venerdì 10 gennaio 2014

#PagineCritiche - "I miei filosofi", Edgar Morin



I miei filosofi
di Edgar Morin
traduzione di Riccardo Mazzeo
Trento, Erickson, 2013

pp. 164


Provo un sentimento mistico davanti al profondo mistero che avvolge la nostra condizione di esseri viventi, che costeggia il nostro ambito di conoscenza il quale si situa in una striscia mediana tra dubbi infiniti (cosmico e microfisico, cosmico e interiore). Provo il bisogno profondo di legare la nostra conoscenza al senso di mistero in cui sfocia qualunque conoscenza.[1]

Edgar Morin, sociologo francese, fondatore nel 1957 con J. P. Sartre della rivista « Arguments», direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique e condirettore del CETSAS, centro di studi transdisciplinari (sociologia, etnologia, e semiologia) e attualmente direttore  della rivista «Communications», in questo volume, celebra i filosofi che hanno contribuito sostanzialmente alla formazione del suo pensiero: Eraclito, Montaigne, Pascal, Spinoza, Rousseau, Hegel, Marx, Freud, Jung, Heidegger, Piaget e Kant tra i più autorevoli.
Il corpus teorico della saggistica enunciata da Morin, testimone del Novecento europeo, rivela il percorso intrapreso attraverso un secolo di «arcaiche pulsioni distruttive di stampo mitologico e modernissime razionalizzazioni tecnico-scientifiche economiche» ed enuncia la matrice profonda dei suoi studi. Nell’analisi delle condizioni, delle possibilità e dei limiti della conoscenza umana, Morin fortifica le proprie conoscenze filosofiche, concependo ogni cosa e quindi anche le idee, quale parti fondanti di un contesto più ampio che comprende le relazioni e le retroazioni che a questo contesto le legano.
 La costante ricerca di risposte da dare riguardo all’idea di fede e di razionalità, accanto ad un misticismo quasi ostentato, hanno alimentato in Morin l’idea di accostarsi ad alcuni dei pensatori e filosofi che hanno davvero costituito il nostro patrimonio culturale, filosofi da cui Morin ha saputo trarre linfa vitale per il proprio percorso. Idee che si nutrono anche di contraddizioni. Solo l’elaborazione di specifici modi di pensare adeguati permette all’uomo odierno, secondo Morin, di continuare a vivere sulla Terra.
Una scienza che, secondo il sociologo, deve essere guidata dalla ragione in grado di riconoscere la complessità delle relazioni soggetto-oggetto, ordine-disordine e di pensare in “opposizione relativa e in complementarità, termini quali intelligenza, affettività, ragione  e de-ragione”.
Morin attinge al pensiero di Eraclito, quando fa riferimento ad alcune di queste antitesi e  contraddizioni filosofiche: pur essendo il logos la ragione familiare dell’esperienza comune, esso è inascoltato dai più, “l’unione dell’unione e della disunione, della concordia e delle discordia, il vivere di morte, e il morire di vita  permettono di scoprire un sotterraneo di verità.”
Accanto ad Eraclito, Morin attribuisce un ruolo importante, nella propria formazione, a Pascal che rifiuta nettamente il razionalismo teologico e raccomanda invece una prassi estrinseca che renda fattibile l’accesso ad una fede, un filosofo definito da Morin «uno spirito scientifico, un adepto rigoroso della razionalità» che coniuga abilmente l’utilizzo della ragione e quello della sperimentazione.
L’interesse di Morin per il buddismo gli offre delle risposte riguardo allo stato di sofferenza intrinseca a ogni essere umano, uno stato che può risolversi conservando una serenità interiore rispetto al distacco da sé.
L’avversità verso il Cristianesimo del critico è osservata nel saggio, come stato di improbabilità storica, e coltivata come sentimento religioso. Morin riesce così a comprendere quanto la religione sia aperta e indispensabile all’umano.
L’ideale di Rousseau, colto dal sociologo francese, è quello di una comunità di individui autosufficienti che creano una sorta di indipendenza primitiva; l’educazione per Rousseau, non si limita  ad un passaggio da una generazione all’altra, ma deve invece elaborare modelli di vita nuovi e alternativi: idea che pervade tutta la pedagogia del Novecento.
Hegel affronta le contraddizioni laceranti legate alla fede, al dubbio, alla speranza e alla disperazione. Antitesi che si dispongono in una successione ascendente che comprende tutte le religioni orientali, naturalistiche attraverso il politeismo greco-romano antropomorfico, fino al cristianesimo. Ogni filosofia del passato si presenta, per il critico, come erede di tutto il pensiero occidentale. Le letture di Montaigne rivelano una profonda matrice pedagogica, ben colta da Morin.
Martin Heidegger, attraverso i sentieri del linguaggio suggerisce a Morin le dimensioni “multiple, contraddittorie,  generative e autogeneratrici dell’esistenza”; in Essere e tempo il filosofo invita il lettore e quindi lo stesso Morin a “ripensare, riconsiderare, ricominciare” alimentando bisogni antropologici e profondamente insiti nell’animo umano.
Un saggio interessante che ricostruisce fedelmente le letture filosofiche di un Morin autodidatta, ricerche del sapere che risultano determinanti per il campo degli studi successivi.
Una sete di verità esistenziale profonda costantemente alimentata dal sociologo francese attraverso gli interrogativi di matrice etica e filosofica che coinvolgono l’odierna contemporaneità:  «Chi siamo noi? Da dove veniamo? Dove andiamo»,[2] ovvero  la dimensione indicibile delle nostre «origini, del divenire, del reale» e del significato dell’esistenza umana.





[1] E. MORIN, I miei filosofi traduzione di Riccardo Mazzeo, Trento, Erickson, 2013, p. 158.
[2] Ivi, p. 25



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