Fu una scoperta rivoluzionaria, e cancellò ogni nostalgia per gli assenti. Scrivendo, i vivi tessevano infiniti testamenti, eredità fatte di sillabe che li avrebbero annodati ai successori. Scrivendo, essi venivano trasferiti in un altro luogo, che restava però frequentabile (p. 147)
Per quale ragione Joanna de Austa è stata rinchiusa in prigione a Palermo il 10 novembre 1640? Nemmeno lei lo sa. E per scoprirlo occorrerà attendere oltre un mese di prigionia. Accanto a lei, nella cella, altri imputati in attesa di accedere al tribunale, con l'angoscia di conoscere se sopravvivranno o meno. Tra tutti, un uomo incappucciato, che inizialmente non parla, né le mostra il viso; pare afflitto da un tormento che Joanna non conosce e, dunque, con lo scopo di confortarlo e di aiutarlo a trascorrere la pesantissima attesa, la donna inizia a raccontargli la sua storia. Ed è una storia tanto appassionante che non stupisce che l'uomo incappucciato le chieda spesso di continuare.
Figlia di Pedro, un marinaio che è sempre stato lontano, vittima della sua stessa passione per la navigazione, Joanna viene cresciuta in una famiglia che immagina per lei un futuro di moglie e madre. Con questo scopo la nonna e la madre la istradano a studi che dovrebbero formarla per essere una brava padrona di casa, senza portarla a pensare troppo, né a porsi interrogativi inadatti a una donna. Eppure Joanna non conosce limiti, ha un intero mondo interiore delicato e versato alla riflessione su temi esistenziali, quali la vita e la morte. Ad esempio, nei semi che pianta, pensa di poter garantire una seconda vita a chi non c'è più, e ne semina per ogni morte che avviene nella sua famiglia:
Più i semi germogliavano, più sentivamo di liberare i morti, di consegnarli alla vita, ai parenti, agli orfani, alle vedove. Era come se il cielo si fosse spostato in basso, sotto le zolle, tra le radici che seguivano il viaggio dei vivi. (p. 55)
Lo zio Vescovo aveva violato tutti i limiti che gli aveva imposto mia nonna.
Non mi aveva dato una educazione utile a fare la moglie. Non mi aveva precluso l'apprendimento. Non mi aveva detto che ero destinata al matrimonio, a meno che non fossi presa dall'amore cantato dai trovatori e dalle donne trovatrici, chiamate trobairitz.
Mi aveva resa me stessa nel modo più audace, insegnandomi a cercare una sola strada: la mia voce. E mi aveva istruita a fare ciò che facevano i semi e Nucidda.
Sfidare la fine.
Vedere il buio. (p. 93)
Spiace invece che nessun altro in famiglia veda il talento di Joanna e, anzi, che la madre e la nonna la spingano a sposarsi con Juan Baptista Castellano, un mercante avido («Per lui la vita era un affare di lasciti e riscossioni, di dare e avere, di conteggi e risarcimenti», p. 91), molto più anziano di Juanna e ben poco attento alle sue esigenze di giovane sposa. Per quanto il matrimonio con lui sia distantissimo da qualsiasi idea di amore e le notti siano veri e propri «assalti», Joanna non si lascia andare alla disperazione. I suoceri, Gemma e Aristarco, sono infatti figure molto positive, che capiscono da vicino Joanna: padroni di un opificio, ex agricoltori, sono dei lavoratori indefessi, e dunque trovano giusto che la giovane nuora non stia con le mani in mano.
Così, Gemma e Aristarco si prendono cura di Joanna, ma il destino della ragazza sarà ancora diverso: a dispetto delle regole che la vorrebbero lontana da un "lavoro da maschio", darà vita a una tipografia e stamperà e pubblicherà «libri [...] nuovi, arditi, controcorrente. In essi si agitavano premonizioni, profezie. Non erano fatti di parole, disse, ma di visioni che acceleravano il tempo, che mostravano mondi segreti, vite nascoste» (p. 165).
In un'epoca in cui la Controriforma detta cosa si può leggere e cosa no («Pareva che vi fossero autori proibiti che – ancora una volta – avevano a che fare con la concupiscenza», pp. 50-51), per amore della conoscenza Joanna dà vita a un'impresa familiare quasi avveniristica, in cui offre lavoro alle persone ipovedenti o cieche, dimostrando che «nessuna privazione era un vero limite. Tutto dipendeva dal modo in cui veniva usata» (p. 61).
Varie forme d'amore punteggiano questo romanzo pieno di chiavi di lettura, che si struttura come una confessione a cuore aperto, prima di andare al banco degli imputati: le privazioni della cella non tolgono a Joanna la sua umanità, né le levano le energie e le speranze per accudire chi è più debole di lei.
Chi ha letto Virdimura sa bene che Simona Lo Iacono ha la capacità di scovare storie del passato che ispirano la sua fantasia: poco più di una nota a piè di pagina era dedicata a Joanna de Austa, e il desiderio di dar voce a una donna altrimenti semi-dimenticata ha animato l'autrice nella creazione di questo romanzo autentico, pieno di personaggi memorabili, a cominciare dalla sua protagonista. Ancora una volta, Lo Iacono calibra meravigliosamente documentazione storica e intuito narrativo, regalandoci una storia luminosa di coraggio e passione.
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