mercoledì 29 aprile 2015

"Donne che vorresti conoscere" di Emanuela Zuccalà

Donne che vorresti conoscere
di Emanuela Zuccalà

Infinito edizioni, 2014
pp. 189


La dimensione femminile, fatte salve alcune rare e felici eccezioni che si stagliano lungo il sentiero della storia del genere umano (il mio pensiero corre inevitabilmente alle Amazzoni, donne oltremodo coraggiose, intelligenti, solidali e innamorate della libertà nella loro essenza più pura, ma anche alle Irochesi, autonome e profondamente rispettate all'interno di una tribù fondata sulla non violenza e sulla parità di genere), si colloca perlopiù in società di stampo patriarcale che ne penalizzano la libera espressione e l'acquisizione consapevole di una propria identità scevra da condizionamenti più o meno marcati.
Al centro dei numerosi racconti di vita, che Emanuela Zuccalà ha raccolto in questo libro, ci sono le donne. Donne giovanissime e meno giovani incontrate in vari angoli del globo, oltre che in Italia. e accomunate da una fatica di vivere che affonda le radici in un Male oscuro destinato puntualmente a declinarsi nelle innumerevoli sfaccettature che noi, dal nostro osservatorio privilegiato, non manchiamo mai di sottolineare con grande indignazione: la violenza domestica, lo stupro come arma di guerra, il traffico di bambine, le mutilazioni genitali femminili, la sterilizzazione delle donne di etnia rom nel cuore dell'Europa, le schiave del sesso dall'Africa all'Italia.
È opinione dell'autrice (e anche della sottoscritta) che una storia individuale, che faccia da cassa di risonanza a un'ingiustizia ampiamente diffusa, possa stimolare nei lettori una riflessione molto più attenta di quanto non sappiano fare mille report statistici grevi di dati e informazioni raccapriccianti. Il confronto con l'esperienza raccontata in viva voce dai nostri simili ci spinge inevitabilmente a pensare, a voler conoscere e approfondire alcune tematiche delle quali forse eravamo ignari o sulle quali non ci siamo volutamente soffermati obbedendo a quella pigra superficialità di chi si immedesima solo con l'ambiente in cui vive come se fosse l'unico esistente.
Gli scenari nei quali viene agita la fatica di vivere, che mette a dura prova il percorso di tante donne, sono invece multiformi e si tingono di varie sfumature ugualmente cupe benché stemperate dalla pacata dignità delle sue protagoniste, che spesso ci dimostrano come dalla più atroce delle sofferenze si possa alimentare la luce dell'anima. Infatti, come ci spiega Zuccalà, dopo averci raccontato la storia di Hope, una delle tante ragazze nigeriane arrivate a Torino con la falsa promessa di un lavoro onesto, per poi ritrovarsi ghermite dal racket della prostituzione, alle persone pure come lei basta poco, pochissimo, per cacciare l'inferno sotto un tappeto e tornare a credere nella bontà degli uomini.
Se però quella di Hope è una storia a lieto fine, altrettanto non si può dire per tante, troppe donne tuttora vittime di arcaici convincimenti, come quelli della mutilazione genitale, considerata un rito di passaggio all'età adulta assolutamente necessario poiché privando le donne del piacere sessuale, si producono mogli fedeli e ubbidienti. O come gli stupri, le violenze e le sopraffazioni che rappresentano una sorta di tacito destino per qualunque donna abbia la sventura di nascere in un contesto che ne avalla la legittimità. Credenze tribali, come quelle che vigono nella tribù congolese dei Mai-Mai, secondo le quali forzare un'anziana porta ricchezza e violare una vergine regala l'immortalità. E a poco sono servite le durissime prese di posizione di Mathilde Muhindo, dal 2003 al 2005 membro del Parlamento transitorio a Kinshasa, prima di dimettersi disgustata dall'indifferenza del potere centrale dinanzi al dilagare degli stupri sulle donne e delle prevaricazioni sui bambini costretti ad arruolarsi come soldati. Violenze così indicibili da non potersi imprimere, anche solo blandamente, nel nostro inconscio collettivo, come quelle inflitte a Janette Mupengo, che confida il suo calvario a Emanuela Zuccalà. Incinta del quinto figlio, Janette è stata violentata da otto hutu nella sua capanna. Costoro, dopo aver obbligato il marito ad assistere a quelle efferatezze, lo hanno freddato senza pietà. Janette, solo per aver osato urlare, si è ritrovata con la gamba destra maciullata da tre proiettili, e ha perso il bambino che aspettava. Piange sommessamente la giovane vedova ammantata in quella dignità di chi teme quasi di ferire l'interlocutore a causa di una sofferenza troppo grande per essere disvelata nelle sue sfumature più cruente. Forse anche per questo, si limita a dire in un soffio: Sono una donna inutile, ormai.
Accanto a queste storie dove mutare il corso di un destino infelice equivarrebbe a cimentarsi in un'impresa disperata, ve ne sono altre in cui la tenebra della sofferenza subisce una progressiva metamorfosi fino a irradiare la luce della rinascita. E' quanto è accaduto a Monica, una delle giovani vedove di Nassiryia che, dopo un lungo conflitto interiore fra lo strazio per la perdita del marito e il sentimento che gli era sopravvissuto, ha scelto di aprirsi nuovamente all'amore per un nuovo compagno. Un amore cementato da una profonda affinità spirituale oltre che dalla stessa visione della vita e della sofferenza. Un amore che non avrebbe mai cancellato il dolore di questa donna ma che, al contrario, lo avrebbe illuminato aiutandola a rinascere a nuova vita.
Giunta al termine della lettura di questo libro, la sensazione più vivida che mi rimane impressa, come una sorta di seconda pelle, è quella di una levità generata, quasi per opera di una misteriosa alchimia, dal peso di grandi sofferenze. Sembrerebbe un ossimoro, ma in realtà la spiegazione si cela forse in quella frase che Emanuela Zuccalà ha utilizzato nel finale della storia di Hope, la ragazza nigeriana che è riuscita a lasciarsi alle spalle soprusi e umiliazioni: alle persone pure come lei basta poco, pochissimo, per cacciare l'inferno sotto un tappeto e tornare a credere nella bontà degli uomini.
E la forza di tutte queste donne, che vorremmo davvero conoscere, promana da una purezza di cuore che ha mantenuto intatto il loro amore per la vita, anche dove la speranza è quasi un'utopia.
Basta questo per renderle uniche e speciali.

Cristina Luisa Coronelli



  

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