giovedì 18 giugno 2015

Terrarium, il mondo come specchio di un dramma edipico

Terrarium
di Giorgio Manacorda
Voland, 2015

pp. 128
€ 13  cartaceo; € 4,99 ebook


«La mia realtà somiglia a una malattia. È dolore diventato mondo.» 
Quando la sofferenza diventa insopportabile, quando un trauma sconvolge l’esistenza, è la realtà stessa che muta perché non riusciamo più a vedere con gli stessi occhi. Come se una vaporosa coltre di lacrime rifrangesse il mondo distorcendolo e oscurandolo, sembra questa la radice dell’ ultima opera narrativa di Giorgio Manacorda.
Terrarium è ambientato in un futuro prossimo in cui il mondo ha subito una trasformazione profonda. La mutazione è prima di tutto cromatica: il cielo è giallo o viola, gli alberi blu e l’acqua – che invade tutto – nera, insomma, il mondo appare come una palude psichedelica e bidimensionale, «è la fine della profondità, tutto è piatto e sghimbescio». Il cambiamento, per gli esseri umani, assume i contorni di una catastrofe irreversibile: perso il controllo sulla natura, insetti e rettili hanno preso il sopravvento, gli uomini da predatori sono divenuti prede e ogni gesto fatto alla luce del sole diviene un’impresa rischiosissima perché spesso mortale. Questa ambientazione giunge a noi attraverso un diario – con frequenti lettere – che il narratore scrive per continuare un dialogo con la madre morta.
Un rapporto filiale morboso, in cui la genitrice appare come una divinità divorante e possessiva che usa narcisisticamente il frutto del proprio seno invece che nutrirlo di amore filiale. Nella confessione-diario, si inserisce anche il resoconto del tentativo di mettere in scena l’Edipo re di Sofocle da parte di una compagnia senza strumenti tecnici e culturali: uomini comuni, più che attori, al cospetto di una tragedia che li schiaccia. Colui che scrive – ex attore – osserva tutto ciò, non visto, attraverso una stanzetta del teatro usata dal padre come letto adulterino: rifugio che diverrà ben presto la sua casa.
Un’ambientazione apocalittica, una confessione filiale e l’Edipo re. Si può dire che Terrarium sia davvero un romanzo distopico? Si può appiattire la vicenda ad un pistolotto ecologista-escatologico? È lo stesso autore a negare questa eventualità: il libro ha a che fare con qualcosa di più profondo che unisce i tre elementi in un’unica e forte metafora.
Chiave interpretativa potrebbe essere la tragedia che si cerca di mettere in scena: Edipo è l’uomo che riuscì a riconoscere l’uomo nell’indovinello della Sfinge, la bestialità fatta coscienza; Edipo inconsciamente uccise il padre per farsi padre e sposò la madre per possedere la sua origine, ma per questa superbia fu punito con la pestilenza e la cecità. Cos’è questa catastrofe manacordiana se non una pestilenza dai tratti fortemente psicanalitici? L’umanità che il protagonista descrive non è forse una massa di esseri umani ciechi che stenta a riconoscere la propria umanità?
Ci si potrebbe domandare se il mito antico possa ancora parlare ai contemporanei ed eccepire che un’ennesima reinterpretazione non fosse necessaria. Eppure in anni di minoritario, ma molto rumoroso, anti-specismo, non è forse lecito chiedersi dove sta l’essenza dell’essere umani? In una situazione di scontro generazionale assorbito dalla retorica politica, non è forse giusto riprovare una meditazione con gli strumenti del tragico? E infine, la brama di controllo sulla biologia (psicologica, medica e naturale) non è un tratto insito nella nostra natura?
Terrarium, di godibile lettura, ha toni fortemente cupi e angosciosi, con un’insistenza sui tratti più crudeli e cinici della nuova società, senza però disdegnare toni grotteschi e ironici. Manacorda, germanista di rango e romanziere da pochi anni, ha creato un’opera che ispira, pur nella brevità, una moltitudine di riflessioni e domande e che sembra non concedersi mai totalmente allo sguardo critico: una peculiarità tipica della vera letteratura.

Gabriele Tanda

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