Troppo risplendere
di Andrea De Spirt
Il Saggiatore, gennaio 2026
pp. 160
€ 16 (cartaceo)
€ 5,99 (ebook)
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“Prima di mettermi in cammino non avevo notizie di H da nove anni. La lettera è arrivata un martedì pomeriggio a casa mia”. (p. 16)
H., un nome, che per il lettore resta solo un’iniziale, ritorna nella vita del protagonista. Una missiva comunica all’uomo che ha amato che si è ammalata. Questo è quello che sappiamo di una storia che poteva essere e non è stata, o probabilmente non è più. Perché H., e con lei la sua stessa persona, si è sottratta alla realtà, giace incosciente senza più possibilità di svegliarsi. Sarà qualcun altro a parlare per lei, ricordando una relazione di anni prima.
La scrittura nasce quindi da una frattura, ma invece di capire come si è arrivati alla frattura, De Spirt ci cala dentro quella frattura, prova a riscriverne i contorni e a far vivere, nella coazione del ricordo, una realtà che non si è compiuta.
Comincia così un lungo dialogo del protagonista con se stesso e con lei, per raccontarsi come mai le cose, nella loro storia d’amore, non sono andate come dovevano. Una sorta di flusso di coscienza, che si alterna tra lettere, ricordi di dialoghi, riflessioni e divagazioni su cosa si è perduto e su come fare per ritornare al punto di partenza. La struttura riflette il tentativo del protagonista di ricomporre un passato che non ha più una forma lineare e il romanzo diventa una sorta di cartografia della memoria.
Ma poi un’intuizione può cambiare tutto: l’incontro con il regista-alpinista Johann Ull, personaggio a metà strada fra Werner Herzog (celebre regista, sceneggiatore, produttore e scrittore tedesco, nato nel 1942, nonché figura di spicco del Nuovo Cinema Tedesco, noto per esplorare la follia, la natura selvaggia e le sfide umane estreme) e René Daumal (poeta, scrittore e filosofo francese (1908-1944), noto per le sue opere spirituali e filosofiche, in particolare Il Monte Analogo, figura letteraria dotata, un "cercatore di verità" spirituale che ha lavorato con le idee del mistico G.I. Gurdjieff) a offrirgli una possibile, improbabile via d’uscita: se riuscirà a trovare il Guaritore, H. si sveglierà.
Ma chi è il Guaritore? E dove si nasconde? Per il protagonista questa speranza segnerà l’inizio di un viaggio ai confini del razionale, attraverso boschi e montagne, fiumi silenziosi e capanne isolate; un viaggio che lo condurrà sulla soglia della follia, fino forse a oltrepassare l’umano. Ma non riusciamo a capire nemmeno se questo viaggio è reale o è solo sogno, magari follia.
Petrarca ci suggeriva che nel momento di maggior sofferenza amorosa si può misurare lo spazio, che diventa per lui lo specchio e il limite estremo della sua sofferenza, il paesaggio rifletteva esternamente la solitudine interna del suo male d’amore. Così qui boschi, montagne e fiumi silenziosi diventano ricerca solitaria ma anche fuga dalla realtà. Questa ambiguità dettata dalla riflessione che è lasciata al lettore è un elemento molto interessante del romanzo.
Lo stesso titolo Troppo risplendere può suggerirci che a furia dai guardare sempre gli stessi aspetti del ricordo, questo può diventarci insostenibile, può disintegrarsi e lasciare solo la purezza di ciò che vogliamo ricordare, può infine accecarci e intrappolare il protagonista.
“Amatissimo compagno, questa vita non ti appartiene perché la luce è sempre così evidente che diventa fin troppo facile da dimenticare.” (p. 130)
Troppo risplendere è un romanzo nel quale il lettore si addentra come in un luogo interiore. Una storia intima su cosa significa mettersi alla ricerca di ciò che si è perduto e allontanato, per riscoprire la luce che già esisteva. Una vera e propria opera di letteratura sperimentale. Forse il vero Guaritore è la scrittura stessa e il racconto, che può darci spiegazioni che altrimenti non troveremo. Il romanzo suggerisce che non sempre possiamo cambiare ciò che è accaduto. Possiamo però raccontarlo, e nel racconto trovare una forma di riconciliazione con ciò che la vita ha lasciato incompiuto.
Samantha Viva
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