giovedì 27 gennaio 2011

RICHARDSON 2.0



Clarissa
di Samuel Richardson
Frassinelli - 15,00€


Lettere su Clarissa
di Samuel Richardson
introduzione, traduzione e note di Donatella Montini
Sette Città - 16,00€


Nel 1741 vede la luce in Inghilterra un romanzo epistolare che ha subito un grande successo: Pamela. Romanzo stampato, curato, pensato, voluto e scritto da Samuel Richardson. Ebbe talmente tanto successo che ne seguì un sequel (come per le nostre serie televisive) anche a ragione di evitare che qualcun altro, astuto e poco avveduto, si prendesse la briga di mettere in circolazione altri volumi, come accadeva all’epoca, con gli stessi personaggi e gli stessi nomi, avendo così un prodotto di facile promozione. Il problema per Richardson era certo di carattere economico e comunque non avrebbe gradito vedere i suoi personaggi, magari anche approssimativi e sviliti, circolare per le pagine di volumi che non era stato lui a scrivere, a visionare, né a stampare. Ma chi era Samuel Richardson? A self-made man, uno che si è fatto da solo.
Nel 1706 il padre non può più mantenerlo agli studi (e qui capiamo che non era una famiglia dalle grandi disponibilità) e lui se ne va a fare l’apprendista stampatore. Lavora sodo, passa il tempo libero a leggere e ad intrattenere rapporti epistolari con chi ne sa di più di lui, della vita ed anche della scrittura. Nel 1721 Richardson chiede la mano della figlia del suo capo e si prepara ad avviare un’attività tutta sua, un qualcosa tipo quello che noi oggi chiamiamo “agenzia letteraria e servizi editoriali”. È competente e veloce nel lavoro e in molti lo cercano. Insomma, una vita dedicata al lavoro e alla famiglia e nel tempo libero legge e scrive.
L’idea di Pamela viene da due librai che gli consigliano (sono i librai che consigliano) di scrivere qualcosa, in forma di lettere, in uno stile quotidiano, ad uso ed utilità degli abitanti della campagna. Richardson non solo accoglie il progetto e si mette al lavoro, ma stravolge l’idea e si dà fini più alti: perché non educare? Perché non istruire su come pensare ed agire in determinati casi? E così nasce uno dei più grandi successi editoriali del ‘700 inglese, il primo tra i romanzi epistolari moderni, un romanzo nel quale la tensione narrativa non è data dal racconto di ciò che è avvenuto, ma dallo stesso verificarsi del racconto. Tanto che il tempo della narrazione può coincidere con il tempo del narrato: scrivo del mio dolore mentre provo dolore, scrivo che ho paura mentre ho paura, racconto delle lacrime versate mentre il foglio di carta si sta bagnando. Oppure si può raccontare di qualcosa che è da poco accaduto, cogliendo le sfumature linguistiche e caratteriali che un dato fatto può determinare in una persona, oppure le proprie speranze, pensieri e desideri: è il presente in cui si scrive, il tempo intorno al quale tutto ruota. Una sorta di diario, si potrebbe dire, ma non è così. Perché nel romanzo epistolare, quello di Richardson e degli altri che si sono cimentati, il rapporto è a più voci: c’è chi scrive e c’è chi risponde. Chi scrive lo fa per essere letto e letto da una precisa persona, ha quindi degli intenti, dei fini, che sia lo stesso desiderio di raccontare un fatto o condividere un sentimento. Queste lettere possono poi essere lette da qualcun altro, bruciate, rubate, rispedite al mittente… (provate a leggere Les liaisons dangereuses).
Questo è il Richardson autore, ma ricordiamo che è stato anche editore e stampatore. Innovatore linguistico (tanto da essere citato nel dizionario di Johnson) fa largo uso nei suoi romanzi, soprattutto Clarissa, di punteggiatura e segni tipografici (trattini, asterischi) per materializzare nella scrittura lo stato di shock dell’eroina dopo la violenza del suo Lovelace.
Insomma, Richardson prende un genere – il romanzo epistolare – che già era in uso e piaceva – Lettere portoghesi – lo modernizza sotto ogni aspetto, lo pensa per farne ricavare un insegnamento morale e lo rende coerente alla società inglese del suo tempo. Società illuminista, della borghesia che cresceva e guardava in alto, quella della familiar letter ovvero di quel gusto che la gente aveva di scriversi lettere anche per raccontarsi cosa stanno leggendo, cosa hanno fatto in giornata, di cosa ci si sta interessando…
Richardson, che a 13 anni scriveva epistole d’amore su commissione, conosceva bene lo strumento tanto che sarebbe interessante ripercorrere lo sviluppo della stesura dei suoi capolavori (Pamela 1740, Clarissa 1748, Sir Charles Grandison 1753) e delle vicende editoriali, passando attraverso quella fitta rete di relazioni epistolari (guarda caso) che Richardson teneva con i suoi lettori: medici, critici, grammatici, pastori. Donne, fameliche lettrici, a cui lui inviava copie dei suoi romanzi che non sono stati ancora pubblicati (i suddetti romanzi erano divisi in volumi che uscivano a distanza l’uno dall’altro) e queste avevano il diritto ed il dovere di fare appunti al lato non solo su ciò che reputavano buono, ma anche sui momenti poco riusciti, aspetti poco chiari, atteggiamenti che nella realtà, e dati certi personaggi, difficilmente si sarebbero verificati. E prontamente, lettrici e lettori in contatto con Richardson, lo facevano presente allo stesso, magari invitandolo a concentrasi di più su un aspetto che piace molto del personaggio e che poteva continuare a decretarne il successo. Richardson da queste chiacchierate per iscritto traeva linfa vitale per i suoi romanzi, materiale che non solo gli veniva dai consigli, ma anche dal modo di scrivere dei suoi corrispondenti analizzati magari come personaggi e solo dopo che anche lui si sia fatto personaggio a sua volta. Personaggio di un rapporto epistolare reale che si basa su un romanzo composto da lettere che hanno la pretesa di essere lette come verosimili, romanzo di cui lui è l’autore, e pertanto si trova a scrivere lettere come se fosse ora Clarissa alla sua confidente Anna, ora Lovelace al suo confidente Belford, ora Pamela ai suoi genitori…
C’è un bel libriccino (S. Richardson, Lettere su Clarissa, a cura di D. Montini, Viterbo, Sette Città, 2009) curato da Donatella Montini che ci offre, in testo originale e tradotto, alcune di queste lettere (raccolta Carroll) che Richardson inviava ai suoi corrispondenti, felice di ricevere consigli e pronto a far valere le proprie scelte. In più, la raccolta, contestualizza tale produzione romanzesca affiancata dalla corrispondenza nell’Inghilterra del ‘700 e ripercorre le vicende della pubblicazione della corrispondenza privata che per volere di Richardson è divenuta pubblica. 

Fabio Mercanti