La grande Storia si intreccia alle piccole storie quotidiane al PAF, il Porte Aperte Festival che si è chiuso domenica a Cremona, con un grande successo di pubblico e una messe di autori, disegnatori, cantanti, artisti che si sono alternati sul palco a raccontare vissuti, veri o immaginati, attraverso le arti.
CriticaLetteraria ha seguito alcuni dei tantissimi (oltre 50) incontri in programma per restituirvi un po' di quella magia che si respirava nei cortili dei palazzi nobiliari più belli della città, appositamente attrezzati per accogliere scrittori e lettori.
La
storia familiare ha fatto da sfondo ad alcuni tra gli incontri più partecipati, come la presentazione de
L'invenzione del colore (La Nave di Teseo) di
Christian Raimo, il romanzo nel quale lo scrittore romano racconta una vita in Technicolor. Nel vero senso del termine. Quella del padre, che lavorò per 38 anni alla sede romana della
Technicolor, via Tiburtina 1138, indirizzo più volte ripetuto dallo scrittore, quasi a dare l'idea di un luogo fisico, vero, ma allo stesso tempo, incantato, dove si costruiva quella magia chiamata
cinema. Il signor Raimo morì a 66 anni per un tumore a cui, forse, non erano estranee le sostanze chimiche che maneggiava per lavoro.
"Ho sentito l'esigenza di raccontare la storia di mio padre", ha esordito lo scrittore, "a partire da una domanda: perché, in un mondo così pieno di tante storie più grandi, che necessitano di maggiore attenzione, leggere questo romanzo, che, in fondo, è la storia di un uomo? Come si racconta la realtà? La risposta sta nel fatto che per me i romanzi sono la porta d'accesso alla riflessione su cosa è bene e cosa è male e io l'ho messo a fuoco attraverso la storia di mio padre. Scoprendo, per esempio, il crollo della sanità pubblica e il lucro della sanità privata. Cresciuto a valori costituzionali, sociali, ho drammaticamente scoperto che, nel momento del bisogno, un uomo da sempre fedele a questi stessi valori, ne è stato tradito e ho vissuto sulla mia pelle l'ingiustizia, e il dolore aggiuntivo, nel vedere la distruzione del sistema sanitario nazionale e la speculazione che la sanità privata fa di quella distruzione".
Una storia apparentemente di un singolo, ma che si fa collettiva, perché quattro anni dopo la morte del signor Raimo, la Technicolor di Roma chiude, lasciando senza lavoro e senza il proprio mondo, 1.500 lavoratori e lavoratrici. Una riflessione amara in più che trapela tra le pagine. E, in più, c'è il confronto con la figura del padre, che, da operaio era diventato dirigente e quindi, in certo qual modo, a metà, guardato un po' con sospetto dagli operai perché era diventato dirigente e dai dirigenti perché veniva da una storia operaia. "Al suo funerale c'erano i colleghi, tutti coloro che avevano attraversato la sua storia personale, il suo culto per quel lavoro che, secondo lui, doveva essere per tutti noi l'emancipazione, nonostante tutto quello che gli portava via della sua vita privata". E poi, nel romanzo, risuona la magia del cinema, quel rosso di Suspiria, quel nero di Apocalypse now, creati nel grande edificio, in via Tiburtina 1138, dove 1.500 uomini e donne davano colore ai sogni di ognuno di noi. Perché il cinema è formazione. "Le lotte operaie, il lavoro, la cura, il dolore privato e pubblico, il mondo incantato del cinema... ecco ho creduto di poter raccontare tutto questo attraverso la storia di mio padre", ha concluso Raimo.

Una storia familiare ha raccontato anche
Sara Gambazza, presentando il suo romanzo
Quando i fiori avranno tempo per me (Longanesi). L'autrice ha esordito senza nessuna remora: "Mia nonna Ninfa era una prostituta, aveva più figli da uomini diversi. Vivevamo tutti insieme, zii e cugini, nel quartiere più povero di Parma, l'Oltretorrente. Quando la nonna saliva al piano di sopra con un uomo, noi bambini, che stavamo da lei, sapevamo che quello era il suo lavoro, non ci siamo mai tanto sentiti diversi, non avevamo la percezione di vivere in una realtà un po' stramba. Era il nostro mondo. Finché non siamo andati a scuola e lì eravamo i nipoti della prostituta".
L'autrice, simpaticissima, dotata di una verve incredibile, racconta tutto questo senza risentimenti o timori, ma con il sorriso. E mentre, più o meno, zii e cugini si perdevano nella microdelinquenza e nelle sostanze, lei, Sara, presa a benvolere dalla maestra Vincenza che la indirizzò ai libri, si "drogava" di letture:
"I libri sono stati la mia salvezza, sono riuscita a tenermi fuori dai guai leggendo". Il risultato è questo romanzo nel quale Gambazza racconta da un lato la storia di una prostituta, Anita, nella quale ha riversato la figura della nonna, e, dall'altro, la storia delle due figlie di Anita, Rosa e Ninfa, la più piccola, nella quale in parte si è rispecchiata. "Ho immaginato una possibilità di riscatto per Ninfa, quello che la mia nonna non ha potuto avere". Anche qui passa la Storia con la S maiuscola, rappresentata dal Ventennio fascista che, però, rimane sullo sfondo. Non si erge a protagonista. "Non volevo raccontare la Storia grande attraverso le piccole storie quotidiane, ma il contrario", ha spiegato l'autrice. Che ha dato vita a un microcosmo tutto al femminile, vivace e autentico. Con un respiro corale dato dalla vita brulicante del quartiere (il Borgo della Morte, ora curiosamente Via della Salute), abitato dalle prostitute e pieno di bambini.

E rimaniamo nello stesso periodo storico con il romanzo di un'altra scrittrice italiana,
Ilaria Rossetti, che ha recentemente pubblicato per Guanda
Qualcuno da odiare. Un libro che racconta la storia di
due vite disilluse, forse tradite. Il periodo fascista è quello della guerra in
Abissinia e del
colonialismo italiano perché Abele, cent'anni, uno dei due protagonisti, partì diciottenne per andare oltremare a fare il fornaio. Con tutto l'orgoglio imprenditoriale che poteva mettere in questa avventura. Andata poi a finire nella guerra e in azioni che, se pure eseguite per dare seguito a ordini, lasciano aperte questioni etiche. L'altro personaggio è Ludovica, trentenne laureata, che ha dovuto mettere da parte le sue ambizioni per fare da badante ad Abele, un lavoretto trovatole dal gruppo di
neofascisti che frequenta.
"Ho immaginato due personaggi che hanno deciso che odiare è l'unico modo di stare a galla", ha detto l'autrice. "Per Ludovica, per esempio, frequentare il gruppo neofascista l'aiuta a individuare un nemico, un responsabile del fallimento della sua vita. Un modo di enucleare la paura che diventa così rancore". Una storia, quella raccontata da Rossetti, che parla non tanto alla possibilità di dare un giudizio, ma alla capacità del lettore di mettersi nei panni degli altri, soprattutto se scomodi. "O rendiamo questi due personaggi dei mostri o cerchiamo di capire da dove arrivano le loro paure e la loro violenza", ha suggerito l'autrice. Che ha poi invitato a scoprire nel suo libro le tante anomalie, un elefante in una gabbia, in una città di mare, sotto una nevicata, il circo, con uno sguardo costante, che si intravvede in tutto il romanzo, al "versante pericoloso delle cose, il ladro onesto, il tenero assassino, l'ateo superstizioso", come scriveva il poeta Robert Browning e come si legge in esergo. Due solitudini incolmabili dove a mancare viene anche la parola.

Un po' di storia familiare, anche se non direttamente voluta e non esplicita (e vi spiego perché) c'è anche nel romanzo I morti hanno sempre ragione (Baldini+Castoldi), nel quale Raul Montanari racconta di quanto capitato al ventottenne Andrea Defendi che, un giorno, riceve una telefonata nella quale l'interlocutore lo avvisa che i due genitori, da tempo trasferitisi in un paesino delle montagne bergamasche, sono entrambi morti, dopo aver mangiato funghi velenosi. Andrea vuole fare chiarezza e inizia un'indagine privata che, di incontro in incontro, lo porterà alla sorprendente rivelazione. In mezzo tanti personaggi, tra cui emerge don Carlo, che si prende a cuore un gruppetto di giovani "satanisti", e la logica, micidiale del condominio, dove i genitori abitavano e dove Andrea per un po' si trasferisce. In paese Andrea è il forestiero e tale rimane anche perché dei suoi genitori i vicini parlano malissimo, ognuno di loro avrebbe avuto un buon motivo per ucciderli. E così, alla fine, Andrea si trova a voler conoscere un po' di più su mamma e papà.
"Quando ho scritto il libro, a marzo 2025, i miei genitori erano ancora vivi", ha raccontato Montanari, "quando l'ho ripreso, pochi mesi dopo, in autunno, per curarne la pubblicazione, entrambi non c'erano più, morti in estate nel giro di tre settimane... un bel cortocircuito con il mio libro, tra vita e scrittura e se il ritmo narrativo lo detta l'indagine, non nego che la parte più profonda tenta di rispondere alla domanda "chi erano davvero i miei genitori?".

Tra l'intimità delle storie familiari e della storia patria, il mondo contemporaneo e le sue tensioni irrompono con la graphic novel L'autobus incantato di Majid Bita (Canicola), autore iraniano attivo in Italia dal 2014. Mentre nel lavoro precedente, Nato in Iran, il tono prevalente era emotivo, legato al ricordo, intimo, in questa graphic novel, Bita racconta la vicenda, tratta dalla realtà (Iran anni 90), di 21 scrittori iraniani, contrari al regime, invitati a un convegno, fittizio, in Armenia. L'obiettivo, in realtà, è quello di eliminarli durante il loro viaggio in pullman tra le montagne.
"Una storia, questa, che ho sempre portato con me", ha raccontato Bita, "perché questi scrittori erano il simbolo della Rivoluzione e sono riusciti, negli unici due anni in cui abbiamo conosciuto la libertà di stampa, grazie alla motivazione che ne avevano tratto, a produrre una messe di opere letterarie che in altri Paesi avrebbe richiesto anni e anni. In quel periodo noi giovani ci abbeveravamo ai loro lavori, ci sono alcune loro riviste che magari sono uscite in soli cinque numeri, ma che a Teheran girano ancora sottobanco... erano miti per la nostra sete di libertà, di conoscenza". Il piano, per una serie di casualità viene sventato. Ma negli anni 2000 il regime eliminò tutti gli intellettuali amati dai giovani, "vivevamo come se in città si aggirasse un serial killer", ricorda Bita, che prosegue: "In Iran il regime non sta uccidendo dall'anno scorso, ma da decenni, nonostante questo non tutta la popolazione era pronta a ribellarsi, quando è morto Khomeini si è visto uno dei più grandi funerali del mondo contemporaneo e gli intellettuali hanno iniziato a sentirsi davvero soli". Naturalmente l'incontro con Majid Bita ha avuto anche un momento per ricordare la fumettista franco-iraniana Marjane Satrapi, recentemente scomparsa, che con il suo Persepolis ha contribuito a definire un nuovo standard per la graphic novel, tra storia e autobiografia.
Il sipario è infine calato, tra concerti, reading, mostre e incontri, sul Porte Aperte Festival. Organizzato da Associazione Culturale Porte Aperte Festival, Centro Fumetto Andrea Pazienza e Comune di Cremona, con la direzione artistica di Andrea Cisi, Mario Feraboli, Marco Turati, Marina Volonté, il PAF dà appuntamento al 2027.
Sabrina Miglio