mercoledì 8 luglio 2015

"La primavera di Giovanni Scipioni" di Luca Rachetta

La primavera di Giovanni Scipioni
di Luca Rachetta 
Edizioni Creativa, 2014

pp. 95


Il nuovo racconto di Luca Rachetta riprende la saga della famiglia Scipioni (romanzo uscito nel 2009). Riannodando le fila della storia familiare di Giovanni, il racconto continua la crisi del cinquantenne medio finalmente separatosi dalla moglie, dal futuro sentimentale ed esistenziale da reinventare.

Docente in una scuola superiore, Giovanni intraprende una relazione con una collega, Lauretta, dopo la fine del suo matrimonio con Elsa. I tentativi di tenere all’oscuro i colleghi della relazione e la stessa vita scolastica vissuta a fasi alterne contribuiscono ad accrescere una situazione di disagio psicologico e tragicomica vissuta dal protagonista. Il personaggio riflette talvolta “sofisticamente”, ed il suo ragionare come accade nel seguente passo quando riflette sul comportamento del bidello, tende sempre al tentativo di controllo per via intellettuale di determinati stati d’animo.

A renderlo molesto e inviso, nonché perturbatore, nelle giornate peggiori, della serena convivenza in seno all’istituto, erano però le sue baruffe con gli studenti a suo dire maleducati e irrispettosi, le lamentele coi docenti per il grado di sporcizia in cui versavano le aule dopo le lezioni, che lo scoraggiava a tal punto da farlo desistere dal solo tentativo di porre rimedio a tale immonda sozzura, e infine i suoi pettegolezzi con i genitori riguardanti i vizi dei suoi nemici del momento.[1]

Le riflessioni individuali dei componenti della famiglia Scipioni passano da una situazione ad un’altra, da un dramma ad un altro e scorrono per tutto il romanzo. Per il fratello maggiore, Antonio, “asociale cronico, misantropo folle, ogni occasione si rivela buona per declamare il monologo sull’amore”. I motivi intellettuali e le assurde forme di ragionamento lo portano a considerarsi l’uomo più forte,  “l’amore gli consente di creare, sopra l’epidermide, una scorza coriacea per resistere alle offese della società, agli insulti del prossimo, alla pochezza della morale corrente”. Impiegato in un ufficio e legato sentimentalmente ad Adriana, governante, un “po’ avanti con gli anni, dal fisico tarchiato, un po’ anonima , ma dal comportamento rassicurante, Antonio diviene la rappresentazione tragicomica della chiarezza e della “crudeltà” verso se stessi, assomigliante molto al ragionar lirico dei personaggi di Pirandello.

Il racconto, che rinvia, in effetti, ad alcune caratterizzazioni pirandelliane dei personaggi, tratteggiate abilmente dall’autore, è ricco di metafore. I problemi dell’uomo contemporaneo, del suo essere individuale e in rapporto alla società sono incarnati perfettamente dalla famiglia Scipioni . I singoli componenti infatti si muovono all’interno di un puzzle di vita realistico, ma a tratti paradossale ed in cui i tormenti ed i rovelli dei personaggi fanno ormai parte delle convenzioni di una società sprofondata in una crisi senza rimedio:

Ragioni per stereotipi: Paolo l’immaturo, Antonio il matto, che a dire il vero un po’ lo è davvero, Giovanni l’affidabile. Il problema è che quando ti viene a mancare uno di questi stereotipi, ad esempio Giovanni felicemente sposato”, vai in tilt e non sai come regolarti. [2]

Osservati camminare uno vicino all’altra, Antonio e la sua fidanzata sembravano due clown che incedevano sulla pista del circo all’inizio di uno spettacolo: simili per un impaccio e una goffaggine che raccontavano due storie di solitudine e di emarginazione, eppure diversi nell’espressione del viso, adulterato dall’emozione quello di Antonio, e camuffato dalla finzione quello di Adriana. Una coppia comica impegnata a recitare uno spettacolo di cui uno solo, Adriana, conosceva il canovaccio, mentre l’altro Antonio, seguiva a braccio e si adeguava alle uscite e alle invenzioni del primo, ben sapendo che il successo della rappresentazione sarebbe dipeso dalla sua abilità nell’adattarsi e nel conformarsi alle invenzioni del capocomico.[3]

Giovanni Scipioni è ancora alle prese con un rapporto difficile con la figlia, e sembra assumersi l’onere di protettore e consigliere dei fratelli. In ambito lavorativo, l’uomo mal sopporta l’invadenza dei colleghi e la stessa forma di “controllo” esplicitata a danno della sua sfera personale.

I personaggi, che si alternano durante il prosieguo del racconto, sono delineati con ironica ma lucida obiettività . Il futuro di Giovanni, in particolare, sembra aprire delle prospettive attuabili solo attraverso una forte opposizione a certi clientelismi e contrarietà a forme di rassegnazione rispetto ad esempio alle gerarchie istituzionali, non più tollerabili dal protagonista.

Come per il personaggio pirandelliano Belluca, è giunto il momento per Giovanni Scipioni: Il treno ha fischiato anche per lui

Fu quello il suggello palese alla rottura tra lo Scipioni e la Dirigente, la ciliegina sulla torta di una storia nata male e finita ancora peggio.[4]




[1]  Luca Rachetta La primavera di Giovanni Scipioni , Edizioni Creativa, 2014,P. 33.
[2] Ivi, p. 49.
[3] Ivi, p. 43.
[4] Ivi, p. 77.

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