di Wu Ming
Einaudi editore, 2002
pp. 673
€ 15,67 (cartaceo)
Che anno convulso. Un anno che cambiava faccia al mondo.
La nascita del KGB. La conferenza di Berlino. Il riarmo della Germania e la sua adesione alla Nato. La sconfitta dei francesi in Indocina e la divisione del Vietnam. Tito.
La rovina di McCarthy. Tito e Cary Grant. Esperimenti nucleari nei deserti e in mezzo agli oceani. La fine del "dopoguerra".
La nascita di mostri in tutta l'Unione Sovietica: agnelli a due teste, vitelli senza gambe, una capra con un occhio solo.
S'annunciavano eventi nefasti.
Tanto per cambiare. (p. 653)
L'anno che "cambiava faccia al mondo" è il 1954, periodo in effetti denso di novità e cambiamenti. Oltre a quelli citati sopra, vale la pena di ricordare che proprio in quell'anno iniziavano le trasmissioni televisive nel nostro Paese, ci fu un campionato mondiale di calcio, scoppiavano il caso Montesi e la guerra in Algeria. E, oltre a tutto questo, si decideva la sorte della Trieste contesa da Italia e Jugoslavia.
Tanti eventi, altrettante stringhe narrative: 54 è uno dei romanzi scritti a più mani dal collettivo Wu Ming, che i lettori di CriticaLetteraria già conoscono grazie alle recensioni di tanti dei loro lavori.
Tanti anche i personaggi, soprattutto diversissimi fra loro: ex partigiani, agenti del KGB, una moglie infelice, un disertore rifugiato in Jugoslavia, uno scugnizzo in perenne lotta per la sopravvivenza, e poi nientemeno che Clark Gable e un televisore. Sì, proprio un televisore, marca McGuffin Electric modello Deluxe, il top di gamma della tecnologia americana dell'epoca. Proprio questo gioiello sarà il fil rouge che collegherà tutti i personaggi che ho elencato poco sopra (e non sono neanche tutti, pensate un po').
Tante stringhe narrative, trame diverse; risulta quindi difficile strutturare un riassunto efficace. Si sappia che tutto gira intorno al tentativo di modificare gli equilibri strategici europei spostando la Jugoslavia dall'area di influenza sovietica (più o meno, il Paese si stava già disallineando) a quella atlantica. È in questo tentativo di colpo di stato, ovviamente inventato ma non proprio inverosimile, che entra in scena Clark Gable, incaricato dai servizi inglesi e americani di prendere contatto con il Maresciallo Tito, suo grande ammiratore, facilitando il successivo lavoro delle diplomazie sotterranee delle potenze occidentali. Va da sé che dall'altra parte saranno messe in atto tutte le azioni orientate all'annullamento del piano, mediante il rapimento dell'attore da parte degli agenti del KGB.
Surreale, vero? E questa è solo una piccola parte dell'intreccio; le tante trame secondarie, che si sviluppano autonomamente per convergere perfettamente nel finale, sono arricchite dalla presenza di personaggi secondari estremamente efficaci e costruiti molto bene, tutti perfettamente inseriti nel contesto narrativo e mai ridotti a banali macchiette. Ma il romanzo presenta anche pagine di puro divertimento, in special modo nelle scene ambientate nel bar di Bologna dove lavora il protagonista principale e i cui avventori sembrano prendere vita grazie a uno straordinario lavoro di caratterizzazione, fatto attraverso i dialoghi fra loro più che da descrizioni fisiche.
Si sorride, leggendo 54, ma mai in modo banale: tutto il romanzo è pervaso da un'ironia sublime, usata dagli autori in modo quasi scientifico per scardinare e mettere in discussione verità imposte in modo dogmatico ma senza per questo perdere la rotta su valori e principi fondamentali. Tornando alle pagine dedicate alle scene presso il bar Aurora, sono evidenti i toni dissacranti con cui vengono descritte le rigidità e gli assolutismi che caratterizzavano il Partito Comunista Italiano di quel periodo (siamo nella rossa Bologna, ricordiamolo); lo stesso accade quando sulla scena vi sono tirapiedi di mafiosi, trafficanti di droga o agenti dei servizi segreti britannici o del KGB, ma la scientificità nell'uso dell'ironia sta nel suo dosaggio e nella capacità di fare salvi gli orizzonti etici e valoriali.
Cifra caratteristica dei Wu Ming, sia nei lavori collettivi che individuali, è la creazione di vicende perfettamente inquadrate nel contesto storico, e 54 non fa eccezione: la descrizione dell'Italia dell'epoca, devastata da vent'anni di fascismo, cinque anni di guerra e tonnellate di bombe sganciate su gran parte del territorio è impietosa e senza sconti, più vicina al cinema neorealista che alla successiva narrazione qualunquistica che spesso dipinge quel periodo in modo nostalgico come si descrive un'età dell'oro perduta.
Va da se che parimenti impietosa è la descrizione degli italiani, anche se fatta pronunciare da un soggetto non particolarmente affidabile in quanto a buona fede e onestà intellettuale (tranquilli, lascio a voi scoprire chi è):
«Si preoccupano tanto dei comunisti, ma il comunismo, Steve, qui non attaccherà mai, te lo dico io, non solo perché ci siamo noi, ma perché gli italiani sono troppo pigri, gli piace troppo vendersi il futuro per arrangiare il presente, guadagnarsi la giornata e ingravidare tutte le femmine che toccano. No, Steve, niente comunismo qua. Troppa fatica». (p. 549)
E il televisore? Niente paura, mister McGuffin sarà sempre al centro delle vicende: sarà ricercato, bistrattato, vilipeso, ma alla fine, risalito lo Stivale, troverà pace:
Era passato di casa in casa. Adesso era una casa. Qualcuno aveva davero bisogno di lui, alla buon'ora. Avesse avuto una bocca, un volto, McGuffin avrebbe sorriso. (p. 627)
Che romanzo meraviglioso. Non perdetevelo.
Stefano Crivelli
