mercoledì 6 dicembre 2017

"The last girl": per le donne il futuro non è roseo

The last girl
di Joe Hart
La Corte Editore, 2017

Traduzione di Daniela di Falco e Federico Ghirardi


pp.396
€ 16,90





NT: Non è stato presentato un rapporto sul tasso di natalità femminile ormai da più di sei mesi. L'ultimo riportava la percentuale di una su centomila. A suo parere è corretta?
FW: Vuole scherzare? (...) Non mi sorprenderei se i nuovi dati indicassero una su cento milioni.

Il pianeta è andato incontro ad una crisi senza precedenti. A partire dal 2017 la nascita delle bambine è calata in maniera vertiginosa, tanto che, negli Stati Uniti, ne sono rimaste poche manciate. Dopo una guerra civile che ha sconvolto il continente, le poche bambine sopravvissute sono state riunite al NOA, la National Obstetric Alliance, per la loro sicurezza e perché sono destinate allo scopo più grande e nobile di tutti: ripopolare il pianeta. Quando compiono 21 anni vengono fatte uscire dal centro e ricongiunte alle loro famiglie che le aspettano. Almeno, questo è quello che hanno sempre raccontato a Zoey. Nonostante la nobiltà del compito che le aspetta, lei si sente in trappola: costretta alla più noiosa della routine, senza notizie dal mondo esterno e senza il permesso ai piacere più semplici (leggere, ascoltare musica, persino masticare un chewing gum) le sembra di impazzire. Il mantra con cui l'hanno cresciuta ovvero “Quanto vale una vita”, l'ha spinta alla risposta: sicuramente più della vita che ci fanno condurre qui. Deve solo trovare il modo di uscire dal NOA e scoprire che fine hanno fatto tutte le sue compagne che hanno già affrontato la cerimonia.

Con The last girl, primo volume della trilogia a firma dello scrittore Joe Hart, abbiamo l'ennesima conferma che le donne, in futuro, non se la passeranno benissimo e verranno ridotte in schiavitù e impiegate nel ruolo che ci aspetta da loro: la procreazione. Come già ne Il racconto dell'ancella le donne ritenute fertili, in questo caso specifico in grado di generare una figlia, e le poche bambine rimaste, vengono separate dalle loro famiglie, private del loro cognome e tenute al riparo dal mondo e addestrate ad immolarsi in vista di un bene superiore in attesa dello scoccare dei 21 anni. 
Signore, in qualunque saga ci troviamo, il nostro futuro non è dei più rosei.
Noi apparteniamo al bene più grande. Viviamo per la possibilità di ricostruire il mondo che non è più. Non ci allontaneremo dalla via tracciata.
Il problema di questo romanzo è che pare aver preso tanti pezzi da varie distopie e li abbia uniti in maniera non sempre convincente. Ci troviamo di fronte al problema del calo demografico, tematica che ritroviamo ne I figli degli uomini e Il racconto dell'ancella, anche se qui è limitato al sesso femminile. Le ragazze sono chiuse in un centro ed educate all'obbedienza (con punizioni severissime per ogni minima infrazione) e obbligate a ripetere allo sfinimento i tragici eventi che hanno portato gli Stati Uniti al totale collasso. Miss Gwen, l'istitutrice delle ragazze, ricalca il modello delle Zie della Atwood anche se nella narrazione manca completamente la parte di training per il loro compito riproduttivo. Nonostante quello sia il loro destino, non paiono mai essere instradate verso l'attività di madri. La promessa del ricongiungimento con le loro famiglie pare debole e finanche priva di significato per le stesse ragazze: a che pro essere state rinchiuse per vent'anni per poi riunirsi a persone di cui non hanno memoria e che non riconosceranno?
La protagonista, Zoey, è la Catniss e la Trix che ci aspettiamo in ogni distopia. Tosta, coraggiosa, con un forte senso di lealtà verso i più deboli, ma all'occorrenza in grado di manipolare e sfruttare le persone che le vogliono bene per dei fini più alti.  
A livello narrativo, la scelta della terza soggettiva coniugata al presente penalizza la lettura. Ci si trova di fronte ad un costante "Zoey pensa-Zoey dice-Zoey cammina" che la riducono quasi ad una lunga sceneggiatura teatrale.
Quello che davvero si apprezza in questo romanzo è la dinamica delle relazioni femminili. Si spererebbe che, in un mondo che le ha decimate e le fa vivere in cattività, almeno tra loro facessero gruppo. Invece i rapporti tra le ragazze del centro sono violenti; ci si accanisce sulla ragazzina più debole del gruppo e si cerca di ferire la propria nemica in modo da annullare la sua utilità riproduttiva. La pressione a cui sono sottoposte le fa esplodere come getti di vapore rovente e mostrano una verità che non sempre ci piace ammettere: le donne sono le peggiori nemiche che una'altra donna possa avere.
Interessante il ruolo che svolgono i libri: considerati merce di contrabbando perché l'ignoranza è il miglior modo di controllo, sono per Zoey un mezzo per la libertà. Nella sua camera al NOA, riceve come dono da un misterioso benefattore, dei romanzi: Il conte di Montecristo e La lettera scarlatta le fanno comprendere che il bene superiore non può valere il prezzo delle loro vite. I libri sono uno spiraglio di salvezza e il primo vero momento di libertà è quando trova la biblioteca di Ian, un ribelle che la salva quando evade dal Centro.
Le dita sfiorano la prima fila di volumi, grossi, rilegati in pelle con le lettere dorate sulle coste. Enciclopedia, legge muovendo solo le labbra. Si sposta lungo gli scaffali, gli occhi traboccano di autori e di titoli. (...) Si lascia cadere in una delle poltrone, incapace di staccare gli occhi dai libri. Ce ne sono più di quanto una persona potrebbe leggere in una vita, in dieci vite.
The last girl è una distopia matrioska: tiene dentro di sé elementi delle distopie che l'hanno preceduto, e che ormai si stanno avviando a diventare iconici, e presenta qualche quid originale, ma il messaggio, e ci tengo a ripeterlo, è ormai sempre lo stesso: signore, per noi donne il futuro non è mai roseo.


Giulia Pretta

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