giovedì 22 gennaio 2015

Il peso che ci opprime e che ci convince che questo è l'unico luogo per morire

Il corpo della città
di Giuseppe Elia Monni
Mondadori, 2014

pp. 168
€ 17,00 cartaceo



Voi non credete che per studiare un luogo si dovrebbe attraversarlo, e aprirlo, ed osservarne l'aspetto interno come quello esteriore, con lo stesso scrupolo che si dovrebbe avere nello studiare un corpo? (p. 15)

Attraversare Cagliari, aprirla, così come i corpi senza vita (e ormai senza anima) che il dottore e professore don Gemiliano Deidda seziona alla facoltà di Chirurgia. L'uomo, realmente vissuto, non è però tanto ricordato per i suoi esperimenti e scoperte scientifiche, ma per la cultura enciclopedica e, in particolare, archeologica. Attorno a Cagliari, infatti, si incaponisce di riuscire a riportare alla luce un antico acquedotto romano, in grado di salvare la città di Cagliari dalla siccità. E da qui le sue lunghe camminate nella natura: potrebbe sembrare un don Ferrante per la passione infinita per la cultura, ma ha in realtà molta più acribia, e senso pratico. Infatti, «la sua idea di Natura, e si risolve che per lui è solo un corpo da conoscere, per trasformare» (p. 41). Vi si trova tutta l'eterna lotta tra natura matrigna e natura che si lascia scoprire plasmare: chi vincerà? Perché sotto le terre della sua Sardegna, don Gemiliano si illude davvero di riportare alla luce non solo la saggezza degli antichi, ma anche le loro capacità rabdomantiche. Uomo rinascimentale e al tempo stesso positivista, profondamente radicato alla sua epoca di infinita fiducia nelle facoltà intellettive,
Per lui l'immaginazione non era mai una fantasticheria, ogni sogno doveva essere un progetto, ogni visione una profezia. Tutto il resto, fine a se stesso, tempo sprecato. (ib.)
D'altro lato, però, accanto a questa spinta verso il progresso e la scoperta, tutto l'inesplicabile attaccamento alla Sardegna, che con la sua avarizia d'acqua non perdona i poveri e imbastardisce le aspirazioni:
E invece c'è qualcosa che ci lega, qualche catena maledetta che ci impedisce di partire, qualche peso che ci opprime e che ci convince che questo è l'unico luogo per morire! (p. 20)
Andarsene o restare? Chi ha amato I Malavoglia, non potrà non riconoscere tra le pagine di Il corpo della città un richiamo all'ideale dell'ostrica verghiano, che potremmo traslare nella terra dei muggini e aragoste senza il minimo strappo. Tra i figli di don Gemiliano, il figliastro Paolo è uno 'Ntoni sardo, irrequieto e quasi "maledetto" dalla sorte, coatto a macchiarsi di crimini di natura sessuale (e non solo), per placare almeno parzialmente la sua sete di misfatti. O forse per farsi vedere dal padre, coinvolto continuamente dalle sue ricerche; dalla malattia del secondo figlio Pietro, tanto promettente quanto bloccato da un'inspiegabile patologia che lo costringe a letto; e dalla presenza di Flora, moglie reale o... 

Questa vicenda familiare è tuttta abbracciata dalla saggezza popolare sarda che filtra dai proverbi dei due servitori da una vita, lì dove tradizione e leggenda si intersecano. In questo caso, più che pensare a Verga, Monni si rifà quasi certamente al grande insegnamento di Satta e al più contemporaneo Niffoi, come a tanti autori che negli ultimi anni stanno dando voce alla Sardegna non solo attraverso la sua storia, ma anche con le sue parole, citate direttamente e traslate in italiano a piè di pagina.
Molto letterario, riflessivo, e aperto da una descrizione splendida del corpo della città, per l'appunto, Il corpo della città si impone con la sua grazia. Un controsenso? Forse, come i tanti controsensi dei suoi protagonisti. Ma solo leggendolo si comprende come i controsensi, così intesi, diano prova della più alta armonia.

GMGhioni

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