martedì 20 agosto 2013

Formazione 2.0: ritorno al passato

Mille volte mi ha portato sulle spalle
di Martino Gozzi
Feltrinelli, Milano 2013

pp. 157
cartaceo € 14

Quando si apre Mille volte mi ha portato sulle spalle e si incontra il protagonista Ernesto Lizza, si pensa subito che è uno di noi. Specie per la mia generazione, quella dei più o meno trentenni, con master e specializzazioni sulle spalle, che però devono conquistarsi e difendere un posto di lavoro. Ernesto ha studiato in America, lavora nel campo cinematografico e, dopo aver scritto sceneggiature per serie televisive futili, è finalmente approdato al cinema. Anzi, dovrei dire al Cinema, visto che si ripropone di sceneggiare la storia d'amore tra Martin Heidegger e Hannah Arendt. Un'impresa quasi impossibile, a cui si somma la morte del padre Ferruccio dopo la lunga agonia da cancro.
Il rientro in paese, quella San Pietro che parla tanto di Bologna eppure la smentisce con la sua microessenza, mette in discussione tutto: dal lavoro in corso alla storia "di comodo" (sarà poi vero?) con Elisabetta, che ha affidato ad Ernesto l'ingaggio per la sceneggiatura. In più, Ernesto deve fronteggiare la vista della madre Anna, distrutta dal lutto, e soprattutto dell'austero e secco nonno Ettore, dopo un anno dall'ultimo incontro. Ettore, conservatore e tanto diverso dal democratico Ferruccio, innesca nel nipote tante domande, mette in dubbio la sua conoscenza della vita, della storia (per quanto riguarda il progetto del film) e del padre. In particolare, un personaggio-chiave sembra un possibile risolutore di quasi tutti i dubbi: Mario Barcellona, ex partigiano, amico di Ferruccio e compagno di armi di nonno Ettore, sparito da anni.

In fondo, cercare Mario Barcellona significa cercare sé stessi, le risposte e quel quid che permetta a Ernesto di fare i conti con i propri sensi di colpa, per diventare finalmente un uomo. Il viaggio verso il passato è anche un'innegabile fuga dal presente: innegabile perché Ernesto non fa nulla per negarlo, ma si arrende all'eccessivo dolore che non sa come declinare, né se contenere. Ed è significativo come la meta iniziale ne nasconda di più profonde e significative per il futuro del protagonista. Certo, con il rischio di far esplodere una crisi che smetta di vivere relazioni "di comodo" rimpiangendo amori passati, o di sentirsi continuamente figli, protetti da braccia e portafogli comprensivi.

Quel che colpisce, nel romanzo di questo giovane scrittore ferrarese, è proprio la declinazione del tema del lutto (in fondo, uno sceneggiatore come Ernesto conosce alla perfezione tutte le cosiddette "cinque fasi", dal rifiuto all'accettazione), che si incastra con il senso di precarietà e di indifferenza in cui spesso viviamo, tra frustrazioni, entusiasmi e atti mancati. Ma ogni scrollata di spalle non è mai vera indifferenza, e anche solo l'appiglio al presente che offre flashback, lo dimostra.


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