Forse era questo diventare amiche: correggere una miopia che neanche si pensava di avere. (p. 147)
Irene e Ottavia erano inseparabili, tant'è che tutti a scuola le ricordavano insieme e, quando era con lei, Irene scompariva un po', messa in ombra dalla luce abbagliante di Ottavia. Ma questo non è mai stato un problema reale. Neanche quando Pietro Garzanti, rappresentante di istituto, che piaceva a entrambe, ha iniziato a uscire con Otti. Semmai si è stabilito un gioco di sottili gelosie e attrazione soverchiante. Ma cosa è successo dopo, cosa ha portato Ottavia a non rispondere più ai messaggi di Irene?
All'inizio di Giorni futuri, troviamo un'Irene trentenne, di ritorno a Torino dopo anni passati oltreoceano e prima ad Amsterdam e a Utrecht; lei, che avrebbe dovuto sposarsi, ora è single, ed è anche between jobs, espressione politicamente corretta per definire un periodo di disoccupazione. Eppure la aspetta un posto di ricerca dalla primavera seguente a Londra, glielo garantisce la sua professoressa, Friederika, ma siamo davvero sicuri che questa sia la strada da seguire? Per ora Irene ha bisogno di tempo, è una expat stanca, rientrata nella sua città natale, nella casa dei suoi genitori, dove tutto è rimasto come congelato nel tempo, a cominciare dalla sua stanza.
Niente, però, è davvero come prima: in quella stanza Irene covava sogni diversi, ascoltava altra musica, tappezzava di poster che oggi hanno perso colore. In quella stanza, soprattutto, entrava sempre Otti, come se fosse sua sorella, e prendeva la parola in casa, specialmente con la mamma di Irene, Teresa, come se fosse in famiglia.
Adesso tutto è cambiato, Teresa ha un cancro grave e Irene non vuole preoccuparla, per cui racconta bugie bianche per prendere tempo, provare a mettere insieme i tanti pezzi di vita vissuti all'estero. Pezzi di vita non condivisi con la sua migliore amica, che adesso è un'influencer molto seguita, parla di benessere e gestisce corsi di yoga, a Rotterdam; continua a essere luminosa e affascinante. Anche senza Irene. Le poche informazioni che ha su di lei, ormai, arrivano da Teresa, che è rimasta in contatto con Ottavia e, anzi, la definisce sua amica.
In un contesto simile, di difficile reinserimento nella quotidianità torinese, Irene prova a buttarsi in una festa organizzata da vecchi compagni di scuola, conoscenti più che altro. Qui Irene prende atto dei tanti cambiamenti avvenuti, di tante coppie che adesso hanno figli e un lavoro stabile, ma soprattutto incontra Pietro Garzanti, ancor più attraente di quando era rappresentante di istituto. Lui, al contrario, non sembra quasi ricordarsi di Irene e poi la bolla come "l'amica di Otti". Nonostante questo, nelle prime pagine del romanzo assistiamo a un avvicinamento tra i due, a un gioco di seduzione ironico volto a conoscersi meglio. E intuiamo che qualcosa sta per accadere, qualcosa che potremmo riassumere con questa citazione: «Ed è così che è continuato quel gioco di maschere: farsi vedere e nascondersi. Essere seri e giocare» (p. 118).
C'è spazio per un romanticismo a tempo, nel romanzo di Gabriella Dal Lago, un infilarsi veloce l'uno nella vita dell'altra, senza alcuna garanzia di costruire qualcosa. L'autrice sceglie di registrare i dettagli più concreti di questa coppia – nuova e al tempo stesso già intima, quasi priva di mistero – per descrivere un legame che non ha bisogno di immaginazione o lirismo. Non sarebbe però corretto pensare che questo realismo spazzi via qualsiasi emozione. Anzi. Semplicemente, sono emozioni legate al qui e ora, perché – come in tanta letteratura contemporanea, testimone fedele del nostro presente – sognare un rapporto stabile è un'illusione pericolosa. Ci sono i messaggi, gli appuntamenti, il desiderio di studiare le reazioni dell'altro e provare a leggerle. Ma non si ha mai la certezza di averle lette bene, perché dell'altro si conosce poco, pochissimo. D'altra parte, il tempo manca per approfondire la conoscenza.
Irene, infatti, è consapevole di quanto tutto sia precario: Pietro abita ad Amsterdam, lei non ha ancora deciso se restare a Torino o andare a Londra o chissà dove, e tutto è sfilacciato, per cui risulta impossibile e deleterio pontificare. Questo non significa che Irene riesca a vivere la storia superficialmente, scrollando le spalle davanti alle delusioni. Però non ne è stupita: d'altra parte, neanche l'amicizia con Ottavia ha resistito al tempo, e questo tarlo continua a rodere, anche inconsciamente.
A Torino le resta però Camilla, una ragazza molto diversa da lei, che ha compiuto la scelta deliberata di non partire, di costruirsi lì una piccola idea di felicità in un appartamentino, con un lavoro d'ufficio che Irene non capisce neanche bene fino in fondo. Così come non sa neanche chi stia frequentando Camilla, se un uomo o una donna. Insomma, con lei c'è un'amicizia diversa da quella con Otti, meno esclusiva, eppure Camilla c'è quando Irene ha bisogno. Con i suoi modi, i suoi tempi, e tanti messaggi. Ma Camilla è anche quella dei grandi gesti, come prestare l'appartamento a Irene perché possa stare un po' lontana da casa.
Storia di un'amicizia che sfiora l'amore e di un amore che può piegarsi verso l'amicizia, Giorni futuri offre numerosi spunti di riflessione ai coetanei della protagonista: in un'idea di spazio fluida, dove quasi tutti partono e non possono mettere radici, perché non sanno cosa lì aspetterà domani, né se avranno un lavoro stabile o se dovranno inventarselo, tornare nella casa dei genitori fa sembrare persino le coperte più morbide, il divano più accogliente. Quello che può tenere in contatto col passato è una dimensione che piace a Irene, che è ancora ancorata ai ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza e fatica ad accettare il cambiamento – anche il cambiamento dei ruoli. Perché i ruoli sono rassicuranti, per quanto paralizzanti; e le ci vorrà tempo per capire che Ottavia è una donna diversa dalla sua compagna di banco, così come Irene stessa ha vissuto esperienze che l'hanno cambiata. Solo che, vivendosi ogni giorno ogni istante, Irene non se ne accorge. E aprire gli occhi su questa verità, compiendo un andirivieni tra passato e presente (decisamente ben strutturato dall'autrice), è uno dei tanti dolorosi ma necessari disvelamenti di Giorni futuri.
GMGhioni
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