martedì 17 maggio 2016

#ScrittoriInAscolto: Kathryn Hughes, autrice di "La Lettera"

A poche settimane dalla pubblicazione italiana del suo romanzo d'esordio, La Lettera, caso editoriale nel Regno Unito e tradotto in tutto il mondo, raggiungiamo l'autrice, Katrhyn Hughes, per discutere con lei del libro. Tra routine di scrittura, ricordi e nuovi progetti, Hughes risponde alle domande scaturite dalla lettura del romanzo che, nonostante qualche difetto, resta comunque un buon eserodio, in cui non mancano spunti di riflessione interessanti: tra questi, la riflessione intorno al tema della violenza domestica e l'adozione.

Foto ©Craig Jackson

La Lettera è il suo primo romanzo. Che cosa l’ha ispirato? Può raccontarci qualcosa a proposito del processo creativo, della sua routine di scrittura?

La prima volta che ho avuto l’idea per il libro risale a diversi anni fa, intorno al 2006, credo, ma stavo ancora lavorando e avevo due bambini a cui badare. Mi intrigava l’idea della scoperta di una lettera, una che non fosse mai stata recapitata e letta dal suo destinatario. Non ho idea di come mi sia venuta questa ispirazione e ci sono voluti diversi anni perchè si trasformasse in un romanzo. Non avevo una routine di scrittura vera e propria, ho solo cercato di incastrare la scrittura tra lavoro e figli. Ora che scrivo a tempo pieno, le mie giornate sono molto più strutturate. Ho un ufficio nel giardino di casa così mi sembra di uscire per andare al lavoro. Se riesco a sedermi alla scrivania intorno alle 10 del mattino allora considero iniziata bene la giornata.

Ho trovato interessante la tecnica narrativa utilizzata nel suo romanzo. Può spiegarci le ragioni dietro la scelta di utilizzare narratori e periodi storici differenti?

Il mio obiettivo mentre scrivevo La Lettera era di mantenere vivo l’interesse del lettore pagina dopo pagina. Ho cercato di finire ogni capitolo in modo che il lettore fosse stimolato a continuare con la lettura. Avere un doppio sguardo sulla storia lo ha reso più semplice, permettendomi di passare da una trama all’altra.


Come mai ha scelto di ambientare la storia nel passato, non solo quella di Chrissie e Billy, al tempo della seconda Guerra Mondiale, ma anche la storia di Tina, negli anni Settanta del secolo scorso?
Avevo deciso che la lettera ritrovata da Tina doveva essere stata scritta esattamente il 4 settembre 1939, il giorno dopo che il Regno Unito aveva dichiarato di essere in guerra contro la Germania. Tuttavia, se questa lettera fosse stata scoperta oggi, nel presente, sarebbe stato circa settant'anni dopo. Senza rivelare troppo della trama, volevo che i personaggi della prima parte fossero ancora vivi nell’epilogo della storia. Uno di questi aveva quarantacinque anni nel 1939 che avrebbe voluto dire 115 nell’anno in cui ho scritto il libro. Ha fatto tutto la matematica, quindi! Inoltre, le persone provano una certa nostalgia per il passato e mi piace ricordare come si era soliti vivere un tempo. Nonostante il fatto che gli anni Settanta nel Regno Uniti erano afflitti da scioperi, difficoltà economiche e continue interruzioni di corrente, che ancora possiamo ricordarci molto bene.
La lettera è, chiaramente, un elemento fondamentale di questa storia. Personalmente adoro questa pratica, ma oggi è qualcosa che le persone non usano con la stessa frequenza di un tempo. Cosa ne pensa? Lei ha l’abitudine di scrivere lettere o cartoline?
Scrivere lettere è certamente poco frequente oggi e penso che sia un peccato. Ovviamente nel mondo degli affari ha senso comunicare via email ma la lettera è purtroppo un’arte dimenticata. Ricevere da qualcuno una lettera scritta a mano o una cartolina dimostra un certo legame tra colui che la scrive e chi la riceve. Questa persona ha scelto una cartolina, scritto un messaggio che viene dal cuore, lo ha indirizzato a noi, comprato un francobollo e portato la cartolina fino alla più vicina buca delle lettere. Qualcosa di molto più significativo e permanente di un messaggio veloce! Pensa a quando scorri la posta ricevuta: è piena di buste marroni con il tuo indirizzo scritto a macchina, di solito significano fatture o bollette da pagare. Ma se c’è una bellissima cartolina scritta a mano, questa è molto più promettente. Un ringraziamento, forse, un messaggio di auguri o, meglio ancora, un invito!
Soprattutto penso che siano due le tematiche centrali nella storia, che ispirano una serie di riflessioni nel lettore: la violenza domestica e l’adozione. Può dirci di più in proposito?
Non avevo intenzione di scrivere un libro sulla violenza domestica, ma quando stavo scrivendo il personaggio di Rick, mi è arrivato come molto di più di un semplice prepotente e ho deciso quindi di esplorare questo ulteriore aspetto del suo carattere. È stato un percorso davvero difficile perchè questa parte della storia è ambientata nel 1973 quando la violenza domestica nel Regno Unito non era neanche riconosciuta come crimine. Non si parlava di abusi e non esistevano aiuti per le donne che si ritrovavano in quella situazione. Non volevo che il ritorno di Tina da Rick allontanasse da lei le simpatie dei lettori, ma era la dura realtà che allora le donne avevano poche scelte e rompere definitivamente era estremamente difficile.
A proposito di violenza, nel romanzo ne rappresenta la paura, la negazione, la giustificazione. Con onestà, anche quando racconta la brutalità del momento. Non giudica le scelte dei suoi personaggi, li descrive come persone con pregi e difetti, forza e debolezze. Come si sente in proposito, può dirci di più su questo?
Fortunatamente non sono mai stata una moglie maltrattate ma durante le mie ricerche ho ascoltato molte storie di donne che invece lo sono state. Come ho detto prima, era questa la situazione negli anni Settanta ma perfino oggi per molte donne è difficile chiudere una relazione di questo genere e non vorrei mai giudicare nessuna donna in una situazione simile. Andarsene potrebbe essere difficile per una serie di ragioni: la mancanza di indipendenza economica, i figli, le minacce, puoi essere isolata dalla tua famiglia e la persona che abusa di te ha già distrutto la tua autostima e confidenza. Tuttavia, ogni donna merita una vita libera dalla paura ed è possibile ottenere aiuto – cercatelo – , abbiamo una vita soltanto. Sono stata contattata da diverse donne che hanno letto La Lettera è che si sono identificate con la situazione di Tina e sono grata che abbiamo condiviso con me le loro storie strazianti. Una donna mi ha detto: “Sto con lui da anni e spesso mi domando se dovrà morire affinchè questa situazione cambi”. Questo di certo mi ha fatto riflettere.
Ho trovato davvero interessante la parte del romanzo in cui si accenna alle giovani donne ripudiate dalle loro famiglie e mandate in qualche convento in Irlanda, lontano dallo scandalo che un figlio illegittimo avrebbe provocato. Queste donne espiavano le proprie colpe attraverso umiliazione e duro lavoro e, alla fine, erano costrette a dare via i propri figli. Un sistema di cui siamo a conoscenza ma di cui ancora si parla molto poco. Penso, per esempio, a “Philomena” il libro poi diventato un film con la straordinaria Judi Dench. Come mai ha scelto di parlare di questo?
Anche in questo caso non avevo programmato di includere questo aspetto nel romanzo, ma quando il personaggio di Chrissie arriva in Irlanda, incinta fuori dal matrimonio, ho sottoposto la questione alla mia amica Grace, che è cresciuta lì. Mi ha raccontato delle "Magdalene Laudries" [ndr. istituti che accoglievano le donne cadute in disgrazia] e come ho ascoltato questa storia ho sentito di doverla includere nel romanzo. Tuttavia questo fu alcuni anni prima del film Philomena così non ho potuto avere quella storia a cui fare riferimento. Penso che l’aspetto più disturbante di questo regime è che qualsiasi cosa era fatto nel nome di Dio e della religione e, poichè gli abusi venivano perpetuati dalle suore, nessuno vi badava. Oggi naturalmente sappiamo molto di più di quella situazione ma, di nuovo, nel 1973 era generalmente accettato che le suore provvedessero a quelle donne rovinate quando le loro stesse famiglie le avevano ripudiate.
Nonostante tutto, è un romanzo pieno di grazia e speranza, ma anche di non redenzione per tutti. È d’accordo?
Si, c’è sempre speranza! Il libro ha un finale edificante; dopo tutto ciò cui il lettore è passato attraverso, se lo merita! Tuttavia, non è tutto un lieto fine, perchè la vita non è sempre così. Cercando di non rivelare troppo, voglio solo dire che spero i lettori troveranno il finale soddisfacente, piuttosto che una semplice favola dal finale perfetto.
Parlando di libri: quali sono i libri e gli autori che l’hanno maggiormente ispirata? Qual è la sua esperienza di lettrice e ricordo speciale?
Quando ero adolescente leggevo molto di più di quello che faccio ora. Ho divorato i libri di Sidney Sheldon e Jeffery Archer, nessuno di loro considerato un gigante della letteratura ma, nella mia opinione, sono piuttosto abili. Entrambi sono ottimi narratori. Questo è quello che cerco in un libro è quello che spero di riuscire a dare ai miei lettori. Uno dei miei libri preferiti di tutti i tempi penso sia La fattoria degli animali di George Orwell e ne La Lettera, Jackie chiama il suo cavallo Boxer, in omaggio al libro di Orwell a me molto caro.
Sta lavorando ad un nuovo romanzo? Può rivelarci qualcosa sui suoi progetti futuri?
Ho scritto il mio secondo romanzo, intitolato The Secret. È ambientato durante la lunga, calda estate del 1976. So che in Italia avete estati calde ogni anno, ma in Inghilterra è una rarità. Tuttavia, l’estate del 1976 fu un’eccezione è ricordata da tutti quanti. Ricordiamo la carenza d’acqua, le fontanelle in strada e le infine giornate calde. Il libro si concentra sulla scoperta, ai giorni nostri, di un vecchio articolo di giornale del periodo. Il titolo recita “Gita al pub finisce in tragedia” e racconta di un incidente di quarant’anni prima in cui un gruppo di amici  trascorre del tempo insieme in un viaggio verso Blackpool. Non tutti faranno ritorno a casa e questo fatto ha ripercussioni anche sulla persona che scoprirà il vecchio articolo di giornale.

Intervista e traduzione a cura di Debora Lambruschini