giovedì 14 marzo 2013

#PagineCritiche - Carlo Dionisotti, disillusione e sensibilità civile


La critica idealistico-storicista fa pensare alla militanza di Benedetto Croce e all’egemonia culturale che esercitò il suo pensiero (non solo critico-letterario - o più ampiamente estetico - ma anche filosofico e politico) per quasi un secolo. La storia come progressione in cui si manifesta lo ‘Spirito’- avrebbe detto Hegel - ma soprattutto divenire in cui si manifesta la cultura e attraverso cui è possibile studiare la tradizione. In questo senso è esemplare l’opera (dall’approccio totalmente nuovo e rivoluzionario) di Carlo Dionisotti, crociano dissidente, eppure a Croce molto vicino, nell’importanza dell’espressione di un giudizio di valore e di un’analisi della letteratura in prospettiva storicistica. 
Cosa contiene un'opera letteraria? Un'ideologia, un simbolo, una forma, un messaggio dell'inconscio? Puro edonè? Oppure non contiene nulla ed è indotta a contenere? Il Novecento ha sfornato un numero eccezionale di teorie critiche; è opinabile che la critica letteraria si sia trasformata e fortificata con la nascita della società di massa, con il formarsi di un'opinione pubblica popolare e un'opinione pubblica di accademici dell'arte. In realtà la capacità critica nasce laddove nacque il giudizio, l’abilità di discernimento, la preferenza a qualcosa piuttosto che altro; la capacità critica nasce con l’uomo che preferisce una foglia a una bacca.
Per lo strutturalismo, il formalismo, ma anche per la critica stilistica e la semiologia, tutto è stato detto, lo scrittore non ha da sforzarsi per trasmettere una nuova idea o teoria, tutto è stato già detto. La forma può realizzarsi in strutture differenti e comunicare le stesse cose in combinazioni mutevoli: la musicalità del verso, il numero delle sillabe, le corrispondenze delle rime, la ricercatezza del linguaggio e la qualità del lessico vanno analizzate tramite leggi linguistiche e filologiche affinché si giunga alla stratificazione e comprensione dei 'sensi danteschi'. Tuttavia, qui si vuole discutere sulla questione della letteratura nazionale e precisamente di quella italiana; è giusto rivolgere dunque, uno sguardo alla storia in una prospettiva positivistica. 

In Geografia e storia della letteratura italiana (1967), con uno sguardo sul territorio fisico, Dionisotti parla di un’Italia come ‘espressione geografica’ analizzabile dal punto di vista culturale. Tiraboschi stilò nel Settecento una storia della letteratura italiana che cominciava dall’epoca etrusca, passando dalla storia romana e greca fino al 1650 circa; De Sanctis parla di una letteratura italiana figlia dei padri del Trecento. L'opera di Dionisotti suscitò interesse in quanto, pur nella consapevolezza del magistero della Storia di Francesco De Sanctis, ne discusse la prospettiva ‘unitaria’ - secondo cui esiste una letteratura nazionale fin dal medioevo - mostrando, al contrario, la persistenza di spaccature locali e regionali. Ora, la questione è la seguente: è giusto parlare di letteratura nazionale già nei secoli di Dante e Petrarca? La letteratura del Due-Trecento ne porta con sé una nazionale di Toscana, come di Abruzzo e di Calabria? Evidentemente, come intuisce Dionisotti, non è possibile parlare già allora di letteratura nazionale laddove manca una lingua unitaria. Senza dubbio, Dante Alighieri non avrebbe sentito l’esigenza di prendere in rassegna i dialetti della penisola italiana nel De vulgari eloquentia, se realmente, quella toscana fosse stata l’unica lingua letteraria e nazionale. Dionisotti spiega che
la presenza di un’ampia zona dell’Italia nord-orientale, al riparo cioè da un immediato influsso francese, d’una letteratura franco-italiana rigogliosa e tenace, sta a dimostrare, se pur ce ne fosse bisogno, due cose: 1) che bisogna prescindere per questa età[…]da un concetto d’una letteratura che sorge «su del popolo dal cuore», 2) che siamo tuttavia in una zona di polivalenza linguistica ai fini letterari, dove il toscano di Dante non suona necessariamente più proprio del francese e del latino[…].[1]
Fino alla metà del Quattrocento gran parte del territorio italiano, a Nord come al Sud, “non risponde all’appello”. Durante il Rinascimento la letteratura italiana è letteratura di Toscana con ‘colonie’ emiliane, marchigiane, venete ed umbre; nessun contributo letterario è pervenuto da «...Roma a Napoli a Bari all’Aquila a Sulmona». Dionisotti parla di ‘colonizzazione toscana’ come processo di diffusione ed unificazione della lingua italiana, realizzandone la lentezza nell’acquisizione linguistica nelle varie regioni della penisola. Il Cinquecento è il secolo della fondazione della letteratura italiana, della normativizzazione della lingua, nonché della cosiddetta ‘capitolazione toscana’: è un dato indiscutibile a livello storico e teorico. Più complessa è la dimostrazione pratica del dato, in particolar modo in una società seicentesca in cui si sviluppò fiorentemente la letteratura dialettale (si pensi a Goldoni) e in una settecentesca, in cui Alfieri esprime ancora l’esigenza di ‘spiemontizzarsi’. Nel cuore del XIX secolo ci si cominciò a chiedere: l’Italia ha delle tradizioni comuni, dovrebbe aver una lingua comune, ma non ce l’ha; dovrebbe avere una bandiera comune e una volontà comune, ma non ha neppure quelle. In definitiva, non ha ‘la volontà generale’, e dunque, non può essere nazione. Ha, però, un senso di appartenenza comune, un’anima, qualcosa che la rende Patria. Il Risorgimento genera l’Italia libera dal dominio straniero, ma mai liberatasi dai solchi di un paese diviso, spaccato per tradizioni, rapporti internazionali, ricchezza e difficoltà comunicative. Prendiamo ad esempio la questione meridionale: Dionisotti prende consapevolezza di quanto fosse ancora irrisolta alla fine del Novecento; le comunità meridionali continuarono per lungo tempo ad essere dialettofone e le stesse opere letterarie - da Verga fino al Neorealismo - portando con sé caratteristiche linguistiche proprie inscindibili ai fini di una descrizione realistica. La speranza di poter tracciare una storia della letteratura italiana unitaria, 'desanctisiana', è destinata all'insuccesso; mentre acquista rigore una prospettiva storico-geografica dionisottiana, disillusa e analitica nella sua sottile sensibilità civile.

Isabella Corrado

[1] CARLO DIONISOTTI, Geografia e storia della letteratura Italiana, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi,1999.

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