venerdì 12 luglio 2013

"Malascesa" di Erminio Alberti: per una nuova lirica siciliana



Malascesa
di Erminio Alberti
Samuele Editore, 2013


Il poeta «ha bisogno di terra, di cosmo delimitato da rendere infinito con mezzi poveri, ferri del mestiere, di verità geografica inanzitutto». Parole profetiche di Guido Ceronetti (da Luogo negato, poesia, in Cara incertezza, Adelphi, Milano, 2008). Parole che annunciano un bisogno viscerale, naturale, che sta alla base dell'ispirazione poetica. Una sete – potremmo dire – che, quando non viene soddisfatta, porta alla decadenza e alla putrefazione immediate dell'organismo.
In questo caso l'organismo è la poesia contemporanea, o meglio «quelli detti “i poeti”» che secondo Ceronetti si sono ridotti a dei «poveri vermi senza luce».
In un quadro più o meno oscuro che circoscrive la poesia contemporanea, qualche bagliore di luce, di tanto in tanto, appare. È il caso di Malascesa, di Erminio Alberti (Samuele Editore, 2013, prefazione di Maria Grazia Calandrone).

La poetica di Alberti sembra ribaltare le istanze di quel Luogo negato – espressione di Ceronetti, ma che potremmo applicare a tutta la letteratura post-moderna, lì dove per post-moderno s'intende soprattutto la negazione della nozione di verità, di realtà, e l'esaltazione della dimensione meta-letteraria.

Alberti, invece, fa della poesia un luogo affermato, uno spazio/tempo in cui in ogni momento possiamo dire «Ora era luce» e in cui l'oscurità vive una dimensione “abusiva”, latitante, strisciante, infima: «Un guizzo di luce lontano / segnalava intanto a prua / la presenza d'un temporale / così impetuoso! – quasi degno / del Vivaldi, tanti, i rombi, / cupi, ma soffocati quasi / dal velluto dolce di sera). // Silente. La sera si levò / da levante, portando con sé / punti lucenti, macchie bianche s – / La luna mise in rilievo / tra le piante d'una foresta / abusiva, la triste guglia / d'un campanile in art nouveau». Recupera appieno questo bisogno di terra, che fu del primo Zanzotto – per fare un esempio – e uno slancio di neolirismo che richiama certamente Luzi, ma anche Quasimodo e Pavese.
La geografia immaginifica dell'Aberti, però, non è paesologia, non è descrizione di andirivieni, mutazioni e aneddoti – anzi, racchiude una dimensione esoterica molto profonda, densa di significati celati che rendono grazia per forme e furbizie all'ermetismo di Ungaretti.

Dispiace, a un siciliano doc e d'orgoglio antico, rileggere la prefazione di Maria Grazia Calandrone – dove «il nostro Sud» è un po' ridotto a «psicologia collettiva», a «zone dei pupi»; come se il sentimento barocco, nelle sue alternanze «alto e basso, luce e buio», che la Calandrone individua, sia soltanto una questione formale, etnica, un aneddoto antropologico alla maniera di Pitré.
C'è invece nell'Alberti uno scavo nel sacro della vita, nel mistero delle parole, nel mistero delle cose. Allora, proporrei ancora altre istanze per leggere la poesia dell'Alberti, e proprio traendo spunto da dei bellissimi versi della Calandrone: «Dirai allora che il nulla non esiste, / che il vuoto è un'invenzione di chi ha una sconfitta da giustificare».
Dunque, le alternanze pieno/vuoto, dentro/fuori, descrivono bene questa poesia: «Sordo e vibrante, come un mulino che / pesca e sciaborda l'acqua nella gora, / esso pesca e sciaborda in me, cauto ad un non so che». Ecco, lì in quel confine, dove inizia la vita e finisce il verso, si uniscono anche il mondo esterno al poeta e il mondo interno in un percorso di ricostruzione ecologica fra individuo e ambiente, natura e cultura, e analogicamente fra anima e corpo («Fu che quand'era bambino, / anche allora era solo. / Solo, anima e corpo: / vera solitudine fatta carne»).
Questo dialogo accesissimo fra microcosmo e macrocosmo non è un episodio isolato nell'arte e nella letteratura siciliane. Potrei citare le geografie mortifere di Viola di Grado in Cuore cavo, o i dipinti d'immagini “scarnificate” e dissolte nel paesaggio di Fabio Romano, piuttosto che la fotografia psichedelica e vertiginosa di Davide Bramante. Forse, questa isolanità, per troppo tempo relegata a fenomeno etnico-antropologico nelle brochure delle agenzie turistiche, reclama uno spazio più vasto e più profondo per esprimere la sua identità:
«Chronos ci istruì / insieme ai suoi eventi di microstoria, che più della grande insegnaci vita. / Maturi ricordi ormai sbiaditi / tornano con voci diverse, miti».

“Sicilia”dunque noi la invochiamo come spirito eterno, che trascende ogni siciliano, e lo insegue – come ricorda Tomasi di Lampedusa – anche quando si allontana per anni. Sicilia, creatura metafisica che «ci mette l'anima», «horror vacui di vita», «sublimazione», «ideale irrealtà» – a volte, rileggendo Alberti, non si capisce se certi epiteti siano rivolti a una donna, o alla sua terra.
Ma Alberti non è un poeta d'illusione, non è illuso. Coltiva uno sguardo vorace, attento: quella stessa attenzione “magica” che fu il dono di D'Annunzio, quello sguardo fisso sulle cose che era stata la dote di Nerval prima di degenerare definitivamente nella follia. Alberti si lancia infatti, senza riserve, anche nella futilità della vita, ma con una certa sagacia, con una nobile ironia e una punta di disprezzo reazionario: lui sa bene che, in un mondo di “straccioni del sentimento” portare l'aureola della poesia può essere considerato grottesco: «Profumi inodori / riempiono l'aria, e un flex / che musica forte la scena – – // Frattanto che il mare / invoca attenzioni elettive»; «Davanti a un Raphaèl /in Trafalgar Squer / dentro la Nescional Gallerì / io ti vidi bella e sperduta / dentro un quadro del bronzino, indiano-germanico-thailandese / donna del mondo!».

Questi versi hanno di certo una dimensione aeriforme, sia per temi, per stile, per disposizione grafica di versi e parole; ma questo non impedisce ad Alberti di aprirsi a certi guizzi d'ispirazione ctonia: «un [bus] che sbuffa e scatarra di fronte ad un camion / per i traslochi che suona e risuona»; «la donna, di rosa svestita, / d'un piglio un po' kitsch, / baccante stremata, di gusto noir; / erotica bestia! Volgare attrazione».

Per concludere, una riflessione è doverosa sulla concezione dell'amore romantico che trapela da questa raccolta. Alberti, il poeta, l'amante, sono romantici Don Giovanni in Sicilia; sembrano saltati fuori da un'altra dimensione, e stonano fortemente con la volgarità dei costumi contemporanei e dalla maniera di vivere i sentimenti “liberi”, liquidi (per usare un'espressione di Bauman), prêt-à-porter. Ne emerge l'imago di una virilità ormai rarissima, mascolina e femminile allo stesso tempo, potente e sensibile: «[Don Giovanni] ad ogni donna ha dato un segreto, qualche ricordo / un vuoto a perdere».


Recentemente a Malascesa è stato conferito il prestigioso premio Camaiore 2013, sezione “Proposta”.



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