«Può la patria essere un esilio?». La letteratura che esprime l’indicibile in “Ogni istante è una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio” a cura di Susan Abulhawa


 
Ogni istante è una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio
a cura di Susan Abulhawa
Fazi, 30 giugno 2026

Prefazione di Tomaso Montanari
Postfazione di Viola Ardone
Traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh
Traduzione dall’inglese di Roberto Laghi

pp. 144
€ 15,00 (cartaceo)
€ 7,99 (eBook)

Non riuscii a trattenere le lacrime. Piansi. Piansi con tutto il mio essere. Maledissi il mondo, l’umanità, la civiltà. Maledissi anche me stessa, l’occupazione, Gaza e il suo mare che amo di un amore stanco e solitario, come ho sempre amato ogni cosa su questa terra. […] Inondai la terra con il mio pianto all’andata e al ritorno, ma non si saziava mai, né con l’acqua né col sangue. […] Può la patria essere un esilio? Esiste un esilio nell’esilio? Cos’è una casa? La casa è la patria? (pp. 57-58)

Se la patria può diventare un esilio, la scrittura resta il luogo in cui l’identità continua a esistere. È la considerazione che un lettore può fare leggendo Ogni istante è una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio, la raccolta di racconti curata da Susan Abulhawa, scrittrice palestinese della diaspora e autrice del celebre Ogni mattina a Jenin. Bisogna dire che sarebbe riduttivo considerare il volumetto soltanto come un libro “su Gaza”, perché si tratta, prima di tutto, di un’opera di letteratura, dal momento che l’urgenza di questi scritti non viene solo dalla testimonianza, ma da una vocazione che ha trovato il suo modo e il suo mezzo per esprimersi. È così potente, se ci pensiamo, capire come la letteratura riesca a trovare immagini, metafore, ritmi e parole capaci di dare un senso all’indicibile, quando sembra che la realtà che si vive sia inenarrabile. Ogni autore e ogni autrice possiedono una voce distinta, un’immaginazione riconoscibile, una sensibilità che trasforma l’esperienza individuale in espressione artistica senza perdere il contatto con la realtà da cui nasce. È forse questo l’aspetto che più sorprende della raccolta: non si esce colpiti soltanto dagli orrori che attraversano le pagine, ma dalla qualità della scrittura, dalla capacità di raccontare l’amore, la nostalgia, la perdita, il desiderio di una casa, la paura e perfino la tenerezza. 

Con il passare dei giorni non possiamo fare a meno di ridere di un’altra ironia della vita nelle tende: i vestiti condivisi. Abbiamo perso tutti così tanto peso che ora indossiamo quasi la stessa taglia; i pochi abiti che ci restano vanno bene a chiunque. Nessuno ingrassa più. Ma l’amore è cresciuto, è diventato più grande, più profondo. (p. 66)

Alcuni racconti colpiscono per la loro essenzialità, altri per la potenza lirica, altri ancora per quella dolorosa normalità che rende ancora più insopportabile la violenza raccontata. È difficile uscirne indenni, perché ciò che resta non è soltanto la consapevolezza della tragedia, ma la sensazione di aver incontrato delle persone prima ancora che dei testimoni o degli autori e delle autrici.

Ma sai dov’è la mia tragedia personale, in tutto ciò accade su questa striscia di terra?
La mia ferita più grande, quella che mi squarcia il petto?
Dopo aver salutato mia moglie e averla sepolta con queste mie mani, non riesco più a chiamarla per nome.
Ho paura di chiamarla e che non mi risponda, e dover credere allora che se n’è andata davvero. (p. 35) 

Prima ancora dei racconti, il volume offre al lettore tre testi che costituiscono una preziosa porta d’accesso alla raccolta. Nella Prefazione, Tomaso Montanari richiama un intervento di Andrea Camilleri pubblicato su «Internazionale» nel 2011, ricordando le domande e lo stupore dello scrittore siciliano davanti al ruolo che l’arte e la letteratura continuavano ad avere in Palestina, una terra segnata da decenni di occupazione e violenza. Camilleri si domandava come fosse possibile che la necessità di scrivere, dipingere, creare non venisse meno, quasi che l’espressione artistica rappresentasse una forma che permettesse all’umanità di resistere. Trovo che questa sia l’onda una che attraversa idealmente anche questa raccolta. Lo stesso Montanari sottolinea con forza, riprendendo le parole del discorso di Nabil Bey Salameh (traduttore dall’arabo all’italiano dei racconti di questo libro) al Premio Tenco:

L’arte che non si schiera, che non prende posizione, diventa decorazione. L’arte, se è viva, deve scomporre le certezze, far tremare il linguaggio, aprire varchi di senso. (p. 10)

È una posizione netta, che interpella il ruolo stesso della cultura in un tempo, come quello che stiamo vivendo adesso, attraversato da fratture e da un crescente timore di esporsi. Alle pagine introduttive seguono quelle di Susan Abulhawa e di Huzama Habayeb, editor del progetto, che raccontano il lavoro silenzioso e tenace da cui questi racconti sono nati. Abulhawa ha accompagnato giovani autori e autrici di Gaza in un paziente lavoro di revisione, scegliendo però di affidare la traduzione a Huzama Habayeb, una professionista capace di restituire tutta la ricchezza espressiva dell’arabo, lingua che lei stessa parla, ma di cui riconosce di non possedere ogni sfumatura letteraria. Ogni istante è una vita è un’opera collettiva costruita tra messaggi su WhatsApp, connessioni intermittenti, silenzi improvvisi e attese spesso dettate non sempre da esigenze editoriali, ma dalla guerra stessa: un bombardamento, un funerale. Anche questo appartiene alla storia del libro e contribuisce a far comprendere quanto la letteratura, prima ancora di arrivare nelle mani dei lettori, sia stata un ostinato esercizio di resistenza creativa. È impossibile leggere certe pagine senza sentirsi profondamente interpellati. 

Il racconto di Diana Sleih, ad esempio, descrive la lenta erosione della dignità quotidiana: le interminabili file davanti ai bagni pubblici, l’acqua che può finire da un momento all’altro, la fatica di essere una donna o una ragazza quando anche i gesti più intimi diventano motivo di umiliazione. Sono pagine che costringono a riflettere su quanto diamo per scontato. Basta un guasto alla rete idrica per innervosirci nelle nostre case, mentre qui, invece, la mancanza d’acqua, di combustibile, di mezzi di trasporto e perfino di cibo è diventata una condizione permanente dell’esistenza. Cosa significa preparare un pasto quando si hanno soltanto riso e fagioli? Come si consola un bambino quando non si sa se il giorno dopo ci sarà qualcosa da mangiare o una tenda ancora in piedi? La giovane autrice Khuloud Abu Dhaher porta il lettore dentro un’altra forma di angoscia: quella dell’attesa di un parto in una città in cui trovare un mezzo di trasporto è un’impresa e raggiungere un ospedale non significa necessariamente trovare un luogo sicuro. I reparti si confondono con le corsie dell’emergenza, i nuovi nati arrivano in un mondo che convive con i feriti e con i morti… È una normalità capovolta, difficile perfino da immaginare. Altrettanto lacerante è il racconto di Mohammad Mu’ammar, che dà voce alla solitudine improvvisa di chi, nel giro di poche ore, vede dissolversi gli affetti che tenevano insieme la propria vita. Il suo racconto non è un grido urlato, ma un silenzio che continua a risuonare anche dopo aver chiuso il libro.

Non stupisce che Ogni istante è una vita sia il frutto di un progetto che va oltre la dimensione editoriale, poiché la Fazi ha scelto di destinare il 5% dei proventi del volume al Palestine Writes Literature Festival, la manifestazione fondata dalla stessa Susan Abulhawa per promuovere e diffondere la letteratura palestinese contemporanea. Questo è un dettaglio tutt’altro che marginale, perché ribadisce come la scrittura diventi uno strumento concreto di sostegno alla cultura e alle nuove generazioni di autori palestinesi.

A chiudere il volume troviamo la Nota alla traduzione di Nabil Bey Salemeh e la Postfazione di Viola Ardone, che torna sul valore della scrittura come spazio di sopravvivenza dell’identità. Anche per la scrittrice questi racconti non possono essere letti soltanto come testimonianze di una tragedia collettiva, perché sono opere letterarie in cui uomini e donne affidano alla parola la propria memoria, i propri affetti e la propria idea di casa. 

Leggere queste pagine significa, quindi, non distogliere lo sguardo. Sì, la propria patria può diventare un esilio senza fine, ma la letteratura continua almeno a sottrarre persone, nomi e ricordi al silenzio e a non lasciare che l’umanità venga cancellata insieme alle case.

Marianna Inserra