«Affitti troppo cari, una protesta che scatena la violenza, due misteriosi omicidi»; mentre esco di casa a metà mattinata per andare a conversare con lo scrittore Petros Markaris, ho ancora in testa la frase che campeggia sulla fascetta del suo ultimo libro. Ci penso mentre attraverso in metro una parte della città e arrivo alla stazione di Cadorna. Ci penso mentre svolto nella piccola via in cui ha sede la casa editrice La Nave di Teseo, con il parco Sempione che splende di luce e di verde in fondo alla strada. Ci penso mentre imbocco le scale e poi entro nella sala angolare dove si svolgerà l’incontro, un grande tavolo ovale al centro e tutt’intorno scaffali pieni di libri; l’autore e il suo traduttore Andrea Di Gregorio sono già seduti.
Ci penso anche perché negli ultimi mesi mi sono trovato a dover cambiare casa e a confrontarmi con la situazione insostenibile degli affitti e dei rincari immobiliari di Milano e anche mentre aspetto che gli astanti prendano la parola non riesco a concentrarmi su altro che non sia la possibile retta mensile dell’enorme appartamento in cui ci troviamo o di quelli che fanno capolino dalle tante e ampie finestre. Ma quando, dopo le frasi di circostanza, l’incontro ha inizio, capisco che le ossessioni che mi compulsano il cervello da mesi si stanno prendendo la scena: del resto la crisi abitativa scoppiata negli ultimi anni in Grecia e in particolare ad Atene – come sottolineato dalla sopracitata fascetta – è il motore narrativo che muove La ricchezza che uccide, ultimo romanzo di Markaris con protagonista il commissario Kostas Charitos.
Nel libro, il suicidio di Themis e Aliki che, anche dopo aver divorziato, sono costretti a condividere lo stesso tetto perché non possono permettersi né di andare dai genitori né di vivere da soli – «Dato che il divorzio non ha potuto separarci, sarà la morte a unirci nuovamente» – scatena le proteste della popolazione esasperata dall’insostenibilità della situazione; prima una folla inferocita assalta in ministero dell’Economia e poi un gruppo di persone decide di campeggiare con le tende nel parco dell’Ellinikòn, ex aeroporto adesso trasformato in un complesso residenziale di lusso. Per provare a contenere la situazione, il governo decide di trasferirli in un centro accoglienza per immigrati, spedendo buona parte dei suoi occupanti nei paesi di origine; se intervenire sulle ragioni che causano il disagio è complesso e faticoso, molto più semplice è scaricare il problema su chi ha ancora minori diritti, in una lotta tra poveri che infoltisce le fila degli ultimi mentre li spinge sempre più ai margini. Sarà in questo contesto che verranno commessi i due omicidi di cui si occuperanno Charitos e le forze dell’ordine e che costituiscono il fulcro poliziesco del romanzo.
Eppure, in questa tensione politica è possibile intuire un cortocircuito emblematico e carico di significato; uno iato rivelatore che allontana l’autore dai suoi personaggi e dalle vicende narrate. Da un lato ci sono l’afflato e la passione con cui Markaris parla dei temi del suo libro – che in originale ha il titolo ancora più forte de Il carro funebre del successo – e critica la speculazione immobiliare, l’inerzia dei governi, l’impatto di AirBnB e del turismo internazionale che hanno reso negli ultimi dieci anni la casa un bene di lusso, impoverendo le classi medio-basse e creando un divario sociale insanabile con le fasce più alte e benestanti. E si tratta di un fermento che in presenza risulta assolutamente genuino, avvalorando il portato politico della denuncia fatta attraverso una letteratura leggera e di consumo raffinato.
Dall’altro lato però, c’è il romanzo, nelle cui pagine aleggia un alone di tiepida rassegnazione, in cui la rabbia e la ribellione esplodono in brevi momenti di lucida follia senza mai trasformarsi in movimenti strategici e sistematici. Lo stesso Choritos, per quanto animato da buoni sentimenti, è costretto ad accettare uno stato delle cose che sembra difficile da scalfire, limitandosi a scegliere il male minore e a contenere il più possibile i danni. In questo contesto in cui i legami politici e civili si sfaldano spetta alla famiglia – altro nucleo tematico essenziale nella narrativa di Markaris – assurgere al ruolo di cellula primaria e positiva dei rapporti umani.
Sono ormai vicino al City Life District (in cui in tempi recenti è nato un complesso di uffici circondato da appartamenti di lusso) e penso che sarebbe il posto ideale per venire a piantare le tende e poi vedere cosa succede. Ma intorno a me vedo solo gente che corre o persone agghindate, ingioiellate e incravattate che si sono prese un attimo di pausa prima di tornare ai piani alti. Nessun picchetto e nessuna protesta. Nessun aspirante campeggiatore. Chissà se Markaris crede che sia uno scenario ammissibile o se ha scelto di scriverne proprio perché sa che è implausibile nel mondo reale. Non credo di avere una risposta. Ed è il bello della letteratura.
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