mercoledì 11 marzo 2015

I "Quaderni" di Emil Cioran

 Quaderni (1957-1972)
di E. M. Cioran

Adelphi, 2001
Traduzione di T. Turolla

pp. 1103



Invischiato suo malgrado nell’inconveniente di essere nati, apolide metafisico, funesto demiurgo caduto nel tempo al culmine della disperazione, Cioran è un autore da avvicinare con cautela e parsimonia, controindicato al lettore in cerca di evasioni compensatorie. Per coloro che invece apprezzano la fragranza del dubbio, l’evidenza della nientificazione, l’(in)intelligibilità trasversale, o soltanto una lucidità fuori dal comune, questo anomalo filosofo-saggista potrà rappresentare un sodale con il quale condividere impopolari e intransigenti intellettualismi.

I Cahiers sono il frutto di trentaquattro quaderni ordinati cronologicamente e consegnati alle stampe disattendendone la volontà (lo stesso Cioran aveva annotato sulla copertina del primo: tutti questi quaderni sono da distruggere). Materiale quindi originariamente non destinato alla pubblicazione, costituisce in realtà l’essenza intima dell’autore, la sua cifra cognitiva più privata e quotidiana, modellata su un’analitica impietosa che non risparmia niente e nessuno, compreso se stesso. I concetti e snodi riflessivi cioraniani hanno poco a spartire con la nozione comune di filosofia, in quanto non inseguono nessun impianto schematico di ordinazione o sistemazione del mondo, di costruzione ad sensum, né s’inerpicano in complicate elucubrazioni metafisiche. Con straordinario acume ci mettono invece di fronte al nudo scheletro dell’essere senza i (ri)vestimenti dei bisogni consolatori e delle riproduzioni culturali, non privandoci del piacere di una sana cattiveria e di un disarmante furore. Il suo è un procedere implacabile, uno stillicidio di sentenze da far impallidire il più pessimista dei pensatori. Ma se negli altri suoi libri tale procedimento assume un andamento a tratti anche organico, nei Quaderni la scrittura si fa più rapsodica, estemporanea, privata, finanche sarcastica. La sistematica demolizione degli apparati di senso, dei costrutti ideologico-progressivi e delle motivazioni comuni del vivere trova qui una perspicacia mai raggiunta in precedenza. Non si tratta certo di un maggior tasso di sincerità dovuto alla funzione della scrittura intima, quanto piuttosto di un’istanza squisitamente fisiologica, come lui stesso precisa in più di un passaggio. Una scrittura con funzione terapeutica, liberatoria, necessaria all’io per non rischiare l’implosione, con precise indicazioni sulla sua motivazione primaria:
Non bisognerebbe mai scrivere per fare un libro, ossia non si deve scrivere con l’idea di rivolgersi agli altri. Bisogna scrivere per se stessi, punto e basta. Un pensiero deve rivolgersi solo a colui che lo concepisce. È questa la condizione indispensabile perché gli altri possano assimilarlo con profitto, farlo veramente loro.
Non illudendosi peraltro sulle possibilità comunicative tra scrittore e lettore:
Che una realtà si nasconda dietro le apparenze è, tutto sommato, possibile; che il linguaggio possa esprimerla, sarebbe ridicolo sperarlo.
Eccoci quindi di fronte a un libro di sgradevoli speculazioni sulla natura falsificatoria dei nostri alibi, sul riconoscimento degli abiti culturali con cui amiamo vestire le nostre convinzioni, sulle antinomie del nostro essere che scambiamo per granitica fedeltà. Cioran ritiene a tutto tondo che non vi siano motivi per vivere ma nel bramare una fine anticipata e nel motivare la resa definitiva, peraltro rimandata sine die, persevera nell’imbastire un dialogo con le ombre del suo (e nostro) scontento.

La rabbia, la collera, il furore di sapere che non contiamo nulla e non siamo nulla, la consapevolezza di sopravvalutare la nostra condizione di animali raziocinanti, ricamandoci sopra prospettive finalistiche francamente ingenue e fuorvianti – di tutto questo Cioran discute e confabula in formule discorsive che hanno il raro dono della concisione e della stringatezza. I suoi enunciati, tendenti all’annientamento delle ragioni consolatorie del vivere, scaturiscono tutto sommato dal fondo di una esagerata aspettativa: ecco allora la delazione, l’attacco, il risentimento per un risarcimento che non (av)verrà mai. Non potendo abbracciare l’intero, abitare la durata, avvinghiare un significato che non sia messo in discussione un momento dopo, lo scrittore romeno polverizza le frazioni, incenerisce quel che resta e procede oltre. Nessuno s’illuda e tutti sappiano che una civiltà comincia a decadere dal momento stesso in cui la Vita diventa la sua unica ossesssione. Autore scomodo e al limite del paradosso, Cioran opera in una direzione già percorsa da Protagora, Pirrone, Qohelet, Chamfort e molti altri, in simbiosi con un pensiero negativo e con una certa filosofia dello scetticismo presenti da sempre a tutte le latitudini del globo terrestre. Le invettive contro la vita e i suoi paladini funzionano da detonatore per innescare la bomba destinata a polverizzare ogni forma di speranza residua: una bomba, però, pur sempre inesplosa o almeno disinnescata in tempo. La sua idea del suicidio ne spiega sinotticamente il perché:
Senza l’idea del suicidio mi sarei già suicidato. Con ciò voglio dire che per me il suicidio è un’idea positiva che aiuta a vivere. Senza la possibilità di uscirne, la vita sarebbe insopportabile.
Il mio concetto di suicidio è molto semplice: mi sembra l’unica soluzione per chi voglia andare al fondo delle cose. Alla superficie, invece, si può transigere, differire, barare, scrivere. Alla superficie esistono tutte le soluzioni che si vogliono, provvisorie, utili e nient’altro.
La negatività non sta tanto nell’essere in generale quanto nella coscienza tutta umana di essere. Vi sono nei Quaderni alcuni passaggi in cui la differenza ontologica tra uomo e animale viene impietosamente sottolineata a sfavore del primo. L’infelicità è solo umana, e ciò non può non riportare al pensiero leopardiano.

Tuttavia Cioran non fa mancare un robusto tasso di ironia, come questi punti mostrano:
“La crociata contro gli albigesi. Quando si leggono quegli orrori, si è veramente felici di non appartenere alla Chiesa. Una istituzione che è stata capace di simili eccessi merita di chiamarsi sovrannaturale.
A uno che mi chiede perché non torno nel mio Paese: di quelli che conoscevo, gli uni sono morti, gli altri peggio.
Mi rimprovero di non aver fatto niente per evitare di nascere.
Nessuno ha mai amato il mondo più di me, eppure se me lo avessero offerto su un piatto d’argento, anche da piccolo avrei esclamato: “Troppo tardi, troppo tardi!
Sul filo del paradosso e di un’ironia più acida che affabile, il coraggioso e incosciente lettore finisce inevitabilmente tra le spire di una velenosa coazione a ripetere. Ma nel far ciò rischia di trascurare l’ulteriorità del testo che rinvia invece ad un costante e quantomai necessario esercizio di pensiero, pharmakon indispensabile per non arrendersi all’inevitabile scacco.
Morte, tempo, insonnia, suicidio, ritratti di amici e conoscenti, intellettuali e scrittori, opinioni sulla società e sulla cultura occidentale, aspirazioni mascherate, disillusioni forzate, ragionamenti sulla rinuncia e sui furori repressi, osservazioni di costume e riflessioni storico-politiche, - concorrono nel complesso a tracciare un quadro apparentemente nichilistico ma in realtà estremamente sagace.

Esplicitando spessso un tasso elevato di aggressività, la scrittura cioraniana naviga così in una continua oscillazione tra volizione violenta e richiamo ad una specie d’indifferenza buddista data dal riconoscimento razionale della caducità, dell’irrimediabile dispersione e disintegrazione di ogni moto e vicenda umani. Lo scrittore romeno, naturalizzato francese, notifica il carattere falsificatorio e millantatorio dei nostri alibi riconoscendone al contempo l’indispensabile utilizzo, funzionale alla sopravvivenza, e decretando infine la superiorità delle ragioni sensuali e fisiologiche su quelle raziocinanti e speculative. L’insensatezza dei desideri e del vivere sociale, gli schemi e gli impianti metafisici, il rullare dei tamburi e la fanfara annunciante futuri luminosi, le meschine incombenze e l’agitare perpetuo dei nostri giorni, l’etica e la pragmatica, la morale e la storia – tutto viene fagocitato nella spirale del tempo e della cognizione di venir(n)e consunti. Subito dopo, però, scrive che farebbe volentieri a pugni col negoziante all’angolo, reo di avergli rivolto uno sguardo di sufficienza. Tutto ciò, oltre a far sorridere, racconta forse dei nostri percorsi mentali, troppe volte orientati a far quadrare il cerchio di una solo immaginata linearità, integrità, congruenza. L’ammissione e la (tentata) accettazione delle altrui e proprie contraddizioni vale già come ammonimento a non prendersi troppo sul serio.
Amo la campagna – e abito in una metropoli; ho orrore dello stile e sorveglio le mie frasi; sono uno scettico matricolato – e leggo soprattutto i mistici….. e potrei continuare così all’infinito.
Privo di fedi, religiose terrene o metafisiche, Cioran ci rovescia addosso i suoi tremendi sillogismi come farebbe una Cassandra all’ennesima potenza, un Giobbe irredento, un Kraus ancora più velenoso e sarcastico. Fascino dell’incoerenza e riconoscimento del principio di ragione (in)sufficiente si rivelano come narrazione telegrafica di uno spirito introflessivo portato all’estrema sincerità e divorato dal demone della lucidità. Giocoforza che essa si riveli poi brutale e non accomodante, come appunto prevede l’esercizio dell’autenticità.
Solo le filosofie e le religioni che adulano l’uomo hanno successo. Il cristianesimo ha dominato per secoli non in virtù del peccato originale, né dell’inferno, ma perché il figlio di Dio si è degnato di incarnarsi. Ciò ha dato all’uomo una posizione smisurata, posizione che viene riconosciuta dalle visioni del “progresso”, quali che siano. L’uomo ha un assoluto bisogno di porsi al centro di tutto; se avesse l’esatta percezione della propria insignificanza, dell’accidentalità della sua comparsa, perderebbe una parte della sua vitalità; e magari deporrebbe le armi, cosa davvero insperata.

Il pensiero cioraniano si sofferma spesso sull’inadeguatezza del rinchiudere in un sistema la vita: il grave limite delle prospettive filosofiche è proprio quello di non sopportare la contraddizione, alla base invece della vita esperita. Pur facendo del pensiero il suo strumento d’indagine, Cioran registra la sua inettitudine nel cogliere la realtà, in quanto questa lo trascende sempre. Lo stesso pensiero è magma osmotico, movimento continuo che non consente di arrivare mai a conclusioni stabili e definitive. Scettico per indole ma anche per una proprietà intrinseca di ragionamento, Cioran registra le storture di ogni credenza che pretenda di rintracciare inamovibili e indubitabili verità:
La forma dei conflitti storici non cambia affatto; mutano soltanto i pretesti, le fedi e le follie che li scatenano. Che si lotti per la Vergine o per la Rivoluzione, le passioni che entrano in gioco, la loro intensità e la loro durata, si assomigliano singolarmente: le modalità stesse della controversia sono quasi identiche, dal momento che in entrambi i casi si tratta di fedi. L’importante è credere – tutto il resto è accessorio.
Mi aggrappo al dubbio per non cadere nella disperazione e alla disperazione per non sprofondare nel dubbio. Sprofondare è la parola giusta: sprofondo in tutto ciò che mi è dato provare, in tutti i miei furori.

Il percorso di Cioran arieggia quello di Edipo: perseguire e ricercare a tutti i costi la conoscenza dei fatti è attività funesta e incompatibile con l’istinto di conservazione. La consapevolezza annienta e devasta, si rivela insostenibile e spinge alla rovina. Molto meglio non sapere, non rendersi conto, evitare la verità che diventerebbe poi intollerabile.

Questo modus operandi lo ritroviamo in tutti i suoi libri, centrati sostanzialmente sull’assurdità della vita. Almeno fino alla prossima (vacillante) verità.
E anche in questi suoi appunti privati, filtrati da assidui riferimenti alla quotidianità, l’assunto si sviluppa nella consueta veste telegrafica e lapidaria che può benissimo collocare Cioran nella classe degli aforisti.

Preceduto da una breve prefazione di Simone Bouè, sua compagna di vita, e ben tradotto da Tea Turolla, il testo in questione può dare assuefazione, nausea e vertigini. Si consiglia di maneggiare con cura e di non leggere tutto d’un fiato. Preferibilmente da consumare entro il 2222, sfogliandolo periodicamente e adoperandolo solo in casi estremi come corroborante tonico dell’umore. Può dare effetti indesiderati gravi, quali forte diminuzione dei livelli di fiducia e/o positività. Tenere fuori dalla portata e dalla vista degli ottimisti.

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