venerdì 8 settembre 2017

Raccontare storie per sconfiggere il buio: Enrico Macioci e lo yeti

Lettera d'amore allo yeti
di Enrico Macioci
Mondadori, 2017

pp. 276
€ 19,00


Dal momento in cui veniamo al mondo, che lo vogliamo o no, che ci piaccia o no, siamo acrobati senza rete.

Le vie delle storie sono infinite e talvolta conducono in luoghi oscuri. Lo sa bene Enrico Macioci che, tra gli scrittori della sua generazione, è forse quello più interessato all'idea di "storia" nella sua forma più autentica. Le modalità con cui trame e intrecci nascono e si sviluppano, le strade che prendono, le biforcazioni e le svolte inattese che si trovano a seguire, la materia di cui sono fatte (più di incubo, a volte, che di sogno), i significati che racchiudono. Non per niente il modello a cui, in un'intervista rilasciata a Massimo Maugeri, Macioci dichiara di riferirsi nei libri che legge e in quelli che scrive è l'archetipo letterario per eccellenza: il cantastorie. "Uno che sembra parlare come si parla attorno al fuoco, inseguendo con le proprie parole una forma da offrire a chi lo ascolta – e al buio."
Una dichiarazione d'intenti che assume le forme di una precisa rivendicazione di poetica: attorno al fuoco, per tradizione, si raccontano soprattutto storie dell'orrore. Quello che ha in mente Macioci è un tipo di cantastorie molto particolare: vuole tenere lontano il buio che lambisce il suo cerchio di luce, eppure non riesce a resistere alla tentazione di sfidarlo, protendere la mano verso quell'oscurità, guardarci dentro. Per vedere se c'è qualcosa oltre tutta quella tenebra, e cosa.

Lettera d'amore allo yeti, il terzo romanzo di Macioci, si lascia alle spalle gli sperimentalismi post-moderni de La dissoluzione familiare (con cui aveva esordito nel 2012) e le ibridazioni di racconto, autobiografia, cronaca e memoriale di cui era intessuto Breve storia del talento (2015), per provare per la prima volta la via del romanzo classico: la storia di un padre e un figlio che, rimasti soli all'interno di un piccolo e tremolante spazio luminoso, camminano sui bordi di un abisso a cui sembrano volersi consegnare, un passo dopo l'altro, inconsapevoli, sempre più rapidamente.

La prima estate che Riccardo e Nicola passano insieme nella casa al mare di Colombaia non è un'estate qualunque. La morte di Lisa, stroncata da un infarto improvviso una notte di otto mesi prima, mentre Riccardo le dormiva placidamente accanto, ha lasciato i due orfani e prigionieri di un'assenza con cui ancora non riescono a scendere a patti. Assillato da strani incubi di cui non comprende il significato, Riccardo si ritrova così a dover crescere da solo un figlio di quasi sei anni, accompagnandolo nell'accettazione della perdita e cercando di riportare il più possibile la normalità in un'esistenza che, da un giorno all'altro, ha perso ogni punto di riferimento. Un compito a cui crede di non essere preparato e che, ovviamente, lo terrorizza.
Chi non ha figli non conosce quella speciale paura, la paura di compromettere un'intera vita, di danneggiare ciò cui più si tiene e proprio a motivo del fatto che ci si tiene così tanto. Chi non ha figli non conosce davvero la paura di sbagliare.
Dal canto suo, Nicola è un bambino di intelligenza vivace e fervida curiosità. Non si trova a disagio nella nuova vita con Riccardo, ma dalla morte della madre si è fatto più silenzioso, assorto. Né troppo socievole né troppo solitario. Equilibrato, ecco, ma in modo strano: "come fosse capitato in una brutta festa ma qualcuno gli avesse imposto di sorridere e distribuire convenevoli". Una condotta che sembra nascondere un malessere più profondo, di fronte a cui Riccardo per ora si sente impotente.

Per non parlare di quella nuova passione che ossessiona Nicola al punto da monopolizzare qualsiasi discorso con il padre: lo yeti. Una figura mitologica insieme rassicurante e inquietante su cui il bambino non si stanca mai di fare domande su domande, guardare documentari o cercare video su YouTube. Arriva persino al punto di scrivergli una lettera. Una lettera in cui gli chiede di restituirgli la madre, perché crede che possa averla portata via lui. Riccardo la legge e, promettendogli di spedirla allo yeti, la chiude in un cassetto. Il padre capisce che, in qualche modo, il bambino sta cercando di colmare il vuoto lasciato dalla madre. Al tempo stesso, però, la linea che separa fantasia e realtà su cui Nicola sta camminando gli pare troppo sottile, e preoccupante la prospettiva che il figlio possa, di questo passo, perdere la capacità di distinguere tra l'una e l'altra.
Volevo che Nic cominciasse a distinguere tra fantasia e realtà, lasciando un po' meno spazio alla prima e un po' più alla seconda. Andava per i sei anni e presto sarebbe rimasto incastrato nella società, nel suo potere di appiattimento e nella sua mancanza d'immaginazione [...] Nicola doveva crescere, per la miseria. Era magnifico che possedesse una mente vivace ma doveva crescere e... inaridirsi. Doveva, almeno in parte, somigliare un po' di più al prato brullo che tanto lo affascinava.
Nel suo nuovo e inatteso ruolo di genitore assoluto, Riccardo si trova così a mediare tra due poli difficili da conciliare. Da una parte, l'inevitabile anarchia immaginativa di un bambino ancora troppo piccolo per essere consegnato a un'esistenza integralmente razionale. Dall'altra, il pericolo che il figlio finisca per smarrirsi in quelle stesse uscite di sicurezza che sembra essersi creato per affrontare una realtà troppo assurda da comprendere. Un gioco tutt'altro che semplice di pesi e contrappesi che Riccardo deve gestire facendo al tempo stesso i conti con la propria personale elaborazione del lutto. Perché se Nicola ha perso una madre, lui ha perso una moglie.

Sul tema principale della crescita come compromesso tra fede irriducibile nell'ignoto e rifugio rassegnato nella razionalità, Macioci ne innesta un secondo a ingarbugliare le cose. Nelle atmosfere apparentemente placide di Colombaia, molti abitanti sembrano partecipare di quello stesso contrasto tra luce e tenebre, possesso e perdita, conforto e inquietudine che rappresenta la nuova realtà di Riccardo e Nicola. Ogni nuovo incontro, in quella strana estate, sembra muoversi lungo il confine sottile che divide promessa e minaccia.

Succede quando in città ricominciano le sparizioni. Simona, l'animatrice della spiaggia, svanisce nel nulla durante un gioco con i bambini nella pineta. Sempre nei dintorni del lemon bar abbandonato in cui, anni prima, erano già scomparse altre tre persone. Scomparse nel vero senso della parola: prima erano lì, un istante dopo non c'erano più. Di nuovo la perdita: stavolta ancora più incomprensibile, perché refrattaria a qualsiasi spiegazione razionale. Indagando nel passato di Colombaia, Riccardo lotterà con la realtà che, con la sua ansia di capire e razionalizzare, fino a quel momento credeva di conoscere.

Mentre le settimane passano e il sole tramonta sempre un po' prima, i personaggio rivelano una duplicità che ne complica identità e ruolo, di pari passo con la trasformazione del tono del romanzo. Walter, il gestore del bar Long John Silver, appassionato di letteratura (Stevenson, soprattutto), simpatico, amichevole, irresistibile conversatore, ma misteriosamente privo di legami. Ismaela, affascinante cameriera, vittima di occasionali e violente crisi convulsive che preannunciano, sempre, la morte di qualcuno. La signora Lepidi, insieme impicciona e sibillina nelle sue pettegole malignità. Più di tutti Teodoro Inverno, l'enigmatico vicino di casa: anziano, altissimo e solitario, Nicola ne sembra irresistibilmente attratto, tanto da passare le serate a bisbigliargli confidenze attraverso la rete del giardino. Confidenze da cui il padre è escluso, ogni giorno di più. E che riguardano, ovviamente, lo yeti.

Lentamente l'andamento del racconto, realistico e familiare nella prima metà, comincia così nella seconda a perdere solidità e definizione, a sfilacciarsi: il buio intorno si fa sempre più fitto e aggressivo, si insinua nel cerchio di luce erodendolo, mettendo in discussione equilibri e certezze. La realtà tremola e cambia volto, il romanzo vira decisamente verso l'horror.

Nel suo terzo romanzo Macioci, come i cantastorie che dichiara suoi modelli, insegue una forma. La sua però è una forma cangiante, inafferrabile, capace di insidiare e trasformare persino la materia della storia che racconta. Di più: una forma che, nel suo disvelarsi, minaccia di sovvertire le fondamenta della realtà stessa.

Ma Lettera d'amore allo yeti è anche un romanzo intessuto a sua volta di storie. Le storie che Macioci, nel suo percorso di lettore prima che di scrittore, considera esemplari nel senso letterale del termine: quelle che sembrano riuscire a informare di sé la vita e su cui la vita si modella. Moby Dick, L'isola del tesoro, Il grande Gatsby, Cuore di tenebra, Pinocchio: i destini dei protagonisti sono legati a filo doppio ai loro libri preferiti. Dalla schermaglia tra Ismaela e Walter su Long John Silver e Achab ai sinistri paralleli con alcune avventure di Pinocchio che sembrano perseguitare Riccardo, Lettera d'amore allo yeti riesce nel non facile intento di integrare la letteratura nel tessuto stesso delle vicende che racconta senza per questo diventare un romanzo pesantemente letterario. C'è anzi una certa ironia tragica nel vedere i personaggi di Macioci ritornare così spesso ai loro libri preferiti, ma non arrivare mai a notare le sempre più strette spirali di coincidenze tra i libri che leggono e gli eventi che vivono. "Ciò che non vogliamo vedere è sempre ciò che è più palese", come dice la signora Lepidi.

Trasferendo qui le sue passioni letterarie, il suo gusto, la sua idea dell'essenza e del significato della letteratura, Enrico Macioci ci presenta una storia che non si riduce alla posticcia imitazione dei modelli cui si ispira (tra tutti, mai nominato ma onnipresente, Stephen King), ma che li interiorizza, metabolizza e trasforma in qualcosa di nuovo, personale, eppure ancora perfettamente riconoscibile nelle sue linee genealogiche. Una consapevolezza letteraria che si dimostra anche nel lavoro sulla lingua: curata, ricca e sempre precisa senza mai essere affettata o sostenuta, adeguata ogni volta a tono e carattere specifici dei singoli personaggi.

Dai suoi modelli Macioci prende anche alcuni punti deboli. Primo tra tutti l'eccessiva, a tratti insopportabile sentenziosità di Riccardo, che intercala continuamente aforismi, pensierini morali, dubbi amletici in cui compendiare ogni sia pur minimo insegnamento ricavabile dalle sue esperienze. Oppure (tallone d'Achille, questo, tipicamente kinghiano) l'annacquamento dell'epilogo, che indugia a ripercorrere nel dettaglio tutti i punti sospesi del romanzo, spiegando tutto lo spiegabile, precisando tutto il precisabile e allungando di un po' di chiarimenti inutili una storia che poteva considerarsi conclusa più efficacemente diverse pagine prima.

Difetti a parte, con Lettera d'amore allo yeti Macioci mostra che è ancora possibile alzare lo sguardo dal proprio ombelico e aprirsi a una narrativa che non sia semplice "scrittura di sé", smorta trasposizione su carta della propria limitata e autoriferita esperienza umana. E che, come dice King, se vuoi scrivere devi prima leggere, e molto. A un certo punto ti accorgerai che alle parole degli altri si stanno via via sostituendo le tue, insieme antiche e nuove. A quel punto sarai diventato anche tu un cantastorie, e avrai trovato la tua forma da offire a chi ti ascolta – e al buio.


Luca Pantarotto
@HoldenCompany

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