccontata nel libro, un mondo che vive sulle orme del potere maschile:
"perché la schiavitù si tramanda di madre in figlia, anche se non ci credi, anche se non la vuoi. E quei lenzuoli ci legano tutte, una catena di donne e lenzuoli, deisse incatenate, fantasmi ricamati - noi e loro - a punto spino, a punto catenella, a punto croce." (p. 110)
Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Mallamo è decisamente interessante: procede per grandi e piccole illuminazioni, e si regge spesso sull'accumulo di frasi a cascata, in cui la sintassi regge l'espressione di un mondo emotivo sempre urgente e forte, che termina talvolta in illuminazioni improvvise:
"Quando usciamo siamo esausti e Gedo piagnucola, gratta la cinghia della borsa e non sembra nemmeno così contento di partire, ma forse quello è l'effetto di tutta la paura che mamma ha lavato, stirato e piegato, tutta la paura che ha sistemato nella cartella, che ha messo nell'acqua della pasta, e nel sugo, e nell'olio della cotoletta, e negli asciugamani, he ha legato agli stipiti e infilato dentro le federe, tra i flaconi dei detersivi, nel secchio. Forse respiriamo sempre paura, e pensiamo sia l'odore di casa, e quello ci manca." (p. 115)
Un esordio decisamente interessante, una voce destinata a scrivere altre storie da leggere.
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