mercoledì 8 novembre 2017

"Neppure il silenzio è più tuo": conservare la verità sotto il regime

Neppure il silenzio è più tuo
di Asli Erdoğan
Garzanti, 2017


Traduzione di G. Ansaldo

144 pp.
€ 15,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Essere donna, giornalista e contestatrice ai tempi di un regime mascherato da democrazia: questo ci racconta Asli Erdoğan nel suo Neppure il silenzio è più tuo; un libro che non è un romanzo né una raccolta di racconti, ma neanche un saggio o un articolo di giornale. Sulla falsariga di una narrazione unitaria (gli eventi immediatamente seguenti il tentato golpe del 21 luglio 2016) si sviluppano una serie di pensieri che mescolano all'interno di ciascun "pezzo" varie forme, dal racconto all'articolo giornalistico al memoir.
Erdoğan riporta su carta sensazioni e pensieri più che eventi: a tal proposito è necessario far presente quanto facile sia perdersi fra le vie della sua mente, che spazia in diverse direzioni e in diversi tempi, coprendo vari temi a volte contemporaneamente. Questo è un elemento di difficoltà del libro, che costringe a essere sempre concentrati sul punto in questione, a tornarci e a rileggere interi passaggi. Il suo è un testo intensissimo in cui ogni parola ha il suo perché in quel luogo. Le riflessioni sono sovraccaricate fino al limite, soprattutto quando il pensiero generale va a braccetto col ricordo, e a quel punto leggere certi passi, con la consapevolezza che quelle cose sono accadute per davvero e non è fiction, diventa disarmante:
Non voglio essere complice del fuoco riversato contro donne, bambini e anziani che si tengono aggrappati alla bandiera bianca, cercando di uscire dalle macerie. Non voglio essere complice della mandibola bruciata di un bambino di dodici anni ritrovata in uno scantinato. Né del sacco consegnato dicendo: «Questo è tuo padre», cinque chili di ossa e carne, né del sacco consegnato dicendo: «Questo è tuo figlio»...
Diventa disarmante, dicevo, perché lo sappiamo tutti che nel mondo ci sono le guerre e che la gente muore. Lo vediamo ogni giorno in tv, sui telegiornali arrivano le conseguenze indirette di ciò che accade intorno a noi, eppure spesso questi schiaffi emotivi sono utili per ricordarci che quelle cose accadono veramente, che sono a pochi chilometri dalle nostre città, dai nostri centri commerciali, dalle nostre chiese. È la volontà di esprimere tutta la crudezza dei massacri che ha portato Erdoğan a finire per 136 giorni in carcere: perché dietro la parole di democrazia e libertà si nasconde spesso il sangue di persone incatramato sulle strade, i cadaveri buttati nelle fosse comuni, le parole cancellate nero su bianco dai giornali.
Erdoğan torna spesso sugli stessi punti, spesso ripete concetti ed eventi accaduti. Queste ripetizioni hanno a che fare con la tradizione orale, forse, ma ancor di più con l'ossessione. Perché difficile è credere che certe scene possano essere dimenticate o rimosse con facilità. Si riesce quasi a immaginare l'orrore che ogni volta torna a infestare la mente di Erdoğan mentre ripercorre quella notte. Di nuovo le stesse strade, di nuovo le stesse persone uccise, di nuovo gli stessi sguardi di terrore negli occhi morenti della gente.
Allora Erdoğan si pone un obiettivo che è missione sacra:
Difendere la libertà e la pace non è un reato né un atto di eroismo, ma il nostro dovere... E oltre a difenderle, dobbiamo restituire a queste parole i significati, la sacralità che hanno perso... Fintanto che possiamo... Non essere complici dei massacri, invece, non è soltanto un diritto e un dovere, ma il senso stesso della nostra esistenza... E questo è il nostro macigno, trasportato fin che possiamo, amato fin che possiamo, il nostro fato.

David Valentini

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