domenica 27 ottobre 2013

Pillole d’Autore: “Frasario essenziale”, di Ennio Flaiano

Ennio Flaiano


Ennio Flaiano, nella sua veste di grande battutista, può essere considerato per antonomasia l’acuto osservatore della società italiana; in tempi di internet sarebbe adatto alla dialettica veloce e furiosa entro la quale ci dibattiamo: ragion per cui, essendo domenica, ci permettiamo di proporre alcune pillole lente e rilassate, e dense.


Edizione di riferimento: Ennio Flaiano, Frasario essenziale per passare inosservati in società, Introduzione di Giorgio Manganelli, con uno scritto di Vanni Scheiwiller e una nota di Anna Longoni, (a cura di Elisabetta Sgarbi e Vanni Scheiwiller), Bompiani 1993, pp. 151
«[Il difetto maggiore degli italiani]
Credo che il difetto maggiore degli italiani sia quello di parlare sempre dei loro difetti. In nessun altro paese inchieste simili sarebbero accolte con simpatia: qui vengono sollecitate. Ora, quelle poche volte che sono stato fuori d’Italia mi sono trovato tra popoli perfetti, tra gente che, sapendomi italiano, non mi nascondeva la sua compassione per i miei difetti meridionali e mediterranei. Alla fine mi sono stancato. Ho superato l’età dell’indignazione e non sono più d’accordo con i moralisti di casa che rimproverano all’italiano medio di non essere un paradigma sociale o morale. L’italiano medio è quello che è e i suoi difetti cominciano a piacermi. Mi piace, per esempio, che sia generalmente bugiardo. Non credo che avrebbe potuto vivere in questo paese per tremila anni senza adattare la cruda verità ad una ragionevole menzogna. In un territorio di conquista e d’invasione l’italiano aveva un solo mezzo per difendersi, nascondere la verità o perlomeno ritardarla. (Anche oggi lo Stato, attraverso molti suoi organi, gli impone di essere bugiardo, o reticente). Mi piace che pensi sempre alle donne. Perché non dovrebbe pensare sempre alle donne? Che c’è di meglio? Gli uomini, forse? Bene, allora lasciatemi ai miei gusti. Mi piace che sia pigro. […] Mi piace che sia gentile, sentimentale, cinico, spendaccione, imprudente, frivolo, fastoso nelle sue cerimonie. Sono modi di amare la vita, di volerla capire, di forzarla, di esaltarla. […] Mi piace che sia generalmente estroverso e che ami vivere alla giornata. Questo gli ha permesso di amare l’arte, di arricchire il suo paese di monumenti o di distruggerli senza troppo rammarico. […] Non pensiamo mai che l’italiano ha sviluppato i suoi difetti come altrettante forme di difesa, per aderire a una realtà storica, al clima, alla povertà del suolo, all’angustia dei mari, alle varie tirannie spirituali ed economiche; per essere, infine, il più razionale ed economico possibile nelle sue manifestazioni di vita, cioè utile a se stesso, e andare avanti, continuare la specie. Senza i suoi straordinari difetti l’italiano oggi non esisterebbe, e sarebbe un gran male. La Natura o, se vogliamo, la Civiltà, ha dato all’italiano un gran compito: quello di sopravvivere. […] Si chiedeva uno scrittore americano (mi dispiace di non ricordarne il nome) che cosa resterebbe sulla Terra dopo una terza guerra mondiale. E rispondeva: “Di sicuro, cinquanta milioni di italiani”. Ciò può essere triste, ma è anche confortante.»


«[Inchiesta sulla moda]

Non capisco molto di abbigliamento e non mi sono mai innamorato di una donna per i suoi vestiti. Anzi, i momenti migliori con una donna li ho trascorsi senza vestiti. La moda mi annoia. Sospetto delle donne che vestono troppo bene, evidentemente non hanno altro da offrire. Detesto le overdressed, che si addobbano e curano molto gli accessori: sono le più insicure. Sulle gonne ho poco da dire: la gonna midi è la prudente normalità, accettiamola come tale. La minigonna ha fatto il suo tempo: ora mi ricorda quegli abiti che una volta nelle case chiuse indossavano le cosiddette mineures, donne truccate da bambine con fiocchi e nastri, per un certo genere di clienti. Preferisco allora la maxigonna. Le donne della mia infanzia, i miei primi amori dai cinque ai dodici anni (le maestrine, le amiche delle mie sorelle maggiori, le eroine dei primi romanzi e dei film d’avventure), indossavano maxigonne. Sei anni fa, quando questi problemi non ci turbavano, viaggiando per il Canada francese, in una vecchia e nobile locanda trovai che le cameriere del ristorante avevano conservato le gonne lunghe delle loro nonne. Ne rimasi incantato, mi fecero l’effetto di donne “vere”.
Oggi la moda ha tolto innocenza e semplicità al modo di vestire. Lo ha tradotto in contraffazione, mascheramento. La più parte delle persone, uomini e donne sembrano alla ricerca di un’identità da assumere. I sei personaggi cercano non più l’autore, ma una maschera. Non è facile essere, ma è facile fingere di essere. Questo spiega la sensazione di stupore che si prova a frequentare i nostri simili, che hanno assunto travestimenti spesso imbarazzanti. Si vedono ragazzotte alte un metro immerse nelle maxigonne e stangone di due metri con la mini, giovani impiegati vestiti da ribelli o da comici di varietà. Evidentemente la normalità fa orrore.»


«[Come leggere un libro]

La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte dei libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un’attenzione che fa parte dell’intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per noia, per orrore del vuoto e di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva Valery Larbaud è il vizio impunito, ma in certi casi smettere di leggere come di fumare può evitare gravi conseguenze.

Si può anche leggere un libro per sospetto e invidia. In questo caso il libro è troppo attraente, si pensa che avremmo potuto scriverlo addirittura noi e guadagnare fama e denaro. Bisognava soltanto pensarci. Si tratta di libri che ottengono grande successo, i “meglio-venduti”. Di solito centrano un falso problema, una situazione di moda, un punto di interesse e di attualità. Si fanno leggere, ansiosamente, con rabbia, e infine per poter continuare a dubitarne, ma anche per tentare di scoprire il segreto della loro gradevolezza. Dopo un paio d’anni, molti di questi libri, quando uno se li ritrova negli scaffali, ha voglia di buttarli via. Il fatto è che sono diventati brutti anche esteriormente, non hanno saputo invecchiare bene. Anzi, sono la prova che la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c’è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente.

Il terzo modo di leggere un libro è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. È più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono a un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.»


«[Ogni successo, in fondo, è un malinteso]

La mortificazione del successo – e la certezza di non esservi tagliato – le provai durante la pubblica premiazione, in un albergo romano, del mio primo e unico romanzo: Tempo di uccidere. Era una notte d’estate del ’47, subito dopo la premiazione, gli amici e gli invitati (che erano anche i giudici), iniziarono le danze e io cercavo di capire che cosa mi angustiava tanto. Forse la sensazione che ogni successo, in fondo, è un malinteso. Ricevevo un premio ambito per una romanzo che ora trovavo tutto da riscrivere. Tornai a casa solo. Ricordo che un cane randagio si intestò a seguirmi fin sulle scale e volle entrare. Come rifiutarsi? Gli preparai una zuppa di latte e lo feci dormire sullo scendiletto: la mattina dopo andò via. Ma neanche la sua compagnia era riuscita a confortarmi. Avevo in tasca un assegno (duecentomila lire) e la certezza che non mi appartenesse. Il guaio era che mi serviva assolutamente. Mi è rimasto da allora un sospetto sull’estrema utilità dei premi letterari, che non sono riuscito a dissipare. Quanto all’applauso dei giudici e della critica era certo un altro debito che mi ero assunto con molta leggerezza e che non ho ancora saldato.

Se tento di capirci di più, penso che la nostra epoca è caratterizzata proprio dal Successo. Invidio sinceramente chi lo cerca e soprattutto coloro che, avendolo ottenuto, non rinunciano a niente pur di alimentarlo. Li invidio perché la loro giusta preoccupazione è il segno di un profondo amore per il loro pubblico, oltre che per se stessi. Due amori che non riesco a nutrire. Forse condivido i pregiudizi della mia generazione post-dannunziana, che rifiutava di proposito il successo, se ne teneva anzi lontano, per non coinvolgere in un unico giudizio la propria vita e le proprie opere. E anche perché a decretarlo allora erano i male informati. Oggi, al contrario, il successo colpisce soprattutto gli uomini migliori. Non ho quindi angosce per il futuro: il mio primo modesto successo ha tutta l’aria di essere anche l’ultimo.»
introduzione e selezione a cura di Piero Fadda


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