Noi ripercorriamo di generazione in generazione una storia già sentita.
Un romanzo più che familiare, quasi genealogico, poiché costruito sulla successione di più generazioni e strutturato lungo un ampio arco di tempo, che attraversa quasi tutto il 1900, seguendo una linea di discendenza tutta femminile: Nate dalla tempesta, debutto letterario di Alessia Coppola, pubblicato oggi da Fazi editore, narra la storia di una serie di donne forti, determinate, ‘tempestose’ appunto, che l’essere streghe ha reso diverse da tutte le altre. Nilde e Mina sono le «masciare» di Carovigno, in possesso di un potere che affonda le sue radici nella loro antenata Almuneda, giunta nel Salento in un’epoca lontana, portando con sé il fascino conturbante dell’Andalusia e una maledizione che incombe su tutte le sue discendenti.
La maledizione che gravava su sua madre si era trasmessa a lei, a tutte loro. Amaranta aveva ragione: loro pagavano ancora per Almuneda. Si portavano dietro la sua eredità fatta di tempesta.
Nate dalla tempesta è un libro corale, circolare, di eterni ritorni; un romanzo di corsi e ricorsi, di situazioni replicate, di errori ripetuti: il conflitto che separa Nilde dalla figlia Cosma (non solo perché la giovane è priva delle capacità della madre, ma anche perché è terrorizzata dalle sue pratiche e dai suoi rituali) rivive nel conflitto tra la stessa Cosma e sua figlia Mina e tra quest’ultima e la figlia Rosa.
Nelle famiglie Guadalupi e Malerba, infatti, i legami del sangue non necessariamente corrispondono ai legami del cuore e persino l’amore materno non può essere dato per scontato («Tu sei stata per tua figlia la Malombra»).
Mentre le figure maschili sono preservate da questa ondata di reciproco malanimo, rabbia, distanza e rancore segnano i rapporti tra sorelle e con la propria madre, e per tutte loro sembra più facile trovare rifugio nelle braccia di una zia, di una cugina, addirittura di una compaesana, che non in quelle di chi le ha messe al mondo:
«Tu non sei stata una madre, ma qualcuno da temere.»
Soprattutto nella prima parte del libro, le protagoniste si muovono in un microcosmo oscuro, fatto di premonizioni nefaste, sortilegi e malefici, che quasi le colloca fuori dal tempo.
Benché la componente magica non esaurisca la narrazione e si senta forte e chiaro l’eco degli eventi storici del XX secolo (soprattutto di quelli più drammatici), il fattore ‘stregoneria’ finisce per prendere il sopravvento e per avvolgere il lettore nelle sue suggestive fascinazioni. Questo anche grazie alla scrittura di Coppola, che, con la sua musicalità, sembra riproporre le cadenze dell’antichissima canzone intonata ritualmente da alcune donne del romanzo, mentre pettinano i capelli di una più giovane componente della famiglia.
Ma questo è anche un romanzo che parla di riscatto e ci insegna che la forza di volontà può invertire una rotta che sembra segnata da sempre («Le cose vanno come scegliamo che vadano»): proprio Rosa, che ha subito la violenza di una casa senza amore, che ha sperimentato su di sé la maledizione dell’essere figlia di una masciara, non si arrende al proprio destino, cerca una rivalsa, una via di fuga da quello stesso microcosmo, e lo trova, come sua zia Amaranta anni prima, nell'istruzione e nelle parole:
Mi applicai, cercai di afferrare quelle parole che pian piano prendevano una melodia e un senso nella mia testa e sulla mia bocca. Suonavano. […] C’era qualcosa nelle parole che mi allontanava da casa mia.
Sin da piccola infatti Rosa preferisce libri e quaderni a tarocchi e incantesimi, e dalla passione per la lettura e la scrittura si fa guidare alla conquista della libertà («Voglio studiare Giova’, perché così potrò essere libera di scegliere cosa fare»), al raggiungimento di quella bellezza che la miseria e il livore della sua casa le avevano negato:
I libri sono stati maestri silenziosi e discreti, mattoni con cui ho costruito la mia casa interiore, un posto sicuro in cui facevo entrare solo bellezza.
La conoscenza è dunque per lei il vero amuleto; la capacità di pensare, la più grande magia. Grazie alla cultura, una Rosa moderna, libera e consapevole può invertire la tendenza iniziata con Almuneda e trasmettere alle nuove generazioni della famiglia una versione ‘rovesciata’ della sua antica eredità: se è vero infatti che certi legami sono come corde che non si spezzeranno mai, è altrettanto vero che la discendenza da una stirpe di masciare non va necessariamente subita come una condanna, ma, anzi, va vissuta come un privilegio.
Elide Stagnetti
