di Camilla Sten
Fazi, marzo 2026
Traduzione di Daniela De Lorenzo
pp. 340
€ 19,50 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
Dopo Il villaggio perduto e l’Erede, torna in Italia, grazie a Fazi, la stella nascente del noir svedese, Camilla Sten. Stavolta l’ambientazione è diversa, rispetto ai precedenti, perché la Sten si confronta con il classico tòpos dell’isola. Un’isolotto deserto e privato è il luogo scelto da un gruppo di ragazze nel 2012 per il loro ritrovo annuale “segreto” e nel 2022, lo stesso luogo, stavolta arricchito da un resort, fa da sfondo alla vicenda ambientata nel presente, ovvero l’addio al nubilato organizzato da un gruppo di amiche.
Sono presenti due piani narrativi dunque, caratteristica strutturale che la scrittrice svedese ci ha già presentato negli altri romanzi oltre ad un ideale “dialogo" tra le vicende del passato e del presente, dove ciò che è avvenuto nel passato che sembra destinato a risvolti inquietanti nel presente.
La fine misteriosa delle amiche del 2012, Matilda, Anna, Linnea ed Evelina, che per la polizia sono semplicemente scomparse, è da sempre al centro dei pensieri di Tessa Nilsson, che ha fatto del suo amore per il true crime un lavoro, grazie ad un podcast di successo. Poi è avvenuto qualcosa di terribile e la sua popolarità le si è riversata contro, inducendola ad isolarsi e a non continuare più. L’addio al nubilato è dunque un’occasione per lei, perché le permetterà di vedere da vicino ciò che è successo su quell’isola, altrimenti irraggiungibile, perché privata e potrebbe portare a scovar indizi che le sarebbero utili a rimettersi in pista e a risolvere uno dei misteri che più la ossessionano. Il caso vuole che il resort sia proprio gestito dalla sorella di una delle vittime, rendendo l’evento imperdibile.
Le cose però non si svolgono come Tessa sperava e al contrario cominciano ad avvenire inquietanti sparizioni, a cui il gruppo non fa all’inizio molto caso, ma che mettono sul chi va là la podcaster, che non riesce a non nutrire dubbi sulle vicende e vuole vederci chiaro, mettendo in pericolo se stessa e le altre, ma arrivando infine alla soluzione dell’enigma.
Come nei romanzi più recenti, in cui questo tema risulta sempre più diffuso, anche qui vi è un nesso tra la percezione del dolore e la rappresentazione di esso in chiave contemporanea.
Tessa non è una detective classica: è una podcaster, contagiata dall’ossessione collettiva per i casi irrisolti. Camilla Sten gioca con questa ambiguità morale: Tessa cerca la verità, ma allo stesso tempo ha costruito la propria identità professionale sul trauma altrui. In questo senso il romanzo gioca sul confine tra ricerca della verità e voyeurismo, grande tematica del nostro tempo. Ricordiamoci infatti che una delle prerogative del giallo nordico è appunto quello di indugiare su tematiche sociali.
Anche la scelta dell’ambientazione non è casuale, perché nei noir nordici contemporanei l’isola spesso diventa un luogo di sospensione morale: isolata dal mondo, priva di fuga. In questo Sten riprende una tradizione che va da Agatha Christie fino ai thriller contemporanei, ma in salsa nordica risulta condita da silenzi, tensioni relazionali e freddezza emotiva. L’isola privata trasformata in resort racconta come il trauma venga “commercializzato” e addomesticato dal lusso.
Chi conosce questa scrittrice sa inoltre che riserva grande valore al significato del gruppo, che sia ristretto o più allargato, di solito appare compatto solo formalmente e infatti il gruppo delle amiche nel passato e quello delle amiche della sposa sono spazi chiusi, in cui si evidenziano tensioni irrisolte e identità forti.
Da un punto di vista strutturale il libro risulta un po’ lento all’inizio, perché la scrittrice privilegia la costruzione atmosferica rispetto all’azione immediata, per creare inquietudine crescente; riprende poi ritmo nella parte finale, dove la narrazione risulta incalzante e i colpi di scena si susseguono. Il lettore avvezzo ai gialli capisce presto quale possa essere la conclusione, mentre il personaggio di Tessa prende forma sempre più a livello psicologico, catturando e incuriosendo.
Rispetto ai romanzi precedenti qui l’autrice sempre essere meno attratta dall’elemento horror puro e si concentra di più sulla tensione psicologica e relazionale. In particolare, mentre Il villaggio perduto giocava molto sull’atmosfera perturbante e quasi folk-horror, qui il male sembra nascere soprattutto dalle dinamiche umane.
Pur risultando, a parer mio, meno avvincente degli altri due romanzi, anche qui Camilla Sten gioca con il meccanismo della tensione scaturita dallo spazio, puntando stavolta più sulle ossessioni psicologiche contemporanee, che non sui traumi del passato, che sono il motore dell’azione ma restano irrisolti e sono funzionali a mettere in scena la fragilità dei legami umani.
Samantha Viva
