"Memorie di un giovane medico": l'esperienza di Bulgakov diventa narrazione


Memorie di un giovane medico
di Michail Bulgakov
a cura di Serena Prina
Neri Pozza, 2020

1^ edizione: 1963

pp. 192
€ 13 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)


Essere medici alle prime armi nella Russia di inizio Novecento: potremmo riassumere con questa breve frase la raccolta di racconti Memorie di un giovane medico, che ripropone le esperienze dello stesso Bulgakov ma trasfigurate in chiave narrativa. Eppure tale definizione sarebbe assolutamente inefficace: i racconti sono molto altro. Tanto per cominciare, c'è in loro un legame profondo, che fa sì che possiamo collegare alcune storie alle altre, vuoi per gli eventi narrati, vuoi per i casi o per i sentimenti vissuti dal giovane medico. La curatrice e traduttrice di questa edizione, Serena Prina, ha scelto di disporre i racconti secondo un ordine che rispetti la cronologia degli eventi narrati, e in effetti tale decisione aiuta il lettore a tenere ben saldo l'andamento di una sorta di macronarrazione, che ingloba e abbraccia tutti i singoli frammenti.  
Tanto per cominciare, quel che colpisce fin da subito è l'estrema piacevolezza della narrazione: il giovane dottore, fresco di laurea e colmo di inesperienza, viene inviato in un paesino della campagna russa, dove è responsabile di un ospedale intero. A gravare ulteriormente sulla sua comprensibile insicurezza, c'è poi il paragone con il suo predecessore, dottore stimato da tutti, che ha procurato alla clinica strumenti e farmaci mai visti prima d'ora. Nel primo Novecento, quando il protagonista inizia il suo tirocinio, ben poca era la pratica sul campo; lo studio era assolutamente teorico e, semmai, si assisteva da lontano a questa o quella operazione. Viceversa, il carico di competenze richiesto era immenso: mutilazioni, ernie, parti podalici, ascessi,... Il dottore era chiamato a saper intervenire sempre e comunque, senza limitarsi a una branca della medicina. 
I dubbi e le corse a sfogliare vecchi manuali, le paure che possono sfociare nel terrore, le insicurezze e la scommessa assoluta su questa o quella cura sono all'ordine del giorno. Nei racconti, grazie al narratore omodiegetico, viviamo il pathos e l'ansia da prestazione di questo giovane medico; quando i casi sfociano in una inattesa guarigione, sentiamo con lui la gioia di questa vittoria insperata. Viceversa, nei pur rari casi in cui non c'è stato niente da fare o è stato commesso un errore umano, avvertiamo il senso di pesante sconfitta. Così, quando ci racconta di giornate con oltre cento visite, sentiamo la sua stanchezza, o viviamo i suoi stessi incubi, interrotti da un bussare improvviso alla porta: lo aspetta l'ennesima urgenza. 
Attorno, il freddo della neve russa, che non perdona e spesso fa perdere le coordinate spazio-temporali: l'isolamento dell'ospedale fa sì che le slitte siano il mezzo prediletto per condurre i malati, con non pochi inconvenienti. Ma il freddo è anche una dimensione interiore: quante volte, infatti, il narratore lo percepisce e non riesce a liberarsene?! Quante volte deve ricorrere alla propria professionalità per scrollarsi di dosso l'inerzia dovuta al gelo e alla stanchezza?
Tra i racconti troviamo anche alcune pagine fortemente autobiografiche, che rimandano a episodi vissuti dallo stesso Bulgakov, come la dipendenza dalla morfina, sopraggiunta dopo averla utilizzata per gestire una reazione allergica dovuta a un vaccino antidifterico. 
Se dai racconti è stata tratta anche una serie tv, va però detto che solo la pagina scritta riesce a comunicare tutti i risvolti psicologici e le grandi tematiche che tornano negli altri libri di Bulgakov. Quel che sorprende oggi - e ringraziamo Serena Prina - è come, con la nuova traduzione, la narrazione fluisca in una prosa scattante, estremamente moderna.

GMGhioni