giovedì 3 marzo 2016

"Storia di Irene" di Erri De Luca

Storia di Irene 
di Erri De Luca 
Milano, Feltrinelli, 2013

pp. 109




La condizione femminile, storie difficili che hanno per protagoniste donne, il dramma dell’immigrazione, la violenza sulle donne. Storia di Irene è un racconto che condensa, ancora una volta, i temi sopraccitati attraverso una narrazione ricca di pathos e di attuale veridicità.
Irene è poco più che una ragazzina; inconsapevolmente cresciuta troppo in fretta affronta già una gravidanza precoce. È una “donna di mare" che odora di sale e di ricci marini. Ha frequentato poco la scuola imparando a leggere, ma non sa scrivere. Sulla spiaggia di Flores, in un angolo quasi sperduto delle isole greche, in un’insenatura dove il mare s’infila per riposo dalla spinta del vento, avviene lo strano incontro con l’interlocutore-scrittore. Con lui la ragazza si confida, non ha ancora compreso chi gli sta di fronte, forse un cantastorie, ma ha intuito che la sta ad ascoltare e che sa comprendere ogni sua parola, ogni suo gesto. Il racconto della sua breve vita si anima grazie ad una sensorialità gestuale predominante nel dialogo a due. Fa da sfondo, a questo incontro, l’immensità del mare con i suoi puntini illuminati, il cielo sgombero di nuvole, l’odore di salmastro e di barca da pesca.
L’infanzia di Irene non è stato un periodo fanciullesco gioioso; la bambina cresciuta in fretta, non ha avuto spazio per il gioco, mungeva le capre, dormiva sopra una semplice stuoia in cucina, pescava nuotando agilmente. Ed ecco che affiorano i tasselli di vita dell’interlocutore; ascoltando la storia di Irene egli rivede i momenti differenti della sua crescita, ricorda tutta l’educazione e l’istruzione ricevuta a scuola. I due mondi sono distanti…, molto. Ma si crea un curioso fluido tra i due, come tra i delfini. Irene comprende la lingua di questi splendidi animali marini e ripete che la lingua funziona anche con lui.
Le chiedo in che posto farà nascere (il bambino). In mare. E per aiuto? Tutto l’aiuto del mare. La guardo: Irene ha la schiena piegata in avanti, si vedono le costole a mantice su e giù. Allora aspetto la storia di Irene, le dico. Prima devo vederla uscita fuori da qui. E si batte di nuovo la pelle di tamburo. Le crederò. Mia madre protestava: “Non credi al creatore dell’universo e dai retta a chi ti racconta una storia”. E commentava il mio silenzio: “ Che accidenti è successo alle persone? Erano credenti di una fede, poi sono diventate credulone di oroscopi, indovini, lotterie”. È così le dicevo, però per credere a una storia devo pure credere alla voce, agli occhi che la pescano svariando nel ricordo, ai piedi che non possono mentire.[1]

Irene parla un linguaggio strano…le sue frasi non usano la congiunzione, la scrittura sacra la mette a inizio frase, le consonanti sono la materia e le vocali sono invece acqua, luce, aria, il soffio dell’ossigeno dentro la sostanza minerale. Conosce tutto del mare, colori, suoni, armonie…è lei stessa un’armonica a fiato, osserva le voci marine che l’affascinano al mattino e al tramonto. Escono le murene dagli scogli, che si muovono agilmente e Irene sorride quando vede spuntare tra le onde i delfini. Loro conoscono le intenzioni, i pensieri cattivi e quelli buoni in testa ai pescatori e scherzano con le onde sonore che non si possono sentire. Con quelle guardano dentro il corpo.
Anche gli uomini di mare amano raccontare della loro vita, ma Irene è diversa. Non condivide il pensiero delle altre donne che amano incontrarsi, parlare in un luogo in cui sanno che non verranno interrotte. Le donne sono un’isola. Irene non ha posto tra loro e neanche tra gli uomini. È destinata a rimanere sola, è ingenuamente forte, il mare è la sua casa, la sua terra, il posto dove si sente libera. Il suo corpo è in grado di spostare l’acqua come una prua. Dolce e agile, è una creatura delle onde. Il mare le riempie gli organi, il cuore, il cervello, i polmoni e nuota come fosse in un paradiso marino accompagnata dai suoi delfini.
Il racconto di Irene rievoca allo scrittore il proprio passato in cui trovano spazio gli innumerevoli viaggi: in America, in Africa, in Tanzania… paesaggi, musiche, gridi, richiami, fruscii, lingue, culture, tradizioni e tante altre storie… percorsi irti di difficoltà, “carovane” di popoli in costante migrazione, porti da cui le navi partono ininterrottamente cariche di gente, che ha come ultima ancora verde ciò che ci si aspetta di trovare al di là dell’oceano o del mare a noi più vicino, isole ancoraggio che si mescolano al blu marino. Il mare è osservato come culla materna, come scroscio di vita vissuta, come padrone della vita di ognuno dei pescatori, come fratello o sorella, padre o madre, amico o nemico, ma sempre compagno fedele, per Irene, dei suoi segreti più intimi.
Il suo bambino nascerà tra le onde, accanto ad una grotta, in un girotondo di emozioni.
 Nell’acqua più limpida e generosa, lei solleverà la sua creatura in modo naturale come la natura vuole, lontana dalle barche dei pescatori, distante da chi non sa cosa significhi essere padre, ma vicina ai riflessi dell’acqua, che paiono stelle cadute a mare, dentro il proprio mondo, circondata, ancora una volta, dai suoi amati delfini.
Irene entra in mare anche quando sbatte forte, cavalcato dal vento. In quella notte i delfini raggiungono una grotta. […] Una corrente d’aria scende a cascata da un’apertura invisibile. La grotta si riempie di onde sonore, vibra come un organo. I delfini giocano a chi manda (ora) il segnale più forte…[2]





[1] Erri De Luca, Storia di Irene, Milano, Feltrinelli, 2013 p. 19
[2] Ivi, pp. 59-60.

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