Se le piante ne sanno più di noi...

  La saggezza del bosco
  di Peter Wohlleben
  Garzanti, 2018

Titolo originale: Der Wald
Traduzione dal tedesco di: Roberta Magnaghi e Alessandra Petrelli


  pp. 254
  € 16,00 (cartaceo)
  € 9,99 (ebook)

Noi uomini abbiamo modificato ogni angolo del pianeta e i boschi di un tempo sono diventati colture. (p. 67)
Senza forestali non ci sarebbe bosco: è questo il credo più diffuso. Si tratta di una solenne baggianata. (p. 167)
Un libro con luci e ombre. Proprio come il bosco, che di questo volume è l'essenza, il protagonista e il primum movens. La saggezza del bosco di Peter Wohlleben è un libro atipico: non è un saggio, non è un romanzo, non è cronaca, non è un manuale, non è un romanzo di formazione, non è utopia, non è un racconto, non è una biografia, non è un trattato e non è un manifesto. Eppure contiene in sé un po' di tutto ciò, una parte di tutti questi diversi generi di scrittura. Partendo dalla sua esperienza di forestale, innamorato della natura nel suo farsi «naturale», libera cioè dall'intervento dell'uomo, Wohlleben conduce il lettore a spasso per i boschi della riserva di Hümmel, in Germania, alla quale egli è preposto, e camminando, passo dopo passo, svela a chi lo segue i segreti e i comportamenti di un bosco. O meglio dei singoli alberi che lo popolano. Tantissime sono le nozioni che s'imparano da questa ricca lettura: che le piante hanno reazioni, si muovono (tramite i loro semi nel volgere di anni), comunicano tra loro tramite segnali, si sostengono a vicenda intrecciando le radici e passando zuccheri e linfa vitale agli esemplari indeboliti, avvertono la lunghezza delle giornate per cui se ad aprile esce qualche giornata particolarmente calda, le piante più accorte non si fanno ingannare (della serie, «ma che? So' scema?») e non lasciano spuntare i teneri germogli che, alla prima gelata, morirebbero impietosamente. La pianta percepisce invece la lunghezza delle ore di luce e, per generare virgulti, attende il mese di maggio. In modo che i piccoli boccioli possano avere speranza di sopravvivere. Se non finiscono nelle fauci fameliche di qualche erbivoro, cervi, caprioli, daini e compagnia bella.

Proseguendo con la passeggiata e con la lettura impariamo che gli alberi adulti hanno un ruolo importante nell'educazione dei piccoli alberelli, facendo loro ombra, indicando il modo di crescere dritti e senza grilli per la testa. Proprio come un bravo genitore deve fare. Noi tendiamo a dare per scontata la crescita di un albero, in realtà
per ogni embrione che cade al suolo in autunno dentro una faggiola, la probabilità di farcela è in media di 1:1,7 milioni. Animali affamati, l'educazione severa o gli incidenti decimano a tal punto le nuove generazioni che in quattro secoli solo un albero completa il suo ciclo di vita. Ma ciò basta alla conservazione della specie. (p. 61)
Quattro secoli... un tempo che non ha significato nella vita di un uomo. Ma che per un albero è un obiettivo assolutamente perseguibile. E scopriamo che, spessissimo, l'intervento umano, lungi dal perpetuare la vita di un bosco, è la causa prima di disastri e cambiamenti irreversibili: dal disboscamento scellerato al taglio del legname fatto in condizioni non ottimali, dal nutrimento eccessivo di selvaggina (con sacchi di mangime rovesciati nei boschi) per garantirsi il divertimento della caccia fino alla sostituzione di intere essenze arboree. Un esempio? Percorrendo una pineta, sotto l'ombra di abeti rossi e pecci, non vi sarete mai chiesti (come non l'ho mai fatto io, ovviamente) se il bosco in cui camminate è in realtà autoctono. A meno che non siate esperti in materia. Le conifere, d'altra parte, rappresentano una visione ben nota in Europa. E invece
se non fosse stato per l'uomo, la maggior parte dell'Europa centrale sarebbe rivestita di faggi. (p. 53)
Molto interessante scoprire il perché. Che non spiego in queste righe perché è una storia lunga... centinaia di anni. E via di questo passo, ogni pagina è una scoperta continua, almeno per chi non è specialista o cultore della materia. Acute le pagine in cui Wohlleben si scaglia contro i forestali, suoi stessi colleghi, che, per ignoranza adottano comportamenti e prendono decisioni che si tramutano in un danno irreparabile. Del quale si accorgono troppo tardi o per nulla.
Parlavo però, all'inizio di luci e ombre. Se le note positive del libro sono tante, indubbiamente, però qualche rilievo critico mi sento di farlo. In primis, il libro cammina su di un crinale che a volte si fa un po' scivoloso e se nella maggior parte delle pagine suscita interesse e curiosità nel lettore, in certi casi, per spiegazioni troppo tecniche o descrizioni eccessivamente dettagliate, rischia di risultare un po' difficoltoso e pedante. A scapito della scorrevolezza. Parere personale: fossi stato l'editor avrei tagliato le prime 40 pagine, facendo iniziare il libro in medias res, secondo me ne avrebbe guadagnato in immediatezza.
Inoltre l'autore, lanciando strali contro gran parte dell'attività umana si ascrive a quella schiera di ecologisti estremi che vorrebbero rivedere l'Europa ricoperta di foreste vergini in cui i grandi predatori come orsi, lupi e linci, scorrazzano liberamente tenendo sotto controllo in modo naturale il proliferare di animali erbivori. Ma per quanto bucolica, suggestiva, interessante, e anche lungimirante, secondo me, questa posizione per forza di cose si scontra con la realtà di un territorio fortemente antropizzato come quello europeo. Sfiorando il regno dell'utopia.
Ah un consiglio, durante la lettura tenete a portata di mano lo smartphone con la funzione Google Immagini sempre attiva... vi servirà. Soprattutto per vedere il musetto di quei «teneri» piccolissimi animaletti che sono in grado di divorarsi interi pezzi di corteccia.
Per finire... leggendo il libro e amando riflettere sulle forme linguistiche, mi è venuta spontanea una riflessione: in tedesco faggio (parola usatissima nell'arco delle pagine) si traduce Buche, libro si traduce Buch... e chissà quanti Buchen sono serviti per stampare questi Bücher... Solo un gioco di parole, in realtà, ché per stampare libri di solito non si usano faggi...

Rosatea Poli