Dietro le quinte dell'alta società: "Uno di noi" di Elisabeth Day

Uno di noi 
di Elisabeth Day 
Neri Pozza, aprile 2026 

Traduzione di Simona Fefè 

pp. 384 
€ 20,00 (cartaceo) 
€ 9,99 (ebook)


«So da parecchio tempo dove mi collocano i Fitzmaurice. Pensano che non me ne renda conto, ma sbagliano. So che mi deridono. So che mi reputano un cagnolino docile, ma io li disprezzo quanto loro disprezzano tutti noi perché non siamo loro».  (p. 261)

Uno di noi è un libro crudele, cinico, diretto, i cui veri protagonisti sono la rabbia, la vendetta, il desiderio di rivalsa; che attraverso dialoghi taglienti e spietate analisi e autoanalisi, mette a nudo i perversi meccanismi su cui si fonda il potere politico, le conseguenze distruttive dell’ambizione senza freni e il divario, spesso insanabile, tra autenticità e strategia. Seguito ideale de Il party (Neri Pozza, 2017) – ma perfettamente leggibile anche in autonomia–, è un romanzo elegante e velenoso, attraversato da una costante tensione psicologica: costruito attorno alle fragilità di un’élite apparentemente inattaccabile, trasmette la sensazione diffusa di una catastrofe imminente. Day infatti pone al centro della scena un gruppo di personaggi ricchi, istruiti e ‘rampanti’, mostrando tutte le insicurezze e le paure che si nascondono dietro ai loro privilegi sociali e alla patina di perfezione di cui amano circondarsi. 

Al centro dell’intreccio troviamo i componenti della famiglia Fitzmaurice, rappresentanti della high society britannica contemporanea, e una costellazione di ‘amici’ che, pur non facendo strettamente parte del clan, gravitano attorno a esso per convenienza, per affari o per ragioni politiche (Ben Fitzmaurice aspira infatti alla carica di Primo ministro). È un mondo patriarcale, conservatore e perbenista, in cui si muovono prevalentemente uomini abietti, volgari affaristi, imprenditori senza scrupoli, e i rapporti tra i vari personaggi – anche quelli tra i membri della medesima famiglia – sono improntati all’ipocrisia e all’opportunismo, minati da segreti, tradimenti e rivalità vecchie di anni. 

«Il migliore amico di papà dai tempi della scuola, o almeno è quel che pensavi tu. E che lui ti ha fatto pensare. Papà è un vero maestro, no? Nel convincerti di essere la persona più importante al mondo, fino a quando non lo deludi o non gli sei più utile, e allora ti butta via, ti scarica». (p. 204)

I Fitzmaurice, del resto, tendono, se non proprio a respingere, quanto meno a marginalizzare i trasgressori delle leggi non scritte che dominano il loro ambiente: Felicity, sorella maggiore di Ben, ha pagato un prezzo altissimo per il proprio anticonformismo. La sua morte mette in moto una catena di eventi che finiranno per travolgere molti dei protagonisti: non è un caso che i fatti prendano avvio con l’organizzazione del suo funerale. 

Non c’è niente di vero nella storia imbastita dalla sua famiglia. D’altro canto, la sua famiglia non ha mai saputo la verità su chi lei sia. O fosse. Era cominciato tutto con il suo nome. Dal latino felicitas, che significa felicità e, qui sta il bello, fertilità. Ma lei è stata la più infelice dei figli messi al mondo dai suoi genitori. (p. 177)

A ereditare il ruolo di ribelle della famiglia da sempre riservato a Felicity è la nipote, la giovane Cosima, che alla forza oppositiva dell’adolescenza unisce la matura consapevolezza della farsa quotidiana impostale dal proprio rango sociale, e che, di nascosto dai genitori, abbraccia attivamente la causa ambientalista: Day ne trae l’occasione per inserire nel libro la tematica del cambiamento climatico (ma c’è spazio anche per il politicamente corretto, il #Metoo e lo strapotere delle piattaforme social nella vita pubblica e privata).

«Detesto il modo in cui hanno ridotto il mondo» prosegue Cosima, tranquilla. «Il capitalismo, l’avidità, l’avanzata rapace della misoginia aziendale». «Un’affermazione forte». Lei fa spallucce. «Se non rimediamo noi agli errori compiuti dai nostri genitori, chi altro lo farà?» (p. 277)

La vera voce fuori dal coro (anche in senso letterale: è l’unico personaggio che, nei capitoli a lui dedicati, parla in prima persona) è quella di Martin Gilmour: un outsider di modesta estrazione sociale, che al college ha sempre subito le prepotenze degli studenti più ricchi, e, oltre a essere da allora innamorato di Ben, è anche ossessionato dal benessere e dal potere che egli rappresenta; egli sa di aver potuto frequentare ‘le alte sfere’ solo perché anni prima, sacrificando se stesso, ha salvato la reputazione di Ben dalla sicura rovina. A distanza di tempo, il rapporto tra i due continua ad essere ambiguo, perché Martin non è mai riuscito a liberarsi veramente della sua dipendenza emotiva e prova ancora un groviglio di sentimenti che oscillano tra la rabbia e il rancore, la vergogna e l’inibizione. 

[…] il solo pensiero di rivederlo mi fa battere forte il cuore, come a un personaggio di un romanzo strappalacrime. Un tempo mi batteva forte perché lo amavo. Oggi batte furiosamente perché lo odio. (p. 96)

Sebbene metta in scena un ampio numero di personaggi, il romanzo non può essere, se non formalmente, definito corale o polifonico. L’alternanza dei vari punti di vista su cui esso si basa, non produce infatti un armonico intreccio di voci, ma accentua piuttosto il senso di isolamento che accomuna i protagonisti, proponendo una galleria di individui disincantati e irrisolti, una rassegna di esistenza frustrate e disilluse. Verso la conclusione del romanzo, alcune vecchie ingiustizie vengono riparate, ma neanche in questo caso si assiste a una rassicurante e definitiva vittoria del bene, poiché la ristabilita verità, frutto di scelte dolorosissime, genera a sua volta a una nuova spirale di segreti, menzogne e possibili ritorsioni

La vendetta è una strana bestia. Ti avviluppa, forzuta come un serpente a sonagli, e ti stritola fino a farti mancare l’aria. (p. 352)

Elide Stagnetti