giovedì 11 maggio 2017

Quello che resta: "Le notti blu" di Chiara Marchelli

Le notti blu
di Chiara Marchelli
Roma, Giulio Perrone editore, 2017

pp. 223
€ 15,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)




Il libro di Chiara Marchelli - ad oggi semifinalista al Premio Strega 2017 - è un'opera intensa, forte, che lascia un'impronta duratura nell'anima di chi lo legge. La vicenda comincia con un anniversario, una ricorrenza infelice: il 31 dicembre, la data della morte del figlio di Larissa e Michele. E così, nel 2009, mentre tutto il mondo celebrava l'inizio di un nuovo anno, portando nel cuore desideri inespressi, loro due piangevano Mirko, suicidatosi proprio quella sera. La moglie, Caterina, non sa dare loro notizie precise riguardo i motivi che l'avrebbero spinto a questo gesto, e nello sconvolgimento che segue il ritrovamento del corpo, le voci si alzano, le lacrime si fanno copiose, le mani corrono a nascondere il volto stravolto dal dolore. Quello di Mirko è un gesto che a coloro che restano immobili a constatare ciò che è successo, resta incomprensibile: nessuno l'avrebbe creduto possibile.
Chiara Marchelli ci racconta con delicatezza ed efficacia i giorni successivi al fatto, delineando la tragedia che si è compiuta: i giorni del dolore, la febbrile ricerca di un segnale, un indizio, un qualcosa che potesse far presentire il progetto di Mirko.
Pian piano Michele e Larissa continuano a camminare sul filo delle loro esistenze, anche se con passo più incerto e col cuore fermo al 31 dicembre 2009. Nel momento in cui la narrazione comincia sono trascorsi ormai cinque anni dalla di Mirko e proprio ora arriva nelle loro vite, apparentemente ricomposte, una notizia destinata a confondere nuovamente le acque e gettare una nuova luce su quanto successo: tramite la lettera di una avvocato, si viene a scoprire che Mirko avrebbe avuto un figlio – di cui nessuno sapeva nulla – da un'altra donna, residente a Courmayeur. Un nuovo shock si abbatte sulle vite di Larissa, Michele e Caterina. Quest'ultima, in particolar modo, si chiede la vera identità dell'uomo che credeva compagno di vita e si domanda come può non essersi accorta di nulla. Ma soprattutto, Mirko era a conoscenza del bambino? L'aveva riconosciuto?
Inizia così un lungo viaggio per scoprire la verità: tra Val d'Aosta, America – dove Larissa e Michele vivono, poiché lui è professore universitario di teoria dei giochi – e Liguria – la terra d'origine dei protagonisti –, i tre cercano una risposta ai loro interrogativi più profondi. Il focus della narrazione resta su Larissa e Michele: confondendo i piani temporali della narrazione, la Marchelli ricostruisce le tappe di una vita, presente e passato si alternano per definire i contorni di una vicenda che non invecchia nei cuori dei protagonisti. Il tempo non cura le ferite di Larissa, né quelle di Michele, che restano ancorati ai ricordi del loro figlio. Anche la preparazione della focaccia ligure, una consuetudine di casa, diventa un'occasione per risvegliare il ricordo e mentre la preparazione procede e le mani della donna procedono in maniera quasi automatica – impastando, infarinando, aprendo lo sportello del forno – davanti ai suoi occhi scorrono le immagini di Mirko bambino. Mirko che solleva il canovaccio, Mirko che assaggia l'impasto, Mirko che si esprime sulla buona riuscita della pietanza. Larissa è una donna fredda, rigorosa, lontana da quelle mamme-chioccia delle pubblicità e degli stereotipi italiani, eppure legata visceralmente al proprio figlio, tanto da essere sicura che se Mirko avesse avuto un segreto così grande, certamente gliel'avrebbe detto.
La scrittura della Marchelli è chiara, pulita, precisa: periodi precisi e netti per definire, ritagliare, contornare con precisione estrema la vicenda interiore dei protagonisti, e la sua capacità di indagine psicologica è sublime, poiché riesce, in maniera incredibilmente esatta, ad esprimere con delicatezza ed efficacia l'interiorità dei personaggi. Riesce a raccontarci quello che accade nelle vite di quelli che restano, dopo un evento di tale portata: lo smarrimento di Caterina, l'atroce senso di colpa dei genitori, i quali si fanno domande sulle proprie eventuali mancanze, la sensazione di non aver dato – o di non essere stati – abbastanza. Quelle domande che sorgono dopo – e che sono tutto ciò che affolla la testa – la Marchelli ce le elenca una dopo l'altra, nei gesti mancati, negli sguardi fuggenti, nella vita che va avanti nella sua forma quotidiana e apparente: cosa potevamo fare, cosa non abbiamo visto. E lo sconvolgimento, infine, di scoprire, a qualche anno di distanza, che esiste un lato nascosto della vita di Mirko, un'altra parte ancora che non conoscevano. L'altra faccia della luna. E la sensazione di non sapere nulla del proprio figlio:
«E d'un tratto tutto è cristallino, chiarito da quello sguardo e dalle poche parole della Grosso: ci siamo amati, c'è un figlio, un figlio di cui voi non sapevate niente; Mirko non è solo vostro; Mirko non è chi credevate». (p. 159)
Il terreno su cui la Marchelli ha deciso di camminare, con questo testo, è certamente pieno di potenziali insidie, date perlopiù dalla complessità che un tema del genere presenta e delle conseguenti difficoltà nel trattare le emozioni dei personaggi: l'autrice si muove con abilità, riuscendo in certi casi a raggiungere delle punte di elevato lirismo. La scrittrice riesce ad addentrarsi così bene nelle sensazioni dei personaggi da riuscire ad esprimere l'intimità di certi pensieri, anche i più nascosti, legandoli e intrecciandoli alle vicende esterne o addirittura alle sensazioni fisiche, come il sapore delle acciughe mangiate la sera dell'evento luttuoso:
Il sapore delle acciughe fritte dell'Ivana gli sarebbe venuto su fino alla mattina dopo, nonostante le dita in gola. Non sarebbe uscito niente. Tutto dentro, a piantarsi nella memoria insieme al resto: la notte trascorsa a occhi spalancati, il corridoio dell'ospedale, Larissa rigida per non svenire, il movimento di medici e infermieri, il ributto delle acciughe. Da quel momento non c'è più stato modo di liberarsi dalla nausea tutte le volte che le mangia. (p. 7)
L'autrice non ci racconta il gesto del figlio, ce lo spiega attraverso le parole di quelli che restano, coloro ai quali è indirizzata la dedica del libro e che effettivamente costituiscono il focus della narrazione: la Marchelli si concentra su quello che resta dopo, sulla vita che continua, sì, ma su una via che non potrà mai più essere quella di prima. Lo strazio e il dolore feroce dei genitori si mischia alla dolcezza dei ricordi – ora avvolti da una malinconica nostalgia –, al ricordo di quei rituali che scandiscono la vita di un padre e di un figlio, segno di un'intimità profonda, segno di ciò che è stato. Sono queste le notti blu, a cui allude il titolo, notti insonni in cui padre e figlio si incontrano in cucina per una tazza di latte caldo.
«Le notti blu. È un bel modo di chiamarle, dopotutto. […] La luce blu che è diffusa in tutte le direzioni e ha una lunghezza d'onda più breve, rifratta dalle particelle più piccole degli strati alti dell'atmosfera, al contrario degli altri colori. In qualunque direzione si guardi, una frazione di quella luce che arriva ai nostri occhi. Per quello il cielo pare blu». (p. 38)
Le notti blu, quindi, è un libro intenso, che resta, che scende nelle pieghe più profonde del nostro essere, tra il dolore e il pianto, per ricordarci, attraverso la ricerca e l'avvicinamento di Michele ad Andrè, il figlio di Mirko, che, anche se in altre forme, in altre persone e in altre essenze, l'amore per le persone che abbiamo amato resta. Ed è proprio Mirko, in uno dei suoi colloqui col padre, a dargli questa lezione: un insegnamento che Michele e Larissa capiranno solo alla fine.
«Quante persone credi siano davvero in grado di liberarsi di un passato difficile e diventare qualcos'altro che non c'entra niente con la loro storia?»
«Forse. Però non è vero quello che dici sugli eventi catastrofici. Metti che una madre perda suo figlio. Credi che sappia poi vivere  il resto della sua vita come niente fosse?»
Metti che una madre perda suo figlio. L'ironia. La feroce ironia di certe cose dette con leggerezza.
«Certo che no. Ma non ne sarà dominata. Se vive, se decide di sopravvivere a quella morte, sarà la vita che avrà avuto il sopravvento. […]»
Michele l'aveva guardato per un momento confuso. «Jung parla di una decisione consapevole» aveva poi detto «di un'elaborazione. Quel che tu dici è che non c'è in sostanza alcun vero impatto. Mi pare irrifenibile all'essere umano, è una visione troppo cinica. Dubito che una madre possa andare avanti con movimenti lenti  lunghi dopo aver perso un figlio».
Mirko gli aveva posato una mano sul braccio: «Sbagli. È un punto di vista di straordinaria positività: è più forte la vita. Più forte anche di un evento del genere». (p.34)
Dopo aver ricevuto la notizia dell'esistenza di quel figlio, infatti, Michele si sente attratto, inesorabilmente e irrefrenabilmente, verso quel bambino che altro non è che una scintilla di vita di suo figlio Mirko. La profonda convinzione che sia giusto conoscere Andrè, infatti, può essere interpretata come il tentativo di Michele di rendere possibile una continuità con Mirko, o almeno, con quello che rimane di lui al mondo. Di diverso avviso, invece, Larissa, che rifiuta categoricamente di conoscere colui che sarebbe – in fin dei conti – suo nipote. La vita, tuttavia, imprevedibilmente la porterà nel luogo in cui tutto è iniziato, lo stesso punto in cui tutto può nuovamente ricominciare. Poichè, come diceva lo stesso Mirko a Michele: «è più forte la vita».

Valentina Zinnà

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