«Quando scrivi devi riconoscere che esisti all'interno di una fitta rete di testi che ti hanno preceduto»: trovo particolarmente oneste e vere le parole di Julia Armfield, con la quale ho dialogato in occasione del XXXVIIII Salone del libro di Torino. Scrittrice britannica di particolare talento, Armfield mi colpisce anche per la consapevolezza con cui guarda alla propria scrittura, una lucidità di sguardo mai boriosa, casomai attenta, ludica e matura. Autrice del premiato romanzo Le nostre mogli negli abissi, con Riti privati Armfield torna a esplorare il tema dell'acqua, in una seconda prova letteraria dai forti echi shakespeariani e atmosfere distopiche. Ma è, soprattutto, una riflessione sui rapporti umani, su eredità e abusi. Una storia che attraversa generi diversi, di cui in particolare l'horror sembra essere la chiave per raccontare il nostro presente e le sue criticità.
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Vorrei partire dal rapporto con l’elemento acquatico. Nel suo primo romanzo, l'acqua è un luogo di mistero, claustrofobico, legato a una perdita intima e privata. In questo nuovo libro, invece, l'acqua invade lo spazio comune, urbano, ridefinendo la quotidianità. Si ha l'impressione che lei sia passata dall'esplorazione di un trauma privato a quella di una condizione umana più collettiva. Come si è evoluto il suo rapporto letterario con l'acqua?
È una bellissima domanda. Credo che l'aspetto più importante sia stato dover pensare alla città, in tutte le sue sezioni, esattamente come avevo pensato al corpo di Leah nel mio primo romanzo: un corpo invaso dall'acqua. In questo nuovo libro la città è a tutti gli effetti un personaggio che subisce la stessa identica invasione. È stato il mio modo di rendere pubblico un trauma privato, perché in fin dei conti penso che le due cose coincidano. Ciò che sperimentiamo come comunità è lo specchio di ciò che sperimentiamo come singoli corpi. Più che un cambiamento profondo nel mio rapporto con l'acqua, c'è stato uno spostamento della lente d'ingrandimento.
In questo romanzo è fortissimo il legame con il King Lear di Shakespeare, esplorato però dal punto di vista delle figlie. Come nell'opera shakespeariana, la scelta del padre (Stephen Carmichael) genera forti tensioni tra le sorelle, facendo emergere paure, fragilità e nodi irrisolti. Cosa le interessava esplorare della dinamica distributiva del trauma shakespeariano e cosa ha ancora da dire quel testo al lettore contemporaneo?
In realtà il processo è stato inverso. Sapevo fin dall'inizio che volevo scrivere una storia incentrata su un padre e tre figlie. Di conseguenza, sapevo che mi sarei trovata a comunicare con il King Lear, che lo volessi o meno, così come mi sarei trovata a dialogare con Tre sorelle di Čechov. Quando scrivi, devi riconoscere che esisti all'interno di una fitta rete di testi che ti hanno preceduto: la letteratura è un esercizio infinito di rielaborazione degli stessi temi. Una volta accettato questo inevitabile dialogo, mi sono chiesta cosa rappresentasse il King Lear per me. La risposta è stata: una storia di eredità e di abuso. Ho guardato la tragedia shakespeariana attraverso questa specifica lente e ho cercato di capire come potesse essere rilevante per la storia contemporanea che stavo raccontando.
Le sue storie si aprono spesso alla sperimentazione e all'intersezione di generi diversi che fluiscono l'uno nell'altro, muovendosi con grande efficacia soprattutto all'interno dell'horror. Crede che l'horror sia il genere più adatto per raccontare il nostro presente e le sue criticità? Cosa rappresenta per lei questa scelta?
Sì, assolutamente. Se guardiamo al cinema – che spesso è il sismografo più immediato per capire cosa sta succedendo nel mondo – notiamo un'enorme produzione di film horror negli ultimi anni. Il terrore è la reazione più immediata a un'epoca di crisi, e lo è sempre stato. Per me l'horror è particolarmente importante perché lo considero un genere intrinsecamente queer. Non è solo perché le persone queer gravitano storicamente attorno all'horror, ma perché l'horror stesso è un sottogenere, e vivere l'esperienza queer significa, in ultima analisi, esistere all'interno di un sottogenere della società. Se ci pensiamo, molte delle immagini horror più iconiche della nostra cultura derivano da questa matrice: pensiamo al Frankenstein del 1931, diretto da James Whale, che era un famoso regista dichiaratamente gay. C'è una profonda queerness nel DNA di questo genere. Per questo motivo non è solo il genere giusto per affrontare i nostri tempi, ma è anche il genere perfetto per me.
Trovo molto interessante il modo in cui riesce a tenere insieme una narrazione macroscopica – la società, la crisi climatica, la situazione globale – e un'osservazione microscopica delle relazioni e dell'intimità dei personaggi. Come ha concepito e costruito questo equilibrio a livello di scrittura?
Ci riesco perché, in fin dei conti, l'unica cosa che mi interessa davvero sono le cose "noiose" che provano le persone. Mi interessano la quotidianità e gli aspetti più tediosi dell'amore e della vita. Questo significa che finisco sempre per scrivere romanzi in cui accade qualcosa di folle, assurdo e su scala globale, mentre i personaggi continuano a focalizzarsi solo su come arrivare al giorno successivo. Si preoccupano se piacciono o meno a qualcuno, se avranno un secondo appuntamento o se il partner è arrabbiato con loro. Questo contrasto mi affascina. L'uso del genere (l'horror, il fantastico) è semplicemente il mio modo per aggirare il problema ed esplorare queste paranoie relazionali nel bel mezzo del caos.
Prima di questi due romanzi ha scritto racconti brevi di grande successo, pubblicati su riviste importanti e pluripremiati. Il suo approccio alla scrittura è cambiato nel passaggio dalla forma breve al romanzo?
Molti dicono che scrivere racconti sia estremamente difficile, e lo capisco, ma per me la forma breve è sempre stata una sorta di benedizione e di sollievo. In un racconto sei responsabile solo di una singola, minuscola colonna; tutto il resto può tranquillamente esistere ai margini. La difficoltà del romanzo sta nel fatto che diventi responsabile dell'intera impalcatura dell'edificio. La mia pratica quotidiana non è cambiata drasticamente, ma scrivendo romanzi ho sviluppato una consapevolezza enorme sull'importanza del lavoro di squadra. Ho capito quanto contino gli occhi del mio editor o le idee del mio agente, perché gestire la struttura, la trama, la pianificazione e il ritmo di un romanzo da soli è difficilissimo. In un racconto cerchi di mettere a segno un singolo tono, un colpo di scena o un trucco; il romanzo è un mondo completamente diverso. Inoltre, il romanzo mi ha costretto a curare molto di più i personaggi: non devi per forza renderli simpatici, ma devi renderli sopportabili, perché il lettore dovrà passare molto tempo con loro. È un profondo esercizio di empatia che cambia radicalmente la tua prospettiva.
L'ultima è una curiosità che rivolgo sempre agli autori: che tipo di lettrice è? Il suo modo di leggere è cambiato da quando è diventata una scrittrice?
Sono una lettrice disordinata e un po' maldestra. Il mio modo di leggere cambia drasticamente quando sto scrivendo un libro, perché tendo a essere una grande imitatrice inconscia. Ad esempio, ci sono due pagine nel mio ultimo romanzo in cui divento improvvisamente molto divertente, e questo è accaduto solo perché in quei giorni stavo leggendo Greta & Valdin di Rebecca K. Reilly, che è un libro esilarante. Non appena ho finito quel libro, l'effetto è svanito e ho smesso di essere divertente. Per evitare questo rischio, cerco di non leggere novità editoriali quando sono nel pieno della scrittura. Preferisco affidarmi a letture che mi aiutino esclusivamente con il ritmo, perché per me il ritmo è tutto. Se non entro nel ritmo, la scrittura non nasce. Leggo Joan Didion, o rileggo Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides: non perché io voglia scrivere come loro, ma perché la loro musicalità mi aiuta a trovare la mia. Per il resto non leggo molta letteratura contemporanea. Recentemente ho letto per la prima volta La donna del tenente francese di John Fowles e mi ha completamente fatto impazzire. In questo periodo sto cercando di recuperare i grandi classici che mi ero persa; per tutto il resto ci sarà tempo più avanti.
Intervista e foto a cura di Debora Lambruschini. Si ringraziano l'autore e la casa editrice Mercurio per la disponibilità

