martedì 17 dicembre 2013

La setta dei giovani vecchi



La setta dei giovani vecchi 
di Luca Rachetta
Edizioni Creativa, 2011

pp. 104.

Allo stato attuale, infatti, il quarantaduenne Giovanni Eufemi era indubitabilmente un giovane di belle speranze. Sì, avete capito bene, un “giovane” di grandi qualità e di radiose prospettive, secondo il parere di tutti coloro che lo conoscevano bene. E lo testimoniavano i brillanti risultati che, pur in così “tenera età”, aveva già conseguito.[1]

Giovanni Eufemi, protagonista del romanzo, è il tipico rappresentante di un’aspirante borghesia provinciale in cui gli obiettivi concreti per il proprio futuro sono rappresentati dal raggiungimento di un lavoro “fisso”, da una posizione di prestigio all’interno della società, e dall’aspirazione ad un matrimonio soddisfacente. Poco importa a Giovanni se ciò deve essere “conquistato” grazie ad una circolarità di amicizie e raccomandazioni particolari, poiché egli si renderà conto, ben presto, che la vita nella comunità di appartenenza, Castel Chimerico, è costellata di situazioni sociali, culturali e politiche in cui l’adesione a particolari “meccanismi” sembra essere l’unica via di sopravvivenza.
La sua relazione con una donna, Eleonora Gelsomini procede, inizialmente, su binari quotidiani abbastanza consueti: l’aspirante moglie ama la danza, lavora presso lo studio di un notaio e sembra dimostrargli tutto il proprio amore.
In particolare, però, è la vita politica a rivelarsi interessante nel prosieguo del racconto:

Giovanni era poi membro autorevole della locale sezione del partito di maggioranza relativa in sede di consiglio comunale, sebbene non fosse ancora membro effettivo del consiglio comunale stesso, data la ovvia e sacrosanta precedenza che avevano i membri anziani del partito nella definizione della lista elettorale, nella quale d’altronde non lo avevano mai incluso per evitargli l’onta di una candidatura di servizio destinata alla bocciatura.[2]

Ma il momento tanto atteso per il protagonista, corrispondente alla chiamata ufficiale per un’assegnazione ad un posto sicuro come insegnante in graduatoria, finirà invece per rivelarsi un’autentica delusione: mentre attende la notizia della sua nomina, Giovanni assiste impotente al blocco delle assunzioni voluto dal Ministero per far posto ai precari.
E Giovanni non troverà sollievo nemmeno all’interno di  un mondo provinciale fatto, ancora una volta, da relazioni finte e da presunte amicizie: lo scrittore ci presenta, ad esempio, la personalità di Luca Mirante, un ritratto sociale a tutto tondo in cui emerge il falso mondo di appoggi e di assicurazioni che rappresentano, ingannevolmente,  le porte di un accesso sicuro.
I personaggi descritti ostentano una sicurezza però solo esteriore.

In seguito, che ci fosse nell’aria un probabile quarantotto, gli fu appunto rivelato da quel rivoluzionario in potenza, ancora a bassa voce ma con la forza delle promesse che, ripetute in più occasioni, risultano infine fondate e credibili; quindi una pacca sulla spalla di un amico dell’amico parve al nostro Luca Mirante la garanzia che il complotto massonico stesse lievitando e trovando sostenitori convinti presso le teste canute più illuminate e disposte a lasciare spazio ai giovani.

La caratterizzazione tipologica umana che si alterna nelle pagine del racconto è varia: da Francesco Cinghialetti, collega di partito, ad Urbano Rovelli, uomo di “geometrica e assurda precisione”, ad Alberigo Colonna, etichettato come “anziano capocorrente in carrozzina, leggendario plenipotenziario il cui solo nome faceva ancora tremare le vene e i polsi”, al  machiavellico assessore Marcheselli, “ambiguo e subdolo politicante del cui pensiero si poteva venire a conoscenza solo dopo essere stati da lui colpiti a tradimento”, a tanti altri che si susseguono curiosamente nel racconto…

Alle spalle del Colonna stava poi una figura di cortigiano che rispondeva al nome di Placido Leporelli, sorta di lacchè del grande vecchio, che se ne stava impalato e quasi inespressivo dietro alla carrozzina del padrone, impegnato a ricoprire, in contemporanea, i ruoli di guardia del corpo, infermiere e… testimone silente.[3]

 Questi uomini rivelano uno spaccato di una società testimone del tramonto di un processo di laicizzaione e in particolare di un anticlericalismo molto diffusi invece in passato.
Ritratti, quelli che ci presenta lo scrittore, che appaiono sì l’accentuazione caricaturale degli atteggiamenti e dei tratti ridicoli che enunciano i personaggi che si alternano nel romanzo, ma sono anche delle vere rappresentazioni tese a  mettere in luce soprattutto  il paradosso di determinate situazioni che  celano in profondità  qualsiasi regola sociale di giustizia e portano ad un’ inevitabile solitudine degli stessi personaggi del romanzo.
L’evolversi degli accadimenti è abilmente offerta dal narratore omodiegetico (interno alla storia) che si rivolge intimamente ai lettori, creando un ipotetico dialogo che si rivela curioso e sapiente, un atto confidenziale in cui il lettore entra a pieno diritto in una dimensione assai vicina alla storia.

Lo so, lo so… Ai cari lettori, a questo punto, verrebbe spontaneo rivolgersi a quel modesto narratore che sono per dire: “Ah narratore, ma quale giovane promessa d’Egitto! A quarantadue anni? E quale fresco bocciolo…! Ma lo conosci davvero il significato della parola ‘giovane’? Narratore, tu vaneggi…!” No, amatissimi lettori, non vaneggio. Siete voi, al contrario, che dovete intendere il termine “giovane” nell’accezione moderna, consona alla fisionomia assunta dalla società attuale.
  
La precarietà del vivere umano porterà, ad un certo punto della narrazione, ad un epilogo drammatico per alcuni “amici” di Giovanni. Egli si salverà, ma non con l’aiuto della donna che fino a poco tempo prima poteva chiamare “propria” e dalla quale egli preferirà invece allontanarsi.
Giovanni riuscirà a riemergere dalla fatica dell’esistenza accostandosi all’alterità, alla vita di un proprio familiare, il nonno Leonzio.
Un bel romanzo che oltre a rappresentare situazioni verosimili dei nostri tempi attraverso una sottile e fine vena ironica e un’abile caratterizzazione dei personaggi, gioca molto anche sul difficile ruolo di accettazione riguardo il trapasso gioventù/vecchiaia. Un racconto che rinvia molto ai romanzi di Gadda in cui l’incompiutezza dell’essere umano rimane una costante delle sue maggiori produzioni narrative.



Mariangela Lando





[1] L. RACHETTA, La setta dei giovani vecchi, Edizioni Creativa, 2011, pp. 8-9.
[2] Ivi, p.
[3] Ivi, pp. 42-43

0 commenti: