#CritiCOMICS - La vita di Maria Callas? Una sacrosanta Traviata. Parola (e fumetto) di Lorenza Natarella

Sempre Libera
di Lorenza Natarella
Bao Publishing, 2017

pp. 192
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Sempre Libera di Lorenza Natarella, biografia a fumetti della divina Maria Callas, è un lavoro capace di imprimersi nella memoria del lettore/spettatore (melomane o no, poco importa) con la potenza di uno di quegli acuti finali che si tirano appresso dieci minuti di applausi e ripetute chiamate in proscenio. Raramente, specie nel caso del sottogenere a cui appartiene il bellissimo volume pubblicato da Bao (ovvero: vita illustrata di un importante personaggio), capita di imbattersi in versioni dotate di così tanta personalità, in cui il temperamento autoriale è tale da gestire la materia di partenza – che in questo caso, evidentemente, è audio e video non meno che cartacea – con una padronanza e una cifra precisa squisitamente personale. Al punto che, ammesso e non concesso che qualcuno non abbia mai nemmeno sentito nominare la celebre cantante d’opera, questo volume potrebbe essere un buon punto di partenza per innamorarsi del personaggio e specialmente della sua vitalità, per scoprire un’artista arrivata al successo dopo prove a dir poco snervanti, capace di smuovere intere ed esigenti platee con virtuosismi di commovente perfezione eppure quasi mai in grado di contrastare il frastuono esistenziale che dalla nascita ne infestò le orecchie e ne guastò la pace interiore con l'ottusità di una tastiera di pianoforte pestata a manate.

Tutto giocato su tre soli colori (il bianco, il nero e il rosa) e caratterizzato da un tratto espressionistico godibilissimo (vedi per esempio alla voce: avere un naso importante), Sempre Libera rinuncia programmaticamente a ogni stereotipo a buon mercato sulla sua protagonista. Vale a dire, alla Callas più in forma, più a favore di gossip, di fashion e star system. La donna e l’artista che freme, si trattiene e poi esplode nei riquadri non è un santino da agiografia della lirica o un’immaginetta da rotocalco; al contrario, ha problemi di autocontrollo e di misura, passa da uno scatto d’ira all’altro, inveisce senza timori reverenziali, strilla, impreca, tuona e fulmina all’occorrenza. Proprio come una Dea che si affacci dall’alto dell’Olimpo per sedare continue seccature terrestri (dopotutto è greca di origine, anche se è venuta al mondo a New York). Ma come darle torto? Come non cedere a propria volta alla bestemmia al sol pensiero della famiglia disfunzionale in cui ebbe a nascere? Come non condividerne lo scorno periodico, la stizza per le fregature subite, la rabbia per gli affronti più meschini, la scocciatura per il tempo e l’energia persa appresso a miserevoli piccinerie? Maria sembra calmarsi – ovvero sfogarsi, esprimersi, esistere, raggiungere l’acme del piacere e la pace postuma di tutti i sensi – solo quando può fare ciò a cui sembra miracolosamente e mirabilmente destinata: cantare. E grazie all’utilizzo di un lettering vibrante e talvolta anche un poco ostico da decifrare – ma non lo è, del resto, qualunque melodramma di cui non si conoscano i versi a memoria? – pare di sentire in ogni pagina l’eco sonante del suo indiscusso magistero.

Bandita ogni sterile e compiaciuta armonia celebrativa, è come se Lorenza Natarella fosse stata attenta a tendere l’orecchio per percepire anche i toni e i semitoni meno felici e familiari del “monumento Callas”, per offrirne un ritratto spesso impietoso e tratteggiato con una maniera talvolta così brusca da ricordare la sfacciataggine a fin di bene di una cara e vecchia amica a cui la confidenza faccia perdonare ogni cosa. È quello che capita, per esempio, nell’affrontare il sovrappeso giovanile di Maria, che da fanciullina soggetta a una leggera pinguedine (non si dimentichi che già alla nascita pesò ben sei chili) diventa una ragazza frustrata dal suo aspetto e dedita ad abbuffate compensatorie: la sagoma sempre più tondeggiante della bambina prodigio a cui gli abiti non fanno che scappare di misura suscita tenerezza e fastidio al tempo stesso, oltre che riportare l’accento sugli aspetti più umani e terreni di una donna parimenti capace di modulare gorgheggi quasi disincarnati, celestiali. Ma vale lo stesso per gli improvvisi scoppi di collera dell’ormai “Divina”, quando, finalmente magrissima e (suo malgrado) protagonista del jet set, non riesce a trovare pace su e giù dai più importanti palcoscenici del mondo, al centro esatto del mirino della stampa scandalistica per i capricci sul lavoro e una chiacchierata vita sentimentale: prima la fine del matrimonio con il devotissimo (e maltrattatissimo) marito “Titta”, poi il breve idillio con l’armatore Aristotele Onassis, “l’altro greco” conosciuto durante una fatale crociera e che non esiterà a piantarla per Jacqueline Kennedy (vicenda potenzialmente assai golosa a cui l’illustratrice, con una mossa spiazzante e a suo modo geniale e provocatoria, non dedica che poche tavole), e ancora la liaison peculiarissima con Pier Paolo Pasolini, per il quale fu Medea nell’omonimo film da lui scritto e diretto nel 1969.

Ad ogni modo, si commetterebbe un grossolano errore di valutazione nell’interpretare queste scelte dell’autrice come un sadico indugio nelle pieghe più gualcite del maestoso guardaroba della cantante: perché l’ammirazione per la donna e per il suo personaggio, per Maria e per la Callas, qualunque sia l’abito indossato sulle tavole del palcoscenico o nella vita privata (con tutta ciò che sempre comporta averne una, per chiunque agisca costantemente sotto lo sguardo impietoso di un occhio di bue), vibra con forza in ogni singola vignetta. Il temperamento della figlia, della moglie, dell’astro nascente e della celebrità della lirica è sempre e comunque vigoroso, tonante, non altrimenti ignorabile e ammirevole pur in ogni suo eccesso. Dopo quella che si percepisce come una vita di fatica immane per l’affermazione di sé, di opposizione a una sorte nemica a cui piace schierarsi in diagonale a casa come fuori, in patria come all’estero (ma quale "casa" e quale "estero" sono possibili, dopotutto, per una globe trotter?), dopo stagioni e stagioni di esercizio sfiancante, affinamento della tecnica vocale e attoriale, prove su prove d’orchestra, autentico sforzo fisico e non più tollerabile frastuono, ecco che anche chi legge, come per contagio, si scopre preda di una vaga spossatezza. E accetta malvolentieri, in piena empatia con la tormentata eroina, un’ultima vignetta che sa quasi di beffa, di schiaffo assestato da una natura matrigna. Del resto così è la vita, dentro e fuori dai libretti d'opera. Certamente lo fu quella di Sophia Cecelia Dimitriadu, nata per essere stella il 2 (o il 3? o il 4?) dicembre del 1923, a cui Lorenza Natarella ha trovato giusto non fare sconti. Per amor suo. Perché fosse davvero "sempre libera" anche da se stessa e dal suo ingombrante mito. Sempre Maria. Sempre Callas.

Cecilia Mariani