lunedì 28 marzo 2016

Al di là del nero: Se c’è un imbroglio è sotto gli occhi di tutti. Talmente tanto da non vederlo

Foto di Debora Lambruschini
Al di là del nero
di Hilary Mantel
Fazi editore, Febbraio 2016

Traduzione di Giuseppina Oneto

pp. 493
euro 19.00


È un romanzo strano, l’ultimo lavoro di Hilary Mantel, da poco tradotto in italiano per Fazi editore. L’acclamata scrittrice inglese, unica donna ad aver vinto per due volte il Man Booker Prize, abbandona per questa volta l’ambientazione storica e i suoi personaggi, per dare voce ad una storia contemporanea ambientata nella periferia inglese tra la fine degli anni Novanta e i primi duemila, a tratti surreale, in un misto tra ironia feroce ed orrore. Protagoniste due donne, Alison e Colette, che non potrebbero essere più diverse, nell’aspetto e nel carattere.
Alison, corpulenta e stravagante, è una medium dotata, in contatto con il mondo al di là del nero, il mondo degli spiriti:
Alison era una sensitiva: in altre parole aveva i sensi predisposti in modo diverso rispetto alla maggior parte delle persone. Era una medium: i morti le parlavano e lei parlava loro. Era una chiaroveggente: riusciva a vedere attraverso i vivi, ad arrivare alle loro ambizioni e ai loro dolori segreti e a dire cosa tenevano nei cassetti del comodino e come erano arrivati al locale. Non era (per natura) un’indovina, ma era difficile farlo capire alla gente.
In piccoli teatri in giro per il paese o in consulenze private, giorno dopo giorno intuisce le storie disperate di quelle persone che si avvicinano a lei, ne interpreta desideri, antiche sofferenze, dicendo loro quello che vogliono sentirsi dire. Empatica e rassicurante, unisce ai poteri da medium l’acuta deduzione psicologica con cui comprendere il proprio pubblico e la sensibilità che la spinge a rivelare dell’al di là solo ciò che in fondo le persone sono disposte ad accettare:
Ci sono delle cose sui morti, voleva dire, che dovete sapere, che dovreste veramente sapere. […] non sono affidabili, vi faranno mancare il terreno sotto i piedi: non diventano brave persone solo perché sono morti. La gente ha ragione ad avere paura dei fantasmi. […] Però queste cose non le diceva mai. Mai.

Ma il perenne contatto con gli spiriti è difficile, straziante, la lascia esausta, spesso la rende incapace di distinguere la realtà visibile a tutti da ciò che invece solo lei è in grado di comprendere, le voci che solo lei può udire. E, soprattutto, sono i propri demoni, fantasmi di un passato da cui non è riuscita ad allontanarsi e a comprendere fino in fondo, a tormentarla ancora a distanza di tanti anni. Un passato sepolto negli angoli più oscuri della propria memoria ma che, lentamente, riaffiora e con il quale in qualche modo dovrà riuscire a fare i conti.
L’incontro con Colette, così diversa da lei e dal mondo che conosce, per un attimo sembra significare speranza, un’ancora di salvezza per entrambe contro la solitudine delle loro vite. Colette, magrissima, la delusione per un matrimonio appena fallito che non riesce a superare, è affascinata e allo stesso tempo diffidente nei confronti del mondo di Alison. Ma è, soprattutto, una donna molto sola, che disperatamente cerca sé stessa e tenta in qualche modo di dare un senso alla propria vita.
Per un attimo le parve di essere una figura piena di pathos, la giovane donna coraggiosa sulla soglia di una nuova vita. Come mai mi sento tanto triste?, si chiese. Gli occhi le caddero sulle valigie. Ecco come mai: tutto quel che posseggo posso portarlo da sola. Oppure può portarmelo il tassista.
Cinica, anaffettiva, dura, terribilmente infelice, incapace di calore ed empatia, inaspettatamente accetta, senza troppo riflettere in fondo, di diventare l’assistente-socia di Alison, aiutandola a gestire gli affari e le crisi che la sensitiva spesso deve affrontare, che le prosciugano ogni energia. Fredda e sostenuta, Colette entra così in un mondo che fino a quel momento aveva osservato solo occasionalmente, impara a comprenderne le dinamiche, destreggiandosi tra sensitivi ed imbroglioni e restituendo al lettore la rappresentazione di un ambiente che, al pari di ogni altro, fa i conti con la realtà e il mercato, cercando di adeguarsi e restare a galla, inseguendo le ultime mode e la spasmodica ricerca del successo. Alison, tuttavia, è diversa dalla banda di medium che la circonda e con cui si ritrova in giro per il paese. Quel dono che possiede e che la consuma è, si diceva, accompagnato da una straordinaria sensibilità e capacità di empatia che le permettono di comprendere il proprio pubblico:
Non c’era un rapporto di necessità tra quello che diceva sul palco e come stavano le cose. Le verità scomode venivano edulcorate prima di essere rivelate al pubblico; i messaggi rassicuranti che trasmetteva non venivano dalla medium ma dalla venditrice, da quella parte di lei che capiva quanto fosse importante compiacere la gente. Seppure a malincuore, Colette dovette ammettere che l’ammirava: quell’abilità lei non l’aveva mai imparata.
Per un attimo, due vite e due persone tanto diverse, sembrano insieme funzionare: Colette è un’assistente attenta, abile nella gestione degli affari come nel prendersi cura di Alison, la quale a sua volta cerca di aprirla agli altri, limarne la durezza di carattere. Nel loro incontro, nell’amicizia che ne deriva, per un momento possiamo credere che ogni cosa si sistemerà, che sia possibile per entrambe salvarsi a vicenda, sconfiggere la solitudine. Ma non è del tutto vero e, se c’è un lieto fine, non sarà così semplice e perfetto, come a volte non lo è la vita stessa.
Al, non mi lasciare, non morire, sennò rimango senza casa e senza un lavoro. Sei una stronza ma non voglio affrontare il mondo da sola.
Perché la solitudine fa paura e se fosse possibile appoggiarsi l’una all’altra, Alison e Colette
Foto di Debora Lambruschini
potrebbero sopravvivere. O forse i demoni personali con cui ognuna di loro si trova a combattere, le insicurezze e sofferenze, non possono essere compresi fino in fondo dall’altra. Forse dovranno vincere da sole le proprie battaglie. E forse, per alcune di queste battaglie non esiste vittoria.

In un continuo alternarsi tra il punto di vista dell’una e dell’altra, Mantel costruisce un romanzo in cui si fondono parole e pensieri, presente e passato, reale e sovrannaturale, in una storia affollata di personaggi stravaganti, spesso volgari e surreali, dove il confine tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti sembra farsi sempre più labile. Ed è acuta riflessione sulla complessità della natura umana, sui rapporti e l’amicizia ma, soprattutto, sul peso del passato: Alison, il personaggio con cui proviamo maggior empatia, è prima di tutto una donna tormentata dai demoni del proprio passato, dalla violenza che ha cercato di dimenticare, seppellire in quel campo desolato che è stata la sua casa d’infanzia, ma che ora non possono più essere ignorati. Che siano spiriti o solo ricordi repressi che emergono ora prepotentemente, in fondo poco importa: ciò che conta è il tormento di una bambina cresciuta tra violenza ed abusi con cui ora dovrà fare i conti per essere finalmente libera.

È un processo doloroso, che la penna feroce della Mantel non rende per nulla facile: è violenta, diretta, mentre mette in scena dolore ed insicurezze, in bilico tra ciò che è reale e ciò che – forse – non lo è. Al di là del nero, in quel mondo popolato di esseri imperfetti e confusi come spesso imperfetti e confusi lo sono i vivi. Un romanzo a tratti surreale e duro, sulla fatica di trovare il proprio posto nel mondo, venire a patti con il passato, anche quando è doloroso e confuso, venire a patti con sé stessi.
A un certo punto del percorso occorre girarsi e riprendere il cammino che ci riporta a noi stessi, altrimenti il passato ci insegue e ci azzanna alla nuca lasciandoci a terra sanguinanti. Meglio girarsi e fronteggiarlo con le armi di cui si è in possesso.


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