giovedì 21 aprile 2016

"Il cielo resta quello" di Francesco Leto



Il cielo resta quello
di Francesco Leto
Editore Frassinelli, 2015

pp. 220





Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Questo Tolstoj lo sapeva bene, ma è proprio nell'intoppo che si fa strada il romanzesco e sono le storie di mancanze che gli scrittori devono raccontare.

È un giorno d’agosto del 1946 quando Maria esce di casa insieme alla sua fedele amica Rosa per scendere a  quel mare di Bagnara. Tutti conoscevano la libertà del Morise, uomo alto, dal fisico vigoroso e con l’arte del rimorchio, «era bastato che Carmine le mettesse gli occhi addosso perché lei, in silenzio, gli si promettesse senza condizioni. Si vede che nella bellezza c’è un mistero più profondo di quanto si possa credere se basta un’occhiata furtiva e complice per legare due persone a doppio nodo». E se lo prende Maria alla fine il suo bel Morise, con suocera a carico, la venditrice delle venditrici. Nasce Teresa, detta Sisina, esile, «un palo di scopa vestito» e dalla salute cagionevole, ma lui voleva un maschio e lo ebbe. Era il 26 agosto 1950, Domenico, u cardiddu lo chiamarono, dal corpo fragile eppure dalla ‘mascolinità euforica’,  bello e dal sorriso enigmatico  – come il padre in fondo –  ma più di ogni altra cosa resistente ad ogni forma di prigionia. E infine Antonio, una figura  – detta con Melville – scialba nella sua dignità.
Nel frattempo a casa Bertè, Mimì aveva già deciso: «da grande avrebbe fatto o la cantante o la bagnarota». Ed è così che la storia  di Mimì Bertè, meglio conosciuta come Mia Martini, si inserisce nelle vicende principali come una presenza sibillina che accompagna il lettore fino alle fine.
È una storia famigliare quella che Francesco Leto ci racconta, con un’accurata caratterizzazione dei personaggi, in cui ‘la bagnarota’ assurge a moderna figura tragica. Un romanzo liquido si potrebbe definire, dove l’acqua con i suoi movimenti e fluidità segna la colonna sonora di personaggi i cui legami sono di sangue o di terra. Una prosa umoristica, a tratti irriverente, in cui si alternano non solo variazioni di linguaggio ma anche tipologie testuali. L’autore fa una precisa scelta linguistica di Realismo: il dialetto calabrese per dialoghi e aneddoti, prosa descrittiva dal registro medio-standard per le voci narranti. Le diverse tipologie testuali (epistolare, diaristica e romanzesca) segnano il ritmo vivace della narrazione, soprattutto nel punto di vista, mai unico. L’uso della prima, della seconda e della terza persona realizza un focus sui personaggi come è d'obbligo nei romanzi corali, in cui ognuno è un protagonista membro della polifonia.

Il cielo resta quello e anche il mare dopo tutto, quello di Bagnara Calabra, una sorta di fonte battesimale in cui tutti attingono e alla fine ritornano per rigenerarsi, d’infanzia probabilmente.

«Sono fatta vecchia», le dici, «e proprio perché sono vecchia lo so: contro il mare non c’è niente da fare. E tu, Mimì, nella voce c’hai il mare di Bagnara e il mare non lo può fermare nessuno, né gli uomini né Dio».


Isabella Corrado

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