mercoledì 15 gennaio 2014

"L'acqua tace" di Pelagio D'Afro



L’acqua tace
di Pelagio D'Afro,
Italic-Pequod, Ancona 2013

pp.186

Una donna nel lago alle pendici del Conero: D’Annunzio e altri misteri di periferia
L’affascinante duplicità della visione del mare di Portonovo, ritratto come una lunga striscia azzurra, scintillante d’argento e il territorio marchigiano «verde di piante, ma soffocato tra i promontori che bloccano le nuvole e intrappolato in piccoli laghi» fanno da splendida cornice al romanzo L’acqua tace di Pelagio D’Afro (pseudonimo collettivo).
Siamo agli inizi del Novecento e la narrazione ci proietta, fin da subito, all’interno di suggestivi quadri descrittivi connotati da ambienti aristocratico-borghesi in cui vive la Contessa Lavinia De Silvis. In questa dimora si respira una particolare predilezione letteraria e appartenenza culturale. 
Chi sembra vivere all’esterno di questo mondo è Renato Corinaldi, giardiniere in casa della nobile.
 L’apparente grigiore della vita di Renato viene interrotto quando l’uomo ritrova, in un laghetto, il corpo di una bellissima donna, dama di compagnia della Contessa, che corrisponde al nome di  Maria Rosaria Serra. Molte persone accorrono sul luogo: sono i personaggi che incontreremo durante il prosieguo della narrazione:
La signora Anna Minieri, sorretta dal suo giovane nipote Marco Ruffo, la vecchia contessa Lavinia De Silvis, il Poeta, don Giuliano, il giardiniere Renato, uno, due, tre, quattro, cinque… sei… ma D’Annunzio, colui che aveva cambiato il suo nome da Addolorata Tappettini in Leda Lauri, un giorno le aveva detto che, come le stelle delle Pleiadi, sette persone circondavano la sua bellezza o… no… aveva piuttosto detto che in quella casa si era in sette, come le Pleiadi? No… mancava la dama di compagnia, mancava Rosaria, sì… eccola… ma…[1]
Il racconto prosegue in un’alternanza di scene abilmente strutturate in antitesi dagli autori: nella sua splendida abitazione, dove si respirano i profumi del Tempo ritrovato proustiano, la contessa Lavinia ha da sempre accolto le visite quotidiane di amici e in particolare del Poeta, di cui è infatuata.
Le donne occupano un ruolo rilevante nel racconto: emblematica in questi passaggi narrativi è la figura di Leda, bella, istintuale, appartenente ad un ambiente aristocratico borghese; il suo fascino  è ancora giovane e seducente, tanto da intrecciare una relazione con il Poeta:
“Sono una donna,” fu il primo pensiero di Leda Lauri quella mattina. Ed era un pensiero allo stesso tempo lieto e mesto.
La confortava il fatto di riconoscersi femmina, accarezzando la propria pelle e rigirandosi tra le lenzuola, ben sapendo che quella femminilità era per lei vantaggio e condanna. Cosa sarebbe stata Leda Lauri senza quel corpo, senza quella pelle, senza seno, gambe, labbra? Si alzò seminuda, scrutando il riflesso che generava nello specchio della toilette tenuto ancora in penombra dai tendaggi chiusi. Prese la vestaglia di seta e se la drappeggiò addosso, aprì le tende e si distese sulla sedia imbottita, stiracchiandosi con movenze affettate. “Devi pensare sempre di essere a teatro.[2]

Ma il plot narrativo prevede frequenti cambi di scena: il Commissario Conti deve indagare sul ritrovamento del cadavere e, ad un’ambientazione tipicamente dannunziana, si contrappongono gli scenari investigativi che necessariamente aprono altre prospettive narrative.
Il Commissario rappresenta il punto di interconnessione tra i vari mondi ritratti nella narrazione, e Rosaria è il filo conduttore dell’intero romanzo perché è per l’appunto attorno alla sua figura che ruota l’intera vicenda, e da cui dipendono le vite dei numerosi personaggi del romanzo:
Lo sguardo del poliziotto vagò senza meta. “È più facile quando si tratta di maschi.” L’altro si schiarì la voce. “Povera Rosaria,” disse. “Lavorava tutto il giorno per soddisfare il bisogno patologico di attenzioni della Contessa sotto l’attento controllo di mia nonna, e la vedevo sempre più stanca, non riusciva ad avere mai più di un’ora libera.[3]
 L’autopsia rivela che si tratta di omicidio. La parte investigativa, condotta anche dall’agente Ciro Iaccarino, corre parallelamente allo svelamento del passato di alcuni dei personaggi chiave del romanzo; tassello dopo tassello, la narrazione si arricchisce di sorprendenti flashback che rivelano le vere identità di alcuni. Viene sospettato dell’omicidio Renato: nella sua abitazione viene ritrovata  della biancheria che apparteneva a Rosaria; ma l’uomo nega, professa il suo attaccamento alla moglie defunta, Clelia, e confessa di cercare solo un po’ di conforto ogni tanto tra le braccia di qualche donna a pagamento.
Renato vive di ricordi…
Mentre Renato si recava verso il vasto orto della tenuta, fu sopraffatto da un afflusso di ricordi. Erano solo brevi immagini che si accavallavano, fino a fermarsi su una figura femminile, il capo chino sulle piante, i capelli sciolti e la luce solare del meriggio che la incoronava di una doratura dai toni caldi; le gote della donna erano imporporate, e i suoi occhi, dello stesso colore del mare sullo sfondo, gli rivolgevano uno sguardo intenso e complice mentre nella sua testa picchiava il sangue.[4]
L’uomo non riesce a dare un significato alla propria esistenza, è sorpreso di trovare un vicino, Emilio, al bordello, anche lui in quel posto, ad assaporare una fantomatica quintessenza amorosa: come Baudelaire nei suoi Poemi in prosa narra tragicamente una finta perdita di sacralità, anche nel presente romanzo, questi uomini cercano un sollievo che colmi la loro solitudine: luoghi che invece rivelano un’infelicità quasi rabbiosa…
Comunque vedere Emilio così sconfitto lo ripagava almeno un poco dell’invidia provata nei confronti del pescatore durante la serata al bordello. Quel cretino aveva esagerato, non sapeva stare al posto suo. Si vedeva che non aveva mai avuto un padre come il suo che gli sapesse insegnare l’importanza di mantenere le distanze dell’educazione. Era solo un rozzo pescatore. [...] Si avviò verso il capanno col pensiero fisso su Emilio. Ripensando alla scena del bordello, provava un profondo desiderio di fargliela pagare, una rabbia sorda e immotivata, come quella che tante volte l’aveva spinto, negli anni passati, a infilarsi in risse e questioni.[5]
Chi è il vero colpevole dell’omicidio? Quale ruolo è affidato a don Giuliano?
La storia riserva al lettore altre rivelazioni e curiosi intrecci tra le vite dei personaggi del romanzo:  il senso di estraneità e solitudine intimamente legato ad alcuni protagonisti, si manifesterà tragicamente nell’epilogo finale.
Attraverso una scrittura chiara, lineare, impreziosita dalle belle descrizioni paesaggistiche liriche e dalle molteplici reminiscenze e citazioni letterarie che aprono ogni sequenza narrativa, il lettore partecipa emotivamente alla risoluzione del caso, conservando un quadro memoriale denso di dettagli e ulteriori spunti narratavi utili all’ideazione e allo sviluppo di nuovi racconti.

M. Lando




[1] Pelagio D’Afro, L’acqua tace, Italic-Pequod, Ancona 2013, p. 20.
[2] Ivi, p. 51.
[3] Ivi, p. 34.
[4] Ivi, p. 76.
[5] Ivi, p. 131.

0 commenti: