lunedì 10 agosto 2020

Ohio: la brutalità della provincia, in un esordio sorprendente



Ohio
di Stephen Markley
Einaudi, 2020

Traduzione di Cristiana Mennella

pp. 544
€ 21 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Ti ho amato nei momenti più bui (versetto di San Paolo ai Romani) 
“Il grande romanzo americano” è, con buone probabilità, l’etichetta più abusata della storia editoriale e quella che, di conseguenza, ha perso quasi del tutto ogni senso e valore. La ritroviamo appiccicata anche a Ohio, il monumentale esordio di Stephen Markley, edito da Einaudi qualche mese fa e accolto con grande curiosità anche da critica e pubblico italiano dopo il successo riscosso in patria. Non sono certa neanche stavolta se tale etichetta sia appropriata, ma di sicuro Ohio è un romanzo assolutamente americano e un esordio sorprendente. Non privo di difetti, talvolta difficili da ignorare, ma resta innegabile la potenza di questa storia. O, per meglio dire, di queste storie. Perché la prima cosa che ho pensato a lettura conclusa, mentre lasciavo sedimentare per un po’ il testo e le considerazioni intorno a esso per poterne scrivere dalla giusta distanza, è la sensazione di un romanzo che in realtà ne contiene almeno quattro al suo interno, come quattro sono i narratori principali di questa storia. Narratori e punti di vista diversi su quella che, in fondo, è un’unica grande storia che li lega, tra convergenze, attimi sfiorati e reazioni a catena. Markley scrive un romanzo decisamente ambizioso, in cui a tratti resta invischiato, al pari del lettore che rischia di perdersi nel mare di dettagli, sottotrame, personaggi solo in apparenza secondari, innumerevoli tematiche e spunti. È un romanzo-mondo – altra etichetta che qualche anno fa si usava con una certa frequenza – imperfetto, anche un po’ pretenzioso, ma da cui è impossibile restare indifferenti. E forse, per non perdersi, la soluzione ideale è quella di trovare la propria chiave di lettura e concentrarsi su una manciata di spunti e suggestioni da indagare il più a fondo possibile.
Scese l’imbrunire, quella strana temperatura del Midwest con i resti dell’inverno che continuano a rubare un giorno di primavera dopo l’altro. La neve sciolta rimaneva a chiazze nella sterpaglia. Dietro il campo si stendeva la foresta, l’immagine consumata, scrostata, degli alberi spogli. La luce acquosa del giorno si rifletteva all’orizzonte. (p. 21)
È New Canaan, l’immaginaria cittadina di provincia in cui si svolgono gli eventi narrati, a legare ogni tassello di questa storia e l’oscurità della foresta è metafora ideale: è da qui che ogni cosa è partita, è qui che il gruppo di amici al centro della vicenda è cresciuto porta addosso i segni del passato condiviso, è qui che qualcuno fa ritorno, per chiudere forse i conti col passato, per trovare la propria verità. Tornare, per la commemorazione di Rick Brinklan, ucciso in Iraq. È il 2007, l’America sta combattendo la sua guerra più controversa; ma è a una manciata di anni indietro che si affondano le radici della storia, una notte d’estate in cui tutto, alla fine, implode. Nessuno è innocente, nessuno è davvero sincero, ma le colpe di qualcuno sono più terribili di altre e hanno conseguenze più tragiche.

La tragedia, in effetti, sembra inseguire ognuno di loro, sopravvissuti oppure no. Morire in guerra o portarne addosso le cicatrici e i meno evidenti traumi, scomparire e rompere con tutto per lasciarsi il passato alle spalle, morire di overdose in un anonimo appartamento, farsi male ripetutamente e con sempre più convinzione per annebbiare il dolore e il ricordo, invischiarsi nella droga e in traffici pericolosi. Non c’è scampo, non c’è consolazione, in quel «microcosmo simbolo dell’angoscia suburbana» che è New Canaan. Eppure, nonostante la violenza e i segreti che quel luogo custodisce, ha ancora il fascino disperato del posto che chiamiamo casa, di cui conosci ogni vicolo, ogni pettegolezzo, da cui ti allontani per salvarti, ma che ti resta sottopelle:
Il cielo di dove sei nato non lo riconosci solo dal modo in cui si annuvola o in cui brillano le stelle di notte. Il cielo di casa tua si comporta come quando, da paracadutista, tiri la corda e l’aria ti riafferra. Puoi aver girato il mondo e visto tramonti migliori, albe migliori, temporali migliori, ma appena scorgi all’orizzonte i campi, i boschi, le alture e i fiumi che ricordi, ti prende la commozione. La corda del paracadute ti strattona in alto. (p. 286)
Ma è la provincia più buia, quella che non da scampo e se commetti un errore ne resti segnato per sempre, perché « le voci in provincia sono un fenomeno assolutamente perverso», scatenano reazioni a catena di cui si perde il controllo, «le braci spesso rimbalzano più in là e provocano incendi in altre foreste», non c’è scampo, non c’è veramente via di fuga. Non c’è in questa storia, di sogni infranti, promesse mancate. Di atleti che non sono stati all’altezze delle aspettative, di ragazzi che credevano di conquistare il mondo e così non è stato e resta solo la memoria di quando tutto sembrava possibile, di quando i contrasti non lasciavano cicatrici, di quando l’amicizia e l’amore sembravano eterni.

Eccole, però, le crepe sulla facciata, che partono da lì, da quei primi contrasti, dai segreti e dalle rivalità, dai tradimenti; da valori che si fanno via via sempre più distanti, la realtà che si insinua e sconvolge ogni cosa; il segreto più oscuro, la brutalità di qualcosa che non potrà mai essere cancellato. Markley di sicuro non ha timore di sporcarsi le mani, di maneggiare tematiche delicate, con l’incoscienza e quel pizzico di spavalderia di chi alla sua prima prova letteraria non ha bisogno di fare i conti con niente e con nessuno. Rischia e il risultato non è sempre all’altezza delle aspettative, ma ancora una volta mi trovo ad ammirare il coraggio di raccontare quel che non si può, di indagare le pieghe più oscure dell’animo umano, di guardare la crudeltà e raccontarla, scivolando solo ogni tanto in qualche giustificazione consolatoria che si poteva evitare, in qualche stereotipo di troppo e nella già citata sovrabbondanza di spunti, storie, personaggi. 

Ha un certo coraggio, per esempio, nel trattare tematiche che sono particolarmente sentite e controverse negli Stati Uniti, a partire dal discorso sull’11 settembre e tutto ciò che ha comportato: la paura, il sospetto, il patriottismo e la guerra. In Ohio guardiamo la storia da due punti di vista contrastanti, scelte che divergono in tutto, ma su cui Markley tenta di non imporre il proprio giudizio, la propria personale visione; ci mostra i due poli opposti, le reazioni che l’attacco terroristico ha scatenato in quel pezzetto di mondo non tanto dissimile da altre realtà. E ci mostra la guerra, in tutta la sua brutalità, pagine difficili da leggere – mai quanto l’ultima parte, il racconto crudo, la violenza, la disperazione – perché non è il mondo e soprattutto l’uomo che vogliamo riconoscere. La perdita dell’innocenza, la vita che non ha più valore, uccidere non sembra quasi più nemmeno peccato. E poi, ancora, tornare: a casa, certo, ma dalla guerra, tornare come reduce, lasciare laggiù una parte di sé stessi, fantasmi che affollano la mente, senso di colpa, disturbo da stress post traumatico. Tornare in una bara, come Rick, come tanti altri.

Ohio è un canto disperato, il ritratto brutale di una provincia da cui sembra non esserci scampo né spazio per la speranza, di degrado, discriminazione, violenza e traumi, così lontana dai consolatori ritratti dell’America rurale cui ci ha abituato una certa letteratura degli ultimi anni – pur con i suoi picchi di cruda realtà e crepe sulle pareti – da non sembrare nemmeno parte dello stesso universo letterario. È True Detective, Tre manifesti a Ebbing Missouri, è A casa e ritorno e le pagine più crudeli di Chris Offut: Markley dipinge un mondo brutale, in cui i buoni non sopravvivono, nemmeno a sé stessi, dove la violenza scatena solo altra violenza, in continua tensione. Ecco, una tensione che stride però con il fiume narrativo e la sovrabbondanza di storie e dettagli, un ritmo che diventa impossibile da mantenere. Eppure, nonostante i difetti riscontrati, Ohio resta una delle letture più intense e mirabili di questo strano 2020, che almeno dal punto di vista letterario ha dato discrete soddisfazioni.


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«[…] quel giorno a Jericho Lake. A sua memoria, fu l’ultima volta in cui erano stati giovani e basta, i litigi non duravano, i peccati erano scevri di qualsiasi forma di cattiveria» “Ohio”, potente esordio di Stephen Markley è un romanzo crudo, forse a tratti un po’ pretenzioso, ma decisamente in grado di scardinare certezze e spingere il lettore a confrontarsi con tematiche complesse, osservate da punti di vista differenti. Un romanzo mondo davvero ricco, in cui la nostra @deboralambruschini si è immersa rischiando di rimanere invischiata nella spirale di segreti, vecchi rancori, paure e tormenti di questo gruppo di amici e di un passato oscuro che non smette di tormentarli. Tantissime tematiche e spunti, a partire dalla riflessione su provincia, patriottismo e odio, guerra, violenza. Una storia di fragilità e disperazione. Domani pomeriggio sul nostro sito l’approfondimento a cura di Debora. #CriticaLetteraria #ohio #stephenmarkley #einaudi #book #bookstagram #booklover #bookquotes #quotes #quoteoftheday #instabook #instalibri #libri #libridaleggere #librichepassione
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