Friuli 1976. Le crepe del silenzio e le voci ritrovate del terremoto in "Quando tornano le rondini" di Giada Messetti

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Quando tornano le rondini
di Giada Messetti
Mondadori, 2026

pp. 204
€ 19,00 (cartaceo)
€ 12,99 (e-book)

Del terremoto del 1976 che devastò il Friuli Venezia-Giulia ho un ricordo nitido. Avevo otto anni e, durante i pasti, ero solita appoggiare le ginocchia al tavolo perché leggevo Topolino tra una portata e l'altra. Spesso mio padre mi rimbrottava perché facevo muovere il tavolo e i piatti appoggiati. Quella sera, erano le 9, mio padre mi sgridò più del solito. Ma io, stranamente, ero seduta composta. Fu un attimo, ci guardammo, mia mamma stava aprendo il frigorifero che cominciò a ondeggiarle davanti, il lampadario sembrava impazzito, volava da un lato all'altro della cucina come un'altalena. E allora via di corsa giù in giardino guardando con occhi sbarrati la casa che avevamo il terrore di veder crollare. Eravamo a Cremona, a ben 370 chilometri da Gemona del Friuli, l'epicentro di quel terremoto devastante. Non potevamo certo immaginare quello che era successo là, in Friuli. L'avremmo scoperto soltanto il giorno dopo con le prime incredibili immagini che ci arrivarono con il telegiornale.

Quando tornano le rondini di Giada Messetti è il tributo, a cinquant'anni esatti dalla calamità, a quelle persone che persero tutto, gli affetti più cari, la casa, i propri oggetti, le fotografie, la vita. Anche per coloro che sopravvissero, quei 59 secondi segnarono un prima e un dopo, una cesura che non si sarebbe mai più ricomposta. Si era risvegliato l'Orcolat, la figura mostruosa che, nelle leggende popolari friulane, dorme sotto le montagne e ogni volta che si muove provoca una catastrofe. L'Orcolat quella sera si portò via 990 vite umane, 17mila case, ferì oltre 2mila persone, ne ridusse 100mila al rango di sfollati, sbatacchiò decine di paesi come stracci per la polvere. Non solo una volta, perché altre due forti scosse avvenute a settembre finirono ciò che il primo terremoto non aveva fatto, buttarono giù ciò che era rimasto in piedi e ciò che in tre mesi si era cercato di rimettere a posto, fiaccando così il morale delle persone già messe a dura prova.

L'autrice è, come si definisce lei stessa, una figlia del terremoto. Originaria di Gemona del Friuli, pur non essendo ancora nata al momento della scossa (lei è del 1981), lo è davvero in quanto i suoi genitori si incontrarono nel campo baracche allestito per dare un tetto a chi non l'aveva più. Il padre, veneto, giovanissimo sentì il bisogno di partire per quei territori, per aiutare e lì conobbe la madre di Giada che aveva perso la casa e che occupava uno di quei piccoli prefabbricati tirati su in fretta per i terremotati.

La madre di Giada non aveva mai raccontato alla figlia i dettagli di quelle giornate convulse, piene di dolore. Così come la maggior parte di coloro che erano passati in mezzo alla catastrofe. Da un lato per la proverbiale riservatezza dei friulani, dall'altro per quella sorta di strano meccanismo che impedisce per lungo tempo a chi ha vissuto un'esperienza di dolore fuori dall'ordinario di raccontarla, di renderla esterna. Un po' come è capitato ai reduci dei campi di concentramento o a coloro che hanno combattuto in guerra. Il libro di Giada Messetti restituisce la parola a coloro che hanno ricostruito un'esistenza dopo, concedendo loro di raccontare la vita di prima e, soprattutto, le tremende ore di quella notte del 6 maggio 1976 e dei giorni successivi. A partire dalla storia della madre Mila, Giada Messetti è andata di casa in casa e ha fatto domande, pungolato ricordi, stimolato racconti. Ognuno ha tirato fuori dai cassetti pezzi di giornale, carte, documenti, fotografie. Il risultato è questo libro, che non è un romanzo, non è un saggio, ma una raccolta di testimonianze, che la penna dell'autrice riscrive e restituisce al lettore.

C'è Mila, la madre, che al momento della scossa si trovava in Jugoslavia per cure mediche, e tornò a Gemona un po' a piedi e un po' grazie al passaggio di un camionista, per ritrovarsi di fronte uno spettacolo che mai si sarebbe immaginata di vedere: l'intero centro storico collassato su se stesso, le case ridotte a un ammasso di macerie, la mappa nota della propria città cancellata di colpo. E la polvere, tanta polvere che prendeva la gola, ricopriva tutto, impediva di respirare. C'è Sandro che trascorse ore e ore sotto le macerie abbracciato alla madre, con ai piedi il cadavere del fratellino Federico, schiacciato da una lastra di cemento. Sandro ricorda la sete, il buio di quelle ore interminabili a sentire le voci dei vicini, più sotto, in fondo alle macerie, che piano piano si affievolivano fino a spegnersi del tutto. E le voci dei soccorritori che si avvicinavano, ma ogni movimento rischiava di far crollare pezzi di cemento, travi, mobili. C'è Flavio, con la passione della fotografia, che fin dai giorni successivi al terremoto si diede da fare, organizzando manifestazioni, riunioni, raccolte fondi. Flavio, nel terremoto, perse tutto, i genitori, il fratello Paolo, i cugini. C'è Ivo, che studiava a Bologna, e la scossa la sentì in treno. Tornato di corsa a Gemona la prima cosa che vide fu una manina di bimbo sbucare dalle macerie e, con l'aiuto di altri, riuscì a tirarlo fuori indenne perché alcune travi l'avevano protetto. Poco più in là una signora interamente coperta di polvere si sporgeva da una finestra per scappare, nemmeno un secondo e la casa le crollò addosso.

Io e il mio amico ci fermiamo davanti a lei. Una voce maschile, dura, ci raggiunge gridando: «Andate altrove, perché tanto a lei non serve più niente!». Aveva ragione [Piange]. «E noi... noi l'abbiamo lasciata lì». (p. 135)

C'è Claudio che, al momento della scossa, stava tenendo una riunione con la Proloco, tornato di corsa verso casa sua, si rincuorò vedendo che le case della sua via erano tutte in piedi. Tutte, tranne una, la sua. Dalle macerie sentiva la voce di sua moglie Marisa urlare aiuto. Dopo ore di lavoro riuscirono a tirarla fuori. Stringeva ancora al petto un neonato, che non era il suo. La vicina gliel'aveva dato in braccio un momento prima per rientrare in casa a prendere qualcosa. In quell'edificio di sei famiglie morirono tutti, tranne Marisa, il neonato e la loro figlia Laura di un anno, l'altro figlio Raffaele non ce la fece. E infine c'è Augusto, il padre dell'autrice che racconta del suo arrivo in Friuli dal Veneto per portare aiuto.

Ciò che esce da tutti questi racconti è il sentimento di una grande solidarietà, quel sentirsi uniti dalla tragedia, dalla sfortuna, dal dolore, dalle necessità e quell'essere sempre pronti a darsi una mano, a rendersi utili per gli altri. 

Quello che ricordo con più piacere è che eravamo tutti uguali [...]. Tutto era livellato. Non sapevi più chi fosse ricco e chi fosse povero. Anche perché, per mesi, i soldi non si erano più usati. Si mangiava nelle mense dei militari e ci si vestiva con gli indumenti distribuiti nei magazzini [...]. Ci si vedeva spesso, ci si aiutava. Questa dimensione collettiva purtroppo si è completamente persa quando siamo tornati nelle case. (pp. 35-36)

A serrare le fila tra una testimonianza e l'altra, e a dare un po' di respiro emotivo al lettore nella drammaticità dei racconti, Messetti riporta la cronistoria degli accadimenti, fa il punto sulle politiche messe in campo dal governo, dalla Regione e dai Comuni per dare vita a quel "modello Friuli" che indica una ricostruzione rapida, concreta all'insegna del "dov'era, com'era" e del "prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese". Una scelta che, con il ripristino dei siti produttivi, evitò lo spopolamento dei territori, di fatto salvandoli. Nonostante per buona parte dell'inverno i terremotati fossero stati costretti, per ragioni di sicurezza, a trasferirsi nelle cittadine di mare della costa friulana, poco dopo la gran parte di loro rientrò per prendere possesso delle baracche e per iniziare i lavori di ricostruzione

"Ho due vite e una sola biografia", diceva Thomas Oberender, drammaturgo originario della Germania Est. È una frase che potrebbero fare propria anche i sopravvissuti di Gemona e degli oltre cento comuni colpiti dal sisma. Ognuno di loro ha una storia e ha vissuto due vite: una prima e una dopo. (p. 9)

Ed è esattamente quello che Giada Messetti ha voluto raccontare in questo libro che, dopo cinquant'anni, riporta alla luce ciò che era stato sepolto sotto le macerie, il ricordo. Tutti quei frammenti dolorosi di memoria che, per non soffrire, ognuno aveva cercato di seppellire dentro se stesso. Ma che, riportati in vita, rappresentano una testimonianza necessaria e commovente. Un tributo a una memoria collettiva. Il libro, molto intenso e, si percepisce, molto radicato nella storia personale dell'autrice, è il racconto della vita, più che della morte, una vita che riprende, nonostante tutto, anche grazie alle doti di umanità, solidarietà e forza di volontà al di là dei limiti che gli uomini e le donne seppero dimostrare. Bellissima anche la copertina con l'immagine di ragazzini vestiti anni 70 che, pur nel disastro di una normalità andata a rotoli, corrono. Come fanno tutti i bambini. E la vita che riprende ha il suono degli uccelli, le rondini, che tornano a fare il nido nei sottotetti.

Sabrina Miglio