Allegoria del buono e del cattivo governo nell'utopia di Boris Akunin "Svegliati!". Tutti gli scenari sono a portata di mano

Svegliati Boris Akunin

Svegliati! Una u(dis)topia
di Boris Akunin
Mondadori, aprile 2026
 
Traduzione di Francesca Mastruzzo
 
pp. 168
€ 19,00 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
 
«Siamo nel futuro?» sussurrò lei.
«È impossibile essere nel futuro. Siamo qui e ora. Ma rispetto al tuo punto di partenza, il 2025, ovviamente siamo nel futuro. Sai che ti dico? Resta sdraiata, riprenditi e ti aggiorno rapidamente sulla situazione. Ma prima un bacio.» (p. 24)

Elena e Alik vivono l'una per l'altro. Si sono conosciuti in una Russia da pochissimo post-sovietica e si sono innamorati. Hanno vissuto una splendida vita insieme: si sono amati, hanno viaggiato, hanno beneficiato di uno stile di vita molto confortevole. Quando Alik entra in coma a seguito di un infarto, Elena sa di non poter stare senza di lui. Decide quindi di farsi crioconservare con la precisa indicazione di risvegliare lei e il marito non appena si sarà trovata la cura adeguata. Nel 2106 il miracolo avviene e lei e Alik si trovano in un mondo spettacolare, dove i grandi problemi dell'umanità sono stati risolti e sono pronti a continuare la loro vita da dove l'avevano interrotta, pronti a beneficiare degli enormi progressi e delle possibilità di una Terra che ha trovato le risposte. O forse non è così: forse tutto quello che c'è intorno a loro è solo una possibilità. Quello che è certo è che le risposte per combattere o accelerare il disfacimento del pianeta risiedono tutte nella nostra mente. 

Cosa c'è peggio della felicità? Non è nemmeno il fatto che debba per forza finire, è che le persone felici non guardano l'orologio. Ci si dimentica del tempo, ed è per questo che vola. (p. 149)

Il sottotitolo di Svegliati!, ultimo romanzo di Boris Akunin, pseudonimo dell'autore russo Grigorij Chkhartišvili, è Una u(dis)topia. Questo snello romanzo dal ritmo molto veloce, complici i moltissimi dialoghi, inserisce il dubbio nella mente di chi sta leggendo. Forti del nostro costante pessimismo, nel momento in cui leggiamo del mondo del 2106 in cui Elena e Alik si risvegliano il primo pensiero che sorge è che tutto sia troppo bello per essere vero. Da qui l'ambiguità del sottotitolo. 

Quando Elena entra in crioconservazione, il mondo è esattamente come lo ascoltiamo ogni mattina sui vari organi di informazione: guerre, povertà, rischi pandemici, problemi climatici che avvalorano la sensazione di essere sempre all'inizio di un film apocalittico dove i personaggi si godono gli ultimi mesi di normalità prima del tracollo totale. Il risveglio di Elena è un lungo sospiro di sollievo. Alik, che è stato curato pochi anni prima di lei, ha già avuto modo di acclimatarsi e le fa da Virgilio, spiegandole tutto quello che è stato realizzato in ottant'anni e come il mondo abbia scongiurato, una dopo l'altra, tutte le minacce che incombevano sul pianeta e la razza umana. Si è partiti da un semplice assunto: non permettere più che la guerra calda potesse essere un mezzo di risoluzione dei conflitti. Tutte le risorse non investite nell'industria bellica sono state riversate in altri settori. Una soluzione così semplice e così ovvia che non ha incontrato resistenze da parte di nessuno perché i metodi per fare profitto si sono spostati su altre aree, il sistema economico si è stabilizzato e il mondo ha trovato un nuovo equilibrio.
Immaginiamo, per esempio, di destinare miliardi a un ampio gruppo di aziende private a patto che ripuliscano gli oceani dalla plastica nel giro di pochi mesi: detto, fatto. I soldi non fanno la felicità, ma di sicuro sono un ottimo incentivo. 

Tutti i problemi, tesoro, tutti si possono risolvere con investimenti intelligenti e generosi: investimenti in denaro, cervello, talento. L'arretratezza dei paesi sottosviluppati ha iniziato a ridursi quando questi Paesi hanno fatto, sai cosa? Esatto. Hanno iniziato a svilupparsi in modo mirato e intensivo. Non hanno ricevuto assistenza solo materiale, che genera solo parassitismo e corruzione, ma sono state create buone scuole per bambini, costruite imprese e stimolate le attività imprenditoriali e creative. (p. 56),

spiega Alik a una stupefatta Elena. Gli ottant'anni che a Elena mancano vengono ricostruiti in maniera esaustiva con tanto di eventi storici, rivolgimenti politici e le logica catena di conseguenze. Akunin non costruisce un'utopia sull'impossibile idea che l'umanità diventi improvvisamente buona, ma sul fatto che sappia usare meglio le risorse messe a disposizione. Tanto che, leggendo le spiegazioni e le varie strategie messe in atto, viene da chiedersi: perché non lo facciamo subito? Sembra tutto molto fattibile e anche le soluzioni che sembrano più naïf – come la perfetta uniformità nel modo di vestire, la mancanza totale del consumo di carne e le onnipresenti, per tutti i futuri che sono sempre immaginati, macchine volanti – sono solo note di colore in un mondo che produce un sollievo indescrivibile nel leggerlo. Un mondo in cui si riconosce il valore dell'umanesimo, dell'educazione, dell'arte come strumento di miglioramento della vita; un mondo in cui l'IA coadiuva il nostro buon vivere e non ha eliminato la forza lavoro. Alcune soluzioni sono assurde, come i villaggi abitati a tema – Alik ha scelto di vivere in una cittadina dove c'è sempre un'atmosfera alla Halloween, con tanto di Ofelia galleggiante nel lago –, ma nel complesso ci si accorge che tutto quello che ci minaccia come specie è stata creata dalla nostra mente e le nostre mani e, così come l'abbiamo creata, siamo anche in grado di sventarla. Con accorgimenti così ovvi da far venire voglia di chiudere il romanzo e iniziare a lavorare perché tutto questo diventi realtà.

Ma un mondo così perfetto deve avere qualche problema: un governo ombra, una fine imminente, una de-umanizzazione della razza umana, un ampliamento della forbice sociale, qualcosa, insomma, che non renda giustizia al sottotitolo. Si parlava di ambiguità in questo termine: u(dis)topia. Ma non per i motivi che potrebbero sembrare i più ovvi. Tutto è sempre (stato) nelle mani e nella mente dell'umanità. I personaggi del romanzo possono scegliere, l'umanità può scegliere che tipo di futuro costruire. Anche Elena e Alik saranno chiamati a scegliere. 

Svegliati! va letto senza farsi ingannare dall'eccessiva semplicità e dalla scelta – spesso rischiosa, se non la si utilizza bene – di affidare quasi tutto il peso della narrazione al dialogo diretto. Non è un semplice viaggio di scoperta in un futuro radioso, ma va guardato con la stessa meravigliata ambivalenza che si riserva alla visione dell'opera Allegoria ed effetti del buono governo e del cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti. Tutti gli scenari sono possibili e a portata di mano.

Giulia Pretta