venerdì 4 agosto 2017

Il male assoluto contro eroi vecchio stampo: "Il sale della terra" di James Lee Burke

 Il sale della terra
di James Lee Burke
Unorosso, 2017

Traduzione di Daniela Di Falco

pp. 608
€ 15,00
David Robicheaux, agente della polizia della Louisiana, è in vacanza con la famiglia e il fidato partner, Clete Purcel, tra le colline e le praterie del Montana. Però anche in mezzo alla maestosa natura del luogo, il male non è mai lontano. Quando la figlia Alafair viene quasi uccisa da una freccia vagante, nella vita di Dave si ripresenta l'ombra gigantesca del male: il male più profondo, perverso e terrificante che si possa immaginare, incarnato dal serial killer Asa Surrette, da tutti creduto morto. Ancora una volta, Dave e i suoi si ritroveranno catapultati in un'indagine che è una caccia alla malvagità e a incubi così grandi da sfibrarli nel profondo.
Ammetto la mia mancanza nel non aver mai letto nulla di James Lee Burke fino a questo momento. Il prolifico scrittore texano ha dato origine alla saga di Dave Robicheaux nel 1987 e Il sale della terra, edito in Italia da Unorosso, è il ventesimo capitolo delle avventure di questo personaggio. Ho cercato quindi di ricostruire un po' della sua storia. Agente di polizia di New Iberia, in Lousiana, Dave è il tipo di personaggio poliziesco che ci siamo un po' abituati a vedere nella filmografia americana dagli anni '90 in poi. Coraggioso, di intelligenza acuta e intuitivo nelle indagini, ha un animo tormentato, sfibrato, ma con un solido basamento emozionale che lo porta a cercare di fare la cosa giusta in barba ai regolamenti e ai dettami della polizia americana. Nel suo passato ci sono episodi di alcolismo, lutti profondi tra cui l'omicidio della prima moglie e una superstizione di stampo cristiano/cattolico molto radicata. È padre adottivo di un'orfana salvadoregna, Alafair, ora affermata scrittrice. A perfezionare il quadro, un linguaggio e un modo di parlare che alle nostre orecchie suona come il perfetto poliziotto degli stati dell'America del sud. 
«Qualcuno le ha sparato in faccia
«Sì, e mi è andata bene. Era un tipo cattivo, un degenerato e un sadico e uno spietato assassino.»
«Scommetto che l'ha spedito dritto sul lettino per l'iniezione letale, eh?»
«No, non è arrivato in prigione.» 
Accanto ad un uomo così, un partner altrettanto complicato, Cletus Purcel, un detective alcolista con la passione per le belle donne, soprattutto se sposate e in difficoltà. Definito dallo stesso Dave coraggioso e gentile, ma autodistruttivo, pur con tutti i suoi difetti si frappone alle forze del male che cercano di invadere il mondo. Personaggi a loro modo romantici, che immaginiamo senza difficoltà con la fondina allacciata sotto la giacca e la bottiglia di bourbon costantemente al limite dell'esaurimento perché 
Ogni agente della squadra omicidi convive con immagini che non riesce a cancellare dai propri sogni; ogni agente che ha svolto indagini su un abuso di minore ha conosciuto un lato dei suoi simili di cui non parla mai con nessuno, né con sua moglie, né con i suoi colleghi, nemmeno con il suo confessore e il suo barista. Certi fardelli non li fai ricadere sulle persone di buona volontà. 
Pur essendo Dave il protagonista della saga e voce narrante (le sue parti sono le uniche in prima persona), ormai arrivato alla sua ventesima avventura, lo vediamo come il personaggio carismatico che, appoggiato contro un muro, osserva e lascia spazio agli altri comprimari. Sì, mi piace anche immaginarlo, nei momenti in cui non parla, con un filo d'erba o uno stuzzicadenti tra i denti secondo la migliore tradizione. 
Il romanzo è molto corposo e contiene diversi sviluppi di linee narrative che, pur allontanandosi, vanno infine a ricongiungersi (o a sprofondare) nel burrone di malvagità incarnato da Asa Surrette, serial killer prolifico e di una perversione al di là dell'immaginabile che ha finto la propria morte per poter evadere e tornare alla sua occupazione preferita. Queste linee narrative, quasi gironi di un inferno dantesco, partono con il tentato omicidio di Alafair e con il ritrovamento del cadavere della diciassettenne nativa americana Little Deer Heart, figlia adottiva di una ricca famiglia petrolifera della zona. A intersecarsi, il cowboy da rodeo Wyatt Dixon, uomo rissoso e reduce da cure di elettroshock che l'hanno portato quasi alla preveggenza; la madre di Little Deer Hearth, splendida donna che ha scelto un matrimonio di convenienza seppur infelice; Gretchen, figlia illegittima di Clete, sicario della mafia che cerca di lasciarsi alle spalle un passato di violenza (data e subita) affacciandosi alla carriera di registra di denuncia sociale con talento e competenza. 
Le donne di questo romanzo hanno grande spazio e sono altrettanto toste e provate dalla vita come i loro corrispettivi maschi. Chi fra tutte, a mio avviso, spicca e spesso ruba la scena è Gretchen, la vera protagonista di questa sordida storia. Ragazzina con un passato di pesanti abusi sessuali, si forma come sicario, sotto il nome di Caruso, con l'obiettivo preciso di farla pagare al suo stupratore. Pur cresciuta e rafforzatasi, nasconde in sé le insicurezze di una bambina cresciuta senza una figura genitoriale di riferimento: si lascia andare a crisi di gelosia quando il padre, Clete, intraprende una relazione con una donna sposata. Risponde male ad Alafair come farebbe con una sorella maggiore seccante. Ingenuità e spietatezza convivono in lei, così come le voci che a volte, sotto stress, le stravolgono la mente e la rendono un personaggio indimenticabile.  
«Tu sei coma la maggior parte delle persone coraggiose, Gretchen: troppo coraggiosa per sapere che dovresti avere paura, e troppo buona per capire che sei incapace di fare del male.»
La storia è profondamente oscura e malvagia. Lo si intuisce, si percepisce la bestialità di Asa Surrette, benché l'autore non scada mai in descrizioni di cattivo gusto o splatter sulle crudeltà e le torture che lui impone alle proprie vittime. Il sottile detto non detto aumenta il senso di disagio e di ansia e James Lee Burke sa dosare in maniera sapiente l'orrore sotteso e la magnificenza di una natura che viene descritta spessa con tratti quasi lirici 
Quando il vento si affaccia nel canyon, foglie e aghi di pino levitano nell'aria, come se l'ambiente nella sua interezza fosse in realtà un unico organismo che elabora la propria rinascita e obbedisce a leggi proprie, senza dare alcun peso alla presenza dell'uomo. La peculiarità più singolare del fiume è la qualità della luce. Non proviene dall'alto. C'è un vellutato bagliore verde-oro che sembra emanare dalle lastre di roccia che rivestono il letto del fiume, e le trote che si muovono avanti e indietro nella secca è come se nuotassero in controluce.
Il linguaggio dei personaggi, proprio perché siamo abituati alla cultura anni 90, fa sorridere: ma solo per le prime due pagine perché arriva a sorpassare il concetto di “stereotipato” e sfocia nel classico di genere. Un thriller corposo, completo, e rifinito con cura, che si può leggere anche da solo, ma che stimola la voglia di recuperare tutti gli episodi passati dello sfibrato e romantico Dave Robicheaux. 
Giulia Pretta 

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