La società sospesa. La crisi del lavoro moderno tra precarietà, overworking e frustrazione del talento
di Nazaria Solferino e Serena Fiona Taurino
Editoriale Scientifica, maggio 2026
pp. 136
€ 12,00 (cartaceo)
Vedi il libro su Amazon
di Nazaria Solferino e Serena Fiona Taurino
Editoriale Scientifica, maggio 2026
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Questa volta il pulsante verde lo hanno premuto Nazaria Solferino e Serena Fiona Taurino, pubblicando La società sospesa. La crisi del lavoro moderno tra precarietà, overworking e frustrazione del talento (Editoriale Scientifica): un saggio socioeconomico e scientificamente fondato sulle conseguenze psicologiche di una precarietà lavorativa che si è fatta «condizione esistenziale» (p. 11). In un tempo segnato dall’individualismo e dall’indebolimento dei legami collettivi, Solferino e Taurino hanno dato vita a un sodalizio autorevole che unisce l’esperienza della ricerca accademica a quella maturata nelle istituzioni pubbliche, con l’obiettivo di affrontare una questione nodale del nostro tempo: cosa vuol dire, dati alla mano, lavorare – dunque vivere – nell’incertezza, quali meccanismi strutturali alimentano questo sistema e quali sono possibili traiettorie di cambiamento?
La prima nobile verità è che la nostra è un’epoca dominata da una forte instabilità occupazionale, resa manifesta dall’eccezionale varietà e diffusione di contratti atipici. Lo sfruttamento – definito un «tratto strutturale del capitalismo contemporaneo» (p. 25) – l’impossibilità di contare su una continuità di reddito e le scarse prospettive di carriera hanno provocato conseguenze che si estendono ben oltre la semplice paura di “perdere il lavoro”. Se è vero che il lavoro contribuisce alla costruzione di una narrazione identitaria, l’instabilità che oggi lo caratterizza alimenta un senso diffuso di vulnerabilità. Fragili e indifesi di fronte a una cultura lavorativa insostenibile sul piano etico e psicologico, assistiamo al crollo simultaneo di sicurezza esistenziale e appartenenza sociale, che mina la fiducia di ognuno nella propria capacità di autodeterminarsi.
La cultura del lavoro contemporaneo tende a normalizzare una produttività elevata, l’intensità cognitiva e la reperibilità costante. Il confine tra vita professionale e privata è diventato sempre più fluido, in parte a causa delle tecnologie digitali che consentono comunicazioni e attività lavorative anche al di fuori dell’orario formale, favorendo la sindrome del “sempre connesso”. (p. 33)
Il paradosso individuato dalle autrici è evidente. Il lavoratore contemporaneo è alienato, esausto, eppure incapace di fermarsi: la deriva del sistema capitalistico, che egli nutre e da cui è nutrito, non lo spinge a rallentare e ripensare la sua vita – almeno non prima di una certa soglia. Piuttosto, preme sull’acceleratore, incalzato da una spinta nevrotica che lo incita a impegnare nel lavoro sempre più energie. Questa spinta si manifesta tanto in un lavorare oltre il dovuto (overworking) – specie dal lockdown in poi, per via dell’accessibilità dello smartworking – quanto nel fenomeno del presenteeism, la cosiddetta “disponibilità continua” come prova di impegno e dedizione, nonché «requisito implicito per mantenere la propria posizione, per ottenere promozioni o per evitare valutazioni negative» (p. 43). A ciò si deve, per esempio, la scelta di lavorare anche quando le condizioni di salute fisiche o psichiche sono compromesse, motivata «più dalla paura di essere percepiti come insufficienti o poco dedicati che da una reale capacità produttiva» (p. 42).
Dietro questa dinamica si nascondono motivi ben precisi, di cui siamo consapevoli solo in parte: senso di inadeguatezza, timore di essere tagliati fuori o sostituiti, competizione esasperata, aspettativa di prestazioni che reggano il confronto con i ritmi delle macchine – delle quali l’uomo sembra essere divenuto, nel migliore dei casi, burattinaio, nel peggiore, un’appendice. Il prezzo più alto di questa tensione cronica è il burnout: un autentico esaurimento emotivo e cognitivo dovuto alla costante mobilitazione di risorse, quelle richieste dalla continua incertezza. Stanchezza generale, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno, ma non solo: anche e soprattutto distacco emotivo dal lavoro che si è scelto, dallo scopo per cui lo si svolge, dal significato che esso ricopre in un'esistenza dove sembra reclamare la quasi totalità del tempo a disposizione, compromettendo anche la qualità dei legami affettivi e delle relazioni sociali, pilastri del benessere individuale.
Chi vive in stato di instabilità tende a ridurre investimenti emotivi e sociali a causa del timore di non poter mantenere impegni nel medio-lungo termine, generando un’isola sociale invisibile fatta di relazioni frammentate, occasioni sociali ridotte e crescente senso di isolamento. (p. 47)
Se dovessimo individuare una figura emblematica della “società sospesa” raccontata da Solferino e Taurino, essa è senza dubbio quella del dottorando e ricercatore universitario. Chiunque ambisca a entrare stabilmente nel mondo accademico, si trova oggi a fronteggiare una realtà dove la precarietà e l’iperlavoro trovano la massima rappresentazione, ma le cui problematiche strutturali sono ancora poco raccontate. Questo rende l’operazione delle autrici ancora più degna di merito. Uno degli argomenti più distintivi del disagio accademico che emerge è rappresentato dalla cultura del publish or perish. I principali criteri per avanzare di carriera si basano infatti sull’accumulazione di risultati scientifici, e il 90% dei ricercatori, scaduto il contratto, viene espulso dal sistema per mancanza di posti: questo rende l’università italiana l'arena di una lotta alla sopravvivenza, dove il magro conforto dei membri che la compongono è la condivisione della medesima condizione, con rassegnazione e poco slancio verso il cambiamento. Questo da un lato provoca nei ricercatori una esacerbazione dei sintomi del burnout; dall’altro, poiché «la sopravvivenza implicita dell’individuo diventa centrale rispetto alla generazione di nuove idee» (p. 83), a risentirne è la qualità della ricerca stessa, essendo il benessere cognitivo e psicologico essenziale per indagini originali e innovative.
Se il mondo accademico ha pochi posti da garantire, spesso già concordati sulla base di meccanismi clientelari; se i privati non sanno che farsene di individui iperformati e dalle competenze fin troppo specialistiche; se il settore pubblico – generalmente più affezionato alla figura del factotum che a quella dello specialist – non prevede un riconoscimento del dottorato nei concorsi per accedere ai ruoli pubblici, dove collocare questa figura? È una domanda che non è più tempo di rimandare, soprattutto se si considerano le migliaia di dottorandi che ogni anno entrano nel sistema e le altrettante migliaia che ne escono, chiamate periodicamente a ripensare il proprio futuro.
Se è vero che oggi viviamo in una società sospesa, è altrettanto vero che questa sospensione non è un destino inevitabile, ma il risultato di scelte, istituzioni e modelli che possono essere messi in discussione e trasformati. (p. 14)
La società sospesa diagnostica una malattia sociale, ma non si limita alla diagnosi. Il tono non è mai retorico, polemico o aggressivo. Sottoposte al lettore le contraddizioni strutturali dell’attuale sistema lavorativo con il supporto di dati provenienti da fonti istituzionali (ISTAT, Eurostat, OECD, Eurofound, etc.), le autrici non mancano di affiancare a ogni problema individuato un’analisi concreta dei costi economici e di possibili percorsi alternativi. L’intero saggio è attraversato da una tensione propositiva in direzione del futuro: dagli interventi a livello istituzionale nel mondo accademico, in vista di una valutazione più qualitativa e meno quantitativa della produzione scientifica, a proposte più generali che strizzano l’occhio alle misure adottate da altri paesi, come la flexicurity, che integra flessibilità e sicurezza economico-sociale dei lavoratori. Tra le proposte discusse trova spazio anche il dibattito sul reddito minimo garantito, alla luce della velocità con cui molte occupazioni scompaiono dietro il susseguirsi delle innovazioni tecnologiche: questo ridurrebbe la pressione ad accettare qualsiasi occupazione pur di garantire la sopravvivenza, tutelando la dignità di ogni essere umano. È questa, in fondo, la direttrice che orienta l'intero volume: la possibilità di immaginare e costruire un modello di lavoro etico che restituisca all'individuo la fiducia nel futuro.
Il lavoro di Nazaria Solferino e Serena Fiona Taurino coniuga concretezza, responsabilità e rigore scientifico, senza mai rinunciare all'accessibilità. È una lettura che offre riconoscimento e strumenti di comprensione alle nuove generazioni di lavoratori, i quali finalmente vedono il proprio disagio riconosciuto e rappresentato con dignità. Ma è soprattutto una lettura che dovrebbe raggiungere istituzioni, rappresentanti politici e dirigenti aziendali, coloro che hanno il potere di tradurre le analisi in interventi concreti. Solferino e Taurino hanno messo a disposizione intelligenza, competenza e voce. Alle istituzioni spetta il compito di fare il resto.
E a noi? Quello di trasformare la consapevolezza in impegno corale e responsabilità collettiva, senza attendere che siano sempre gli altri a intervenire alla volta del cambiamento. La parte più difficile, dopotutto, resta sempre la stessa: essere noi quelli che premono il pulsante verde.
Giulia Tardio
