martedì 22 marzo 2016

Vite congelate: Un solo essere di Marco Montemarano

Un solo essere
di Marco Montemarano
Neri Pozza, 2015
 

 pp. 251
€ 17,00


L’opera di Marco Montemarano si apre con una dichiarazione d’intenti: viene immediatamente svelato lo spunto autobiografico della narrazione, insieme al bisogno dell’autore di ritornare su una vicenda di cronaca nera che lo ha interessato da vicino, nel vano tentativo di trovarvi un senso. L’esplorazione del crimine, ci viene suggerito, diventerà indagine esistenziale, riflessione sulle sorti umane, sul coraggio e la determinazione con cui si può affrontare un lutto, su una città con tutte le sue contraddizioni:

Monaco è una provincia di un milione e mezzo di abitanti dove sembra che nulla possa davvero interferire coi tuoi piani. Una città di artefici del proprio destino che a volte fanno l’errore di credersi immortali mentre invece la morte è ovunque (p. 12).

Proprio a Monaco, infatti, quasi a punire questa hybris dilagante, un uomo è stato ucciso in circostanze incomprensibili. La fidanzata è stata testimone di un atto di violenza apparentemente gratuito, di cui non riesce a capacitarsi. Il colpevole non è mai stato identificato.

Da questo episodio cronachistico decolla la storia, nonostante i preconcetti e la maldisposizione iniziale del lettore, che crede gli sia già stato detto tutto. I nomi vengono cambiati, il reale si muta in romanzesco e lascia presagire uno sviluppo diverso, l’occasione di un riscatto finzionale laddove storicamente la giustizia ha fallito.

L’evento drammatico fornisce il pretesto per la ricostruzione introspettiva di una vita, di più vite. Innanzitutto quella di Natalia, giovane donna volitiva e un tempo radiosa, rimasta improvvisamente e illogicamente sola in balia di quello che dapprima lei chiama destino, non avendo il coraggio di pronunciare né scrivere la parola “morte”.  Ma indagate sono anche le giornate di Massimo e Alexander, i suoi comprimari: il primo è un accademico anticonvenzionale, tatuato e pieno di piercing, che riveste il ruolo di testimone e voce narrante pragmatica e presumibilmente oggettiva; il secondo è un professore stimato e misterioso, che nessuno conosce veramente e che cela dietro ad una inscalfibile imperturbabilità una verità tragica sul proprio passato. Grazie alla moltiplicazione dei piani narrativi, la trama si complica e si fa avvincente, suscitando domande che solo nelle ultime pagine troveranno una risposta, peraltro non scontata. Eppure, dopotutto, non è questo lo scopo primario dell’autore, che pare più interessato a rallentare il ritmo dell’esposizione che non a orientarla rapidamente verso la sua conclusione. La scelta non è casuale, bensì mimetica: l’esistenza stessa di Natalia è infatti stata congelata nel momento dell’assassinio; il suo sguardo verde e intenso da quel momento appare svuotato, rivolto non più verso il mondo esterno, ma verso l’interno della sua mente, dove si ripete sempre la stessa scena di morte. Anche lei vorrebbe essere scomparsa, “diventare la stessa cosa che era lui [Martin], un solo essere, come era successo mille volte in quegli otto anni passati insieme” (115). L’omicidio insensato apre la strada ad una profonda riflessione sulla memoria, sulla nascita e sull’importanza del ricordo, sulle modalità della sua conservazione. Il fatto traumatico macchia e contamina il passato: “la Seppia maledetta che offuscava e anneriva ogni cosa” (27) è il sangue scuro di Martin che penetra nell’anima di Natalia e diventa la nuova cifra dominante di ogni ricordo condiviso. Si scopre un desiderio ossessivo di riscrivere gli eventi, cambiandone il finale (la stessa operazione che, del resto, azzarderà nel romanzo Marco Montemarano).

Per questo motivo, probabilmente, il più interessante tra gli sviluppi narrativi è quello che coinvolge i potenziali assassini: non ce ne può essere soltanto uno, perché il colpevole non è stato individuato (nell’opera non ancora, nella realtà mai), ma anche perché la figura scura intravista da Natalia nella notte fatale, più che una persona specifica, incarna la morte stessa, nel suo potenziale di follia e imprevedibilità. Attraverso una serie di scorci momentanei la cui natura verrà svelata soltanto in un secondo momento, il lettore familiarizza con una serie di figure inquietanti, tutte ugualmente pericolose: dal killer slavo ubriaco e delirante al tossicodipendente fuori controllo, dal neonazista frustrato e desideroso di riconoscimento al borghese insospettabile che cova nel segreto la propria psicosi. La soluzione, quando arriverà, sarà ugualmente impensabile, ugualmente plausibile e ugualmente poco utile, perché nel frattempo le prospettive sono cambiate e tutto quello che doveva succedere è già successo. Attraverso lo scorrere delle pagine, ci si rende conto infatti che ad importare non è più tanto la scoperta e l’arresto di un criminale, quanto il processo di guarigione emotiva di Natalia, il percorso di riscoperta di sé messo in atto da Alexander, la maturazione progressiva del narratore stesso. I tre personaggi, ognuno a suo modo, imparano attraverso la sofferenza, trasformano il dolore in risorsa, trovano la forza di lasciarsi il passato alle spalle, senza dimenticarlo, ma traendone nuovo slancio vitale per reinventare il proprio futuro.

Carolina Pernigo



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