Se c’era qualcosa da imparare, non lo imparammo. Ora penso che sia un bene perdere fiducia nella terra, che sia necessario sapere che da un momento all’altro tutto può crollare. Ma allora tornammo semplicemente alla vita di sempre. (p. 21)
È la notte del 3 marzo 1985 e il Cile è devastato da un violento terremoto. In un sobborgo di Santiago le persone si riversano nelle strade ma per fortuna solo un grande spavento e bicchieri rotti. Un bambino si perde, o meglio, crede che la sua famiglia si sia persa e lui l’unico a saper ritrovare la strada di casa. La notte del terremoto è uno spartiacque importante per quel bambino, che in quel momento non comprenderà pienamente tutti gli avvenimenti ma che torneranno molti anni dopo, per farsi più chiari. È la notte dell’incontro con Claudia, ragazzina di qualche anno più grande, misteriosa e affascinante, e della strana amicizia che li legherà. Claudia gli affida un compito indecifrabile, tenere d’occhio – prendersi cura, come dirà lei stessa – il vicino di casa, Raúl, cugino di lei, che vive solo e riceve visite sporadiche da persone sconosciute nel quartiere. Chi è davvero Raúl, per Claudia e la sua famiglia, nelle dinamiche politiche del Cile sotto la dittatura di Pinochet? La storia che Alejandro Zambra intreccia in Modi di tornare a casa – già uscito nel 2013 per Mondadori e ora nel catalogo Sellerio, stessa traduzione di Bruno Arpaia – è una storia di vuoti: parte da una frattura, quella della terra lacerata dal terremoto e procede tra piani temporali diversi, intrecciando la memoria dell’infanzia con l’età adulta che cerca le risposte, in una stratificazione narrativa particolarmente interessante.
Nato a Santiago del Cile nel 1975, Zambra è tra le più importanti voci della letteratura ispanoamericana contemporanea, poeta, romanziere, raccontista, critico letterario: esordisce nel 1998 con la raccolta poetica Bahía Inútil cui seguirà nel 2003 Mudanza; il primo romanzo, Bonsái, pubblicato nel 2006 e l’anno seguente tradotto in italiano per Neri Pozza da Fiammetta Biancatelli che nel 2018 insieme a Maria Nicola curerà anche il seguente, Storie di alberi e bonsai (La vida privada de los árboles), attira su Zambra l’attenzione di critica e pubblico internazionale. Viene dunque incluso, nel 2007, nel prestigioso progetto Bogotà39, che accoglie i trentanove migliori scrittori dell’America Latina sotto i trentanove anni. Qualche anno più tardi, nel 2011, la rivista Granta lo inserisce nella selezione dei ventidue autori in lingua spagnola da tenere d’occhio: è un numero fondamentale della rivista, perché per la prima volta cerca fuori dal contesto anglosassone le voci più promettenti della generazione nata dopo il 1975, dedicando l’edizione speciale del numero 113 al Best of Young Spanish-Language Novelists. U momento importante per gli autori e le autrici selezionati, tra cui appunto Alejandro Zambra, ma anche Samanta Schweblin, Andrés Neuman, Federico Falco, Elvira Navarro.
Il testo narrativo con cui Zambra appare sulla rivista è proprio Formas de volver a casa, Modi di tornare a casa. Continuo a prendere tempo nel definire la forma letteraria di questo volume e di altre scritture di Zambra perché, come spesso accade, i confini di forma non sono così nettamente tracciati e la produzione letteraria dello scrittore cileno esplora spesso modalità narrative, registri, forme appunto differenti. La produzione in prosa di Zambra si muove sul confine tra il romanzo e la novella e intreccia fiction e metaletteratura, in un’architettura perfettamente equilibrata e retta da una lingua in cui ogni parola è scelta con la cura del poeta, misurata, puntuale, priva di eccessi ed orpelli inutili, straordinariamente evocativa. Una produzione letteraria variegata, dunque, che accanto alle due raccolte poetiche e alle novelle menzionate vale assolutamente la pena citare i racconti del 2013 Mis documentos (I miei documenti, tradotti da Maria Nicola per Sellerio nel 2015), il saggio Tema libre (Tema libero, Sellerio 2025), l’originalissimo Facsímil (tradotto nello stesso anno di pubblicazione, il 2014, sempre da Maria Nicola, per Sur, con il titolo Risposta multipla: libro di esercizi). Una produzione variegata, dunque, che esplora modalità narrative e registri differenti, tra ironia, dramma, momenti di straordinario lirismo e forme aperte, a indagare la società cilena degli anni Ottanta, le relazioni, i sentimenti, la scrittura stessa. Zambra aggancia il lettore fin dall’incipit con la malia della parola, per poi farci scivolare tra le pieghe della trama, nelle ombre, negli spazi vuoti della narrazione, tra ellissi ed epifanie, dove riverberano le possibilità, le increspature sulla superficie. Dove, come nella migliore tradizione, risiede l’anima del racconto.
Se Modi di tornare a casa non è propriamente un racconto, dunque, mi pare abbia molto più in comune con la novella che con la forma romanzo, e attira dentro il lettore nel tentativo di raccontare quelle fratture di cui si diceva in apertura: la frattura della terra distrutta dal violento terremoto, le fratture delle relazioni, dell’identità, della memoria. In un certo senso la frattura delle modalità narrative stesse, nel creare una forma ibrida, una narrazione metaletteraria in cui confluiscono riflessioni sulla scrittura, sul mestiere, sul ruolo dell’arte. È un testo particolarmente stratificato: alla storia narrata inizialmente in prima persona dal bambino che tenta di risolvere un mistero nel Cile degli anni Ottanta, si intreccia quella dell’adulto che si interroga sul proprio passato, sugli inganni della memoria, sulla generazione dei padri e il ruolo di ognuno di loro sotto la dittatura, ma anche sulla letteratura, sulle pagine lette e rilette, sulla scrittura e l’autofiction come un fine per comprendere le cose, rivelarle a se stesso e agli altri, mettere ordine nel caos. Appare dunque come un libro che si legge su due livelli differenti, entrambi di una profondità rara, che aprono a innumerevoli spunti di riflessione, dalla scrittura stessa al confronto generazionale, la politica e le scelte che facciamo.
Ecco, la politica: ogni pagina in qualche modo ne è intrisa, pur non essendo un romanzo apertamente di denuncia. È inevitabile però per Zambra e il suo scrittore-narratore cresciuto tra le ombre della dittatura di Pinochet interrogarsi sulla violenza, sul pericolo e, soprattutto, sul ruolo che ognuno di loro e degli adulti intorno ha interpretato in quegli anni. Anche se questo vuol dire confrontarsi con i propri padri, soprattutto forse per questo. Quel padre che nella memoria del protagonista sembra quasi sia sempre e solo stato seduto lì, sulla poltrona, a pensare, che non ha mai preso posizione, non si è mai fatto coinvolgere apertamente, non vittima, non carnefice. Ma è davvero possibile chiamarsi fuori?
Tutti facevano politica, mamma. Anche tu. Anche voi. Non partecipando, appoggiavate la dittatura. Sento che nel mio linguaggio ci sono echi, ci sono vuoti. (p. 123)
Come per la generazione tutta cui Zambra appartiene, la dittatura fa parte della propria esperienza, della sua vita ma, se pure non manca in queste pagine, Modi di tornare a casa non è una novella-romanzo sulla dittatura, sulla politica. Come efficacemente espresso dallo stesso autore nel corso di un’intervista rilasciata a Megan McDowell, traduttrice di Zambra, e pubblicata rivista The Millions:
Sono cresciuto sotto una dittatura, ho detto le mie prime parole sotto una dittatura, ho letto i miei primi libri sotto una dittatura. Fa parte della mia esperienza, della mia vita. E naturalmente Formas de volver a casa ne parla molto. Ma non credo nei romanzi di genere o in un rapporto semplice tra letteratura e storia. La letteratura non esiste per ritrarre qualcosa che è già dato, già elaborato. Scriviamo perché vogliamo vivere in modo diverso, perché cerchiamo nuovi modi di comprendere il passato, il presente e il futuro. (traduzione mia)
Se il bambino non poteva capire, se, nello spazio ristretto entro cui si muoveva, Pinochet non era che un volto a interrompere i programmi che guardava in tv, l’adolescente e l’adulto prende coscienza della realtà, dei segreti che ogni famiglia custodisce, del pericolo reale e quotidiano. Squarcia un velo, fa proprie quelle parole che non erano mai state apertamente pronunciate prima, accusa, giudica, pretende risposte. Torna spesso nella scrittura di Zambra il confronto-scontro con la figura paterna, un fantasma che ne attraversa la produzione letteraria, nel tentativo di metterlo a fuoco, indagarne i misteri, le mancanze, le possibilità; un confronto da cui la sua generazione cresciuta negli anni Ottanta non può sottrarsi, ma che significa fare i conti con la Storia, con l’oscurità, la rabbia, la resistenza, l’omertà.
Scrivere, per il narratore di questa storia, è il mezzo per comprendere, per colmare i vuoti della memoria, indagare le fratture, cercare la verità. A partire da quella di Raúl e di Claudia, fantasma riapparso dopo tanti anni e che ancora esercita su di lui un’inspiegabile malia con i misteri che si porta dietro, la bellezza, l’età adulta, il richiamo di quella stagione in cui si sono conosciuti ancora non del tutto consapevoli.
Non domandiamo per sapere […]. Domandiamo per riempire un vuoto. (p. 107)
Scrivere, dunque, per comprendere. Si innesta qui la riflessione metaletteraria con cui Zambra sceglie un narratore-scrittore e conduce il lettore tra le pieghe del mestiere, la responsabilità che si porta dietro, il peso delle scelte, l’incertezza, il dubbio, la malleabilità del ricordo. Lo scrittore di questa storia “saccheggia la memoria”, affonda nei ricordi e li reinventa, e non esistono più confini tra realtà e invenzione, dove essere e scrivere si sovrappongono. Testo ibrido, Modi di tornare a casa contiene dunque numerosi passi sul mestiere, considerazioni su libri letti, brevissimi stralci del romanzo-memoir del protagonista, versi di poesie. E se la scrittura non può riparare le fratture, non può aggiustare le relazioni, può però aiutarci a capire e, attraverso il protagonista, Zambra dà misura di ciò che rappresenta, l’atto di scrivere, della possibilità di «questo mestiere strano, umile e protervo, necessario e insufficiente» (p. 151).
Il fatto è, Eme, penso ora, un po’ ubriaco, che aspetto una voce. Una voce che non è la mia. Una voce antica, romanzesca, salda. O è che mi piace stare nel libro. È che preferisco scrivere ad avere scritto. Preferisco rimanere lì, abitare quel tempo, convivere con quegli anni, rincorrere a lungo immagini sfuggenti e ripassarle in rassegna con calma. Vederle male, però vederle. Restare lì, a guardare. (p. 53)
Debora Lambruschini
