Soffermandoci sull’immagine della polvere, possiamo distinguerne due tipi: la polvere che acceca e la polvere che custodisce. Tra le due si è mossa, sabato 27 giugno, la voce di Mariapia Veladiano, ospite a Palazzo Comi – Casa Museo, a Lucugnano, per la dodicesima edizione del Festival Armonia. Narrazioni in Terra d'Otranto.
Il festival diffuso, ideato e organizzato dalla Libreria Idrusa di Alessano e dall'associazione culturale NarrAzioni, con la collaborazione di Mario Desiati e il sostegno del Consiglio regionale della Puglia “Teca del Mediterraneo” e dei Comuni di Specchia, Alessano e Castrignano del Capo, ha scelto per quest'anno il tema “Mentre tutto brucia”: la lettura come gesto indispensabile proprio nei tempi dell'incendio, non come rifugio ma come possibilità di trasformazione. Proprio a Palazzo Comi, sede storica del Premio Calvino, si sono tenute sabato e domenica le due serate dedicate all'osservatorio sulle nuove scritture. Dopo l'aperitivo letterario con il Club dell'Indice di Capo di Leuca e il dialogo tra Monica Acito e Valeria Nicoletti, alle 21:30 è stata la volta di Veladiano, che ha presentato il suo ultimo romanzo, Dio della polvere (Guanda), in conversazione con Chiara D'Ippolito e Anna Rita Merico.
Dio della polvere si apre su una scena in cui Chiara Camillini, fisioterapista e donna di fede, si presenta senza preavviso nello studio di un vescovo, decisa a ottenere giustizia per Luna, una giovanissima paziente il cui corpo porta i segni di una violenza subita da un prete. Da quell'incontro nasce un confronto serrato, quasi tutto giocato a due voci tra le mura dell'episcopio di una città del nordovest mai nominata, in cui Chiara mette alle strette un'istituzione abituata a proteggere se stessa più delle proprie vittime. Un romanzo breve e teso, costruito quasi interamente sul dialogo, che Veladiano, già autrice di La vita accanto, vincitore del Premio Calvino, dedica al tema degli abusi nella Chiesa cattolica e al prezzo del silenzio.
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| Dio della polvere di Mariapia Veladiano Guanda, 2025 pp. 192 € 18 (cartaceo) € 11,99 (ebook) VEDI IL LIBRO SU AMAZON |
Resta, sotto tutto, il nodo più scomodo, quello da cui il libro sembra originarsi, ovvero “quando la vittima parla da vittima”, ha detto Veladiano, “automaticamente la si crede meno, perché i fatti appaiono impregnati della sua emotività”. È un paradosso quasi assurdo perché l'unica persona che avrebbe pieno diritto di parlare è proprio quella che la nostra cultura giudica meno credibile. Troppo coinvolta per capire e che esagera, confonde.
Nel romanzo c'è una figura-ponte, suor Mary Anne, religiosa originaria del Gabon, che per l'autrice incarna tutte le minoranze interne alla Chiesa, prima di tutto le donne, confinate da una gerarchia che le relega a una funzione gregaria, quasi sempre precaria.
La suora era africana, ormai venivano quasi tutte dal Sud del mondo, importate a sostituire quelle che non ci stavano più a fare le serve, lei lo pensò suo malgrado, malgrado la assoluta immensa dolorosa simpatia di genere che provava per loro. (p. 9)
Una suora che a Chiara, in principio, dà un po’ fastidio, le donne serve, prima di rivelarsi qualcosa di completamente diverso. Veladiano ne ha parlato come di uno spreco di vocazione, ricordando che sono spesso le suore arrivate dall'Africa a rivitalizzare oggi ordini religiosi altrimenti in crisi. Un dettaglio che dice molto di come la Chiesa guardi alle proprie minoranze. Un potere condiviso, allargato anche alle donne, sarebbe un potere meno pericoloso.
Eppure Chiara, nonostante tutto, non perde la fede. «Non siete così importanti sa, vescovo. Non così importanti da togliermi la fede. Il sonno sì, ma la fede no.» (p. 9), dice a un certo punto al vescovo. È una distinzione su cui, sollecitata anche dalle domande di Chiara D'Ippolito, Veladiano è tornata più volte: la fede viaggia per conto suo, al di là dell'istituzione. Confondere preti e vescovi, anche quando si rivelano criminali, con la fede stessa è un pensiero clericale, ha detto l'autrice, ed è lo stesso meccanismo per cui, se il prete è buono, va tutto bene, e se non lo è, si perde la fede insieme a lui.
Sul piano della scrittura, Merico ha insistito sulla centralità del tema del potere: "un leviatano che si muove, con un corpo poco visibile, ma che si muove". La polvere del titolo è una sorta di nebbia salvifica da cui prendono corpo personaggi e luoghi, mentre il potere agisce secondo regole non dette ma costantemente praticate ed è un meccanismo capace di svuotare l'altro fino a renderlo fantasma di sé stesso, manipolabile, senza corpo proprio. È in questa chiave che va letta la ragazza che non muore ma sta per morire, individuando l'anoressia come interiorizzazione del potere nel corpo. La polvere, ha osservato Anna Rita Merico, si manifesta nell'allergia di Chiara, nel bambino che, a un certo punto del racconto, si stacca dalla statua e anche nel mercoledì delle ceneri con cui la Chiesa stessa celebra la polvere, aggiunge l’autrice. È ciò che disfa e ciò che resta visibile dopo che qualcosa è crollato, il parallelo con un dio che interroga, più che un dio che consola.
Veladiano ha tenuto a chiarire che, se la vicenda di Chiara risulta opera di invenzione, le parole del vescovo non lo sono affatto, ma sono frasi realmente pronunciate, raccolte da omelie e autodifese ecclesiastiche, così come le storie che la stessa Chiara racconta nel romanzo. Una scelta non casuale, in un Paese dove questi temi restano in gran parte sconosciuti, a partire dal linguaggio. La parola "abuso", ha ricordato l'autrice, è stata messa in discussione dal tribunale dei minori di Parigi, perché presuppone un uso buono di qualcosa che viene impiegato male e si può abusare del potere, perché il potere in sé può essere buono, ma non esiste un uso corretto della violenza su un bambino. Da qui la formula che ha attraversato tutta la serata: esiste potere senza abuso, ma non esiste mai abuso senza potere.
Il romanzo nasce da un desiderio preciso ed è di tenere lo sguardo fisso sulle vittime e insieme affrontare il tema della giustizia.
“C’è un male, come dire, che c’è, ecco. Sempre capiterà che qualcuno faccia cose tremende a un altro o un’altra, questo è l’uomo. Ma c’è qualcosa che dipende da noi, proprio solo da noi, ed è rendere giustizia.” (p. 78)
Per secoli, l’autrice ha ricordato, la violenza sui minori da parte del clero è stata derubricata a peccato, perdonabile, anziché riconosciuta come crimine, in un'architettura sacrale in cui la vittima semplicemente non compariva. Nel diritto canonico, solo quando la violenza avveniva all'interno della confessione, si parlava di crimen sollicitationis che si rivela un reato contro il sacramento, non contro la persona. Da qui, la lunga storia di preti spostati di parrocchia in parrocchia, la stessa raccontata dal film Il caso Spotlight di Tom McCarthy, fino alle indagini più recenti in Francia e, soprattutto, in Spagna, citate da Veladiano come esempio di lavoro investigativo serio e al rapporto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori pubblicato lo scorso 16 ottobre.
Tutte le violenze sono importanti, ma voi pretendete di incarnare l’amore di Dio! La violenza che viene dalla posizione di potere è intollerabile. Quella che avviene in nome di Dio è una morte anticipata perché, se ci tradisce anche Lui, Signore da chi andremo?» (p. 28)
In Italia, ha osservato l'autrice, manca ancora una cultura della denuncia e manca soprattutto, a livello organizzativo, un sistema strutturato con cui i vescovi possano ascoltare e registrare le segnalazioni.
Nella religione, riflette Veladiano, esiste un trittico pericoloso che è l’individuo maschio, con potere, e che agisce per conto del sacro, cioè chi parla in nome di Dio e che si ripresenta con uno schema quasi identico nelle conferenze tenute dagli stessi preti, spesso aperte citando il passo più duro del Vangelo di Matteo, quello in cui Gesù dice che chi fa del male ai bambini meriterebbe di essere annegato. Un'apertura che, però, si accompagna quasi sempre a una retorica che rende "piccola" la vittima (i piccoli sono vicini al Signore) finendo per sminuirla proprio mentre la si invoca, perché il piccolo, semplicemente, non è soggetto giuridico. E poi la domanda-trappola che chiude spesso questi discorsi: vogliamo vendetta o perdono? Una falsa alternativa, ha chiarito Veladiano, perché nessuno chiede vendetta, si chiede giustizia, ma il solo porre la domanda in questi termini è già un modo per far sparire di nuovo la vittima.
A chiudere l'incontro, il consiglio di lettura dell'autrice: Donne che parlano di Miriam Toews, romanzo che Veladiano ha indicato come chiave ulteriore per pensare insieme scrittura, silenzio e giustizia.
Armonia prosegue ora tra Alessano, Castrignano del Capo, Santa Maria di Leuca, Lecce e Bari (programma completo su associazionenarrazioni.it).
Valentina Botrugno
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