Il romanzo come strumento di conoscenza. La biografia di Milan Kundera


Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera
di Florence Noiville
Neri Pozza, 2026

Traduzione di Marina Visentin

pp. 304
€ 25,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

A luglio di tre anni fa, ci lasciava Milan Kundera, «uno degli ultimi giganti che hanno creduto nel romanzo come impareggiabile strumento di conoscenza» (p. 10), come scrive Alessandro Piperno nella bella introduzione al volume di Florence Noiville. Un gigante che, al pari dell'amico Philip Roth, non ebbe mai il riconoscimento del Nobel, per motivi che in questo libro vengono anche supposti. Eppure,  nonostante l'amarezza che i suoi lettori appassionati (come la sottoscritta) hanno provato anno dopo anno per la sua esclusione, si comprende che è proprio nelle corde di Milan Kundera non essere riconosciuto dall'Accademia. Come lo è stato il rancore che il popolo ceco gli ha riservato anche dopo la caduta del comunismo e che finalmente ora si è esaurito in una riconciliazione segnata dalla creazione a Brno della «Biblioteca Milan Kundera» (che ospita i libri posseduti dallo scrittore, i suoi archivi, la sua corrispondenza) e la traslazione delle sue ceneri e di quelle della moglie Vera, al cimitero della sua città natale.

Florence Noiville, curatrice della narrativa straniera di «Le Monde des Livres», il supplemento letterario di «Le Monde», in questo saggio racconta Milan Kundera in modo profondo, rispettoso, intelligente. Sceglie di scrivere un testo ibrido, che ha della biografia la ricerca documentaria, l'incontro con le persone che hanno conosciuto Kundera, il rigore della cronologia. Del memoir, invece, il testo di Noiville ha le tante pagine che attingono ai ricordi della sua decennale amicizia con Kundera e la moglie, che dona al libro un tono emotivo differente dal saggio accademico o dalla monografia su un autore. Ci si emoziona, talora quasi ci commuove, ma con quel pudore verso le emozioni e i sentimenti che appartengono alla Weltanschauung di Kundera. Le linee guida dello spirito del libro sono innanzitutto la "professione" di romanziere di Kundera, intesa come atteggiamento di saggezza e tolleranza, di volontà di cogliere il mondo come una domanda; e, come secondo punto, narrare le opere senza cercare le risposte nella vita dell'autore, nella sua intimità. 

Questo libro non esisterebbe, è ovvio, se Milan Kundera non avesse riposto alla mia prima richiesta di incontrarlo, se non mi avesse aperto le porte del suo mondo interiore, se soprattutto non avesse preso come un gentile scherzo l'idea che potessi scrivere su di lui, senza mai cercare di scoraggiarmi. [...] Milan Kundera mi ha dato fiducia pensando che non avrei cercato di distinguere l'opera dallo scrittore. La vita è altrove? In nessun altro luogo se non nelle sue opere. (p. 275)

A un'amica che le chiese in che modo avesse conosciuto Kundera, Florence Noiville rispose: «Attraverso i suoi libri. L'unico vero incontro possibile. Almeno ai suoi occhi» (p. 27) e la bellezza di questo luogo di incontro feconda questa biografia, vi infonde una luce preziosa. Scrivere una biografia su colui che, al pari di Flaubert, pensava che lo scrittore dovesse far credere alla posterità di non avere vissuto era davvero una strana idea. Molte volte, ammette Noiville, alle sue domande, Kundera rispondeva: «È tutto nei miei libri» e il viaggio che questo testo ci fa fare è proprio cercare nei libri di Kundera gli elementi che servono non solo a tratteggiare un ritratto dello scrittore, ma anche della storia dell'Europa nella seconda metà del Novecento e del destino del romanzo. 

Il motivo del titolo è tenero, perché legato agli ultimi anni di vita di Kundera, quando la sua anima era già altrove, e la sua presenza, come scrive l'autrice, non era altro che un'assenza misteriosa e insondabile. Negli ultimi anni, parlava significativamente in ceco e a fine 2020, quando Florence era andata a trovarlo, le chiese cosa facesse nella vita. Vera tradusse. Lei rispose, dopo averci riflettuto un attimo, che scriveva.

Sguardo stupito. Quasi divertito. E dopo un lungo silenzio: «Scrivere? Che strana idea!» (p. 22)

Questo provocò naturalmente le risate di tutti i presenti, fin quando Kundera prese la penna dalle mani di Noiville e mise una firma sul taccuino, insieme a uno dei suoi disegni (un occhio). Il libro è anche costellato, oltre che da belle fotografie, anche dai disegni che Kundera ha fatto. 

La storia dell'amicizia tra Kundera e Noiville nasce grazie a Benoît Duteurtre. Nonostante fosse noto che Kundera aveva smesso di rilasciare interviste dalla metà degli anni '80, Florence prova a invitarlo nella trasmissione che conduceva, un programma letterario. Kundera si rifiuta di andare in TV, ma dopo averla conosciuta al Lutetia, locale che sarà centrale nelle memorie di tutto il libro, decide di offrirle dei testi inediti per l'inserto letterario di Le Monde. Ripercorrendo i vari incontri al Lutetia, emerge un Kundera ilare, giocoso, nonostante il carattere schivo.

In uno di questi incontri iniziò a parlarle del padre. E così prende il via la biografia, il cui intreccio prevede anticipazioni e flashback, foto e citazioni. Siamo immersi nella vita e nell'opera di Kundera e nello stesso tempo lo incontriamo anche noi al Lutetia, oppure ascoltiamo con attenzione le cordiali parole di Vera.

Kundera nacque a Brno nel 1929, esattamente un anno prima della pubblicazione de L'uomo senza  qualità. Coincidenza simbolica, che ricorda Noiville si lega al fatto che Musil si trasferì proprio a Brno nel 1891. Kundera nasce sotto il segno dello spirito della cultura mittleuropea, di cui è stato il cantore e l'indefesso difensore. Proprio Musil, accanto a Kafka, Broch e Gombrowicz sono i fari letterari cui Kundera rimarrà legato «come la lumaca e il suo guscio». Cosa hanno questi scrittori di "fatale" per l'arte romanzesca di Kundera? L'esperienza della dissoluzione di un mondo giudicato emblema dell'Ordine, la diffidenza verso la Storia e l'avvenire, l'arma del riso e del disincanto, l'avversione per il romanticismo.

Comincia così, sotto questa pleiade mitteleuropea, l'avventura culturale di Kundera, sotto il segno della musica. Il padre Ludvik, musicista e insegnante al conservatorio lo indirizzò fin da piccolo allo studio della musica e, attraverso la musica, gli insegnò ad evitare l'eccesso di sentimentalismo, ciò che Milan stigmatizzerà come kitsch in tutte le sue opere.

Il saggio di Noiville ha la tonalità emotiva della Litost, questa bellissima e intraducibile parola ceca, che indica il dolore causato dall'improvvisa presa di coscienza dei propri limiti e della propria finitezza e nello stesso tempo la spinta a reagire a questo sentimento di miseria. Della scrittura di Kundera, Claude Roy ha detto in maniera impareggiabile ciò che la rende unica: 

L'eleganza disinvolta, lo spirito di osservazione, il senso dell'umorismo e il sentimento della tenerezza. (p. 83)

Le stesse virtù le mette in campo Florence Noiville per raccontarci l'universo Kundera: il suo insegnamento all'Accademia del cinema di Praga (il paradossale consiglio ai suoi studenti del  corso di sceneggiature era: scrivete come se non si potesse filmare), il suo esilio, la sua scelta di scrivere in francese, la sua fede nell'amicizia. 

Questa stravagante biografia di Kundera in realtà resta fedele a uno dei punti fermi di Kundera, che ne L'arte del romanzo scriveva che la morte postuma di Kafka avverrà quando la vita di Kafka attirerà più attenzione di Joseph K. Nel romanzo del 1987 L'immortalità, Kundera si mostrò come sempre un buon visionario:

Nel 1987, in un'epoca in cui le parole "selfie" e "buzz" non esistevano ancora, descrive un mondo in cui il rumore e la bruttezza sono onnipresenti. Dove l'utopia del "noi" sovietico" è morta, ma è stata sostituita da un culto sfrenato dell' "io". Per lui l' "imagologia", ovvero l'ossessione per l'immagine e la comunicazione, ha sostituito l'ideologia. L'indiscrezione, l'impudicizia, il voyeurismo rendono il silenzio, la solitudine e l'intimità dei lussi rari. Viviamo, scriveva Kundera, in un mondo in cui «non esiste un posto in cui nascondersi» e in cui siamo tutti «in balia l'uno dell'altro». (p.219)

Quest'analisi serve per farci comprendere che entrare nel saggio di Noiville è scoprire che i romanzi di Kundera sono ancora – e immagino che saranno sempre – una "cassetta degli attrezzi" per comprendere il presente, il momento sbandato che attraversiamo. Anche in questo egli è stato fedele testimone del valore gnoseologico dell'arte del romanzo.

Deborah Donato